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giovedì 23 maggio 2013

Recensione VIGILANCE

Vigilance - Queen Of The Midnight Fire
(2013, Metal Tank Records)
Heavy Metal

L'heavy metal non morirà mai, dobbiamo prenderne atto. Nel corso degli anni sono nate infinite derivazioni e contaminazioni più o meno degne di nota, ma il sano vecchio heavy made in England è lungi dall'essere dimenticato. E non soltanto grazie ai bimbiminkia hipster che ripetono a pappagallo i nomi dei mostri sacri del genere, ma anche grazie a coloro che l'heavy metal lo amano veramente, senza seguire mode di sorta. In questo secondo filone troviamo i Vigilance, una giovane formazione che propone un heavy secco e diretto, come un pugno in piena faccia. Di "vecchio" qui c'è ben poco, se non la radice intima del genere musicale.
Benché non si tratti di un capolavoro assoluto, "Queen of the Midnight Fire" ha il merito di siglare uno stile tutto personale e a suo modo innovativo. Abbiamo infatti lievi richiami ed accenni ai primi due dischi degli Iron Maiden, ma troviamo anche accenni power metal riscontrabili in "Walls of Jericho" degli Helloween, ma anche brevi accelerazioni speed e innumerevoli associazioni con l'hard rock settantiano.
I nove brani che compongono il disco sono incisivi, diretti e senza nessun calo di ritmo. Forse il songwriting non tocca le corde dell'anima, ma alla fine possiamo trovarci tutto quello che si cerca da un album che propone l'heavy vecchia scuola. Musicalmente e a livello di produzione abbiamo infatti sonorità molto retrò, che sono una piacevole riscoperta per le orecchie abituate a tutto il digitale moderno. La vera sorpresa si riscontra tuttavia nella voce, incerta e non entusiasmante nelle clean vocals, ma in grado di sparare acuti eccezionali, così come eccezionale lo è anche nelle piccole parti di screaming.
Concludendo, "Queen of the Midnight Fire" è un album sommariamente discreto, con diverse frecce al suo arco e in grado di regalare piacevoli momenti agli amanti del genere.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Queen of the midnight fire
02) Behind the cellar door
03) SpeedWave
04) What lies beyond...
05) Night terrors
06) Four crowns of Hell
07) Poetry and the gods (in G minor)
08) Under sulphurous skies
09) Ritual of death


Grewon
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Recensione DERDIAN

Derdian - Limbo
(2013, Autoprodotto)
Power Metal

Attendevo con ansia il nuovo album dei lombardi Derdian, soprattutto a livello affettivo, dato che la recensione del loro capolavoro "The Apocalypse" è stata la mia prima recensione pubblicata su MetalArci. Temevo di essere deluso dal nuovo lavoro, che a loro dire si sarebbe un po' distaccato dalle tematiche fantasy e filo-rhapsodiane, ma restavo fiducioso nella bravura artistica del combo milanese e non vedevo l'ora che questo "Limbo" vedesse la luce (perdonate la pessima battuta).
Di cose, in questi tre anni che separano "Limbo" dal disco precedente, ne son cambiate parecchie. Prima fra tutti la rottura con la Magna Carta, prestigiosa casa discografica produttrice di alcune perle sonore come i While Heaven's Wept o il progetto Liquid Tension Experiment, che ultimamente si stava lasciando andare con pessime scelte gestionali. I Derdian hanno quindi optato per l'autoproduzione, e posso tranquillamente affermare che la differenza non si nota: suoni potenti, puliti, perfettamente livellati, come se dietro i mixer ci fosse non dico la Nuclear Blast, ma quasi.
Tuttavia il cambiamento più radicale è avvenuto all'interno della formazione: è stato sostituito il precedente bassista (a cui ero particolarmente affezionato, lo ammetto. Ma anche il nuovo sa farsi valere benissimo) e anche il cantante. Si, Joe Caggianelli non fa più parte dei Derdian. Il suo contributo nella band è stato fondamentale e la sua voce, non troppo alta e sempre piacevolissima da ascoltare, ha sempre rappresentato uno dei maggiori punti di forza.
D'altro canto, il suo sostituto, Ivan Giannini, è un autentico mostro. Tecnica canora impeccabile, una voce pulitissima ed eclettica, perfetta e versatile, pronta ad affrontare con maestria ogni repentino cambio di tono e di tempo. Dico davvero, è quanto di meglio si possa ascoltare nel panorama power, con la giusta dose di potenza e melodia. Una voce, però, ancora pressoché sconosciuta nel panorama metal e che meriterebbe una visibilità ben maggiore, non avendo nulla da invidiare ai nomi altisonanti.
L'ultimo cambiamento (anche se preferisco parlare di "evoluzione") riguarda infine l'intero songwriting, maturato all'ennesima potenza e capace di toccare le corde dell'anima fin dalle prime note, per non lasciarci più fino alla sua struggente conclusione. Come già anticipato, in "Limbo" siamo lontani dalle tematiche piene di mostri mitologici e divinità oscure da sconfiggere, per affrontare argomenti più attuali, filosofici, riflessivi, espressi in modo stupefacente dalla penna e dagli spartiti di coloro che ne hanno composto testi e musiche. Ci allontaniamo quindi dai Rhapsody of Fire per avvicinarci maggiormente ai Vision Divine del loro periodo migliore, quello con Michele Luppi alla voce. E' facile infatti associare "Limbo" al magnifico "Stream of Consciousness": vi assicuro che le emozioni provate sono le stesse.
Inutile dilungarmi ulteriormente su quest'ulteriore conferma alle mie convinzioni: i Derdian meritano molta più visibilità di quella che hanno e sono una band, assieme agli Ancient Bards, in grado di sostenere il "duello" con tutti i mostri sacri del genere e con qualsiasi controparte internazionale. Sono band e dischi come questi che devono portare nel mondo il nome della nazione, non le cagate uscite dai talent show. Ma l'arte, la bellezza, la cultura, sono privilegio per pochi eletti in grado di coglierne l'essenza, si sa.

Voto: 9/10

Tracklist:
01) Carpe diem
02) Dragon life
03) Forever in the dark
04) Heal my soul
05) Light of hate
06) Terror
07) Limbo
08) Kingdom of your heart
09) Strange journey
10) Hymn of liberty
11) Silent hope

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Grewon
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Recensione HYDRA

Hydra - Ghost Town
(2013, Autoprodotto)
Alternative Metal/Metalcore

Questa band mi era quasi passata davanti al naso senza che avessi l'opportunità di ascoltare quanto aveva da proporre. Grande sacrilegio, quando si parla di un'alternative metal band, che sia al tempo stesso anche validissima e non scadente nei vari cliché di sorta.
Gli Hydra sono una formazione genovese assemblata non in tempi recenti, ma che nel corso degli hanni ha avuto diversi cambi di line-up e conseguentemente anche di indirizzo musicale. Grazie all'entrata dell'ultimo cantante, ha potuto finalmente definire una direzione ben precisa, e portarla avanti fino alla realizzazione di un full-lenght di debutto, intitolato "Ghost town".
Quanto proposto, è un sound particolare e innovativo, su base alternative: sia a livello strumentale ma soprattutto a livello vocale si riconoscono chiarissimi richiami (che a volte sembrano quasi scopiazzature, senza però esserlo realmente) ai System Of A Down. Per il resto, le influenze riscontrabili spaziano dal metalcore/groove metal all'heavy metal ottantiano.
Un minestrone? Esatto. Esso è croce e delizia dell'album: sebbene aggiunga infatti novità ed eterogeneità al composto, al tempo stesso priva la band di un'identità musicale ben precisa. I brani che compongono "Ghost town" risultano spesso relativamente prolissi e ripetitivi, essendo comunque la radice da cui provengono, l'alternative metal, non comprensiva di molte variazioni sul tema.
Ciònonostante, questo debut album completamente autoprodotto (e supervisionato da un membro dei Sadist durante la registrazione e il mixaggio) riesce a convincere sotto l'aspetto del songwriting, che con delle correzioni (per limitare sbavature, lungaggini e qualche calo di tono) avrebbe potuto essere all'altezza dell'atmosfera, che è il punto di forza dell'album. Già, esattamente: ciò che colpisce di "Ghost town" è appunto la sensazione claustrofobica e sofferente che i brani, seppur generalmente tirati, sanno dare con inaspettata disinvoltura. Il cantante, che ogni tanto si concede qualche stecca, sa stupire per l'ecletticità e la destrezza con cui passa dai timbri puliti a quelli sporchi, e tutto sommato dà una prova più che dignitosa delle proprie potenzialità.
Non mi sento quindi di dare un voto molto elevato all'album, in virtù delle pecche che ha. Si tratta però di un lavoro degno di tutta stima: geniale, innovativo e particolare. Pieno sostegno pertanto ai genovesi Hydra: che possano farsi valere in sede live e proporre in futuro un album coi controcazzi, meritevole di essere annoverato come capolavoro. Le basi e le capacità ci sono tutte.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Welcome to...
02) ... Ghost town
03) Hope in my bedroom
04) Can't go
05) Dream of a life
06) Gunshot
07) Eliminate
08) She's the love
09) Oracle
10) Brand new world
11) Thank you very f***in' much


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Grewon

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Recensione MERCILESS ATTACK

Merciless Attack - Mercy for None
(2013, Autoprodotto)
Thrash metal

Dalla città "romantica" per antonomasia, Venezia, e dalle sue incantevoli stradine, arrivano i Merciless Attack, un combo composto da quattro ragazzi, pieni di energia metal distruttiva...Orgio alla voce, Fede alla chitarra, Punzo al basso e Marco alla batteria, sfornano, in questo loro demo, circa 20 minuti di puro e “old style” Thrash Metal...! Il sound è sporco al punto giusto e i riff sono veloci e taglienti come una lama di rasoio; la parte ritmica, regolare e potente, fa degnamente il suo lavoro, senza strafare ma dando sempre l'apporto giusto; la voce di Orgio, sempre in "clean", è rabbiosa e ricorda un po' l'hardcore e il crossover. I testi dei sei brani spaziano dalla religione con “Pray to your God”, a personaggi di film famosi come Texas Chainsaw Massacre con “Leatherface”, per parlare poi di nucleare in “The toxic avenger” e “Nuclear tsunami”; e, soprattutto, della passione per il metal e per i concerti, con un brano come “In the pit” e con la title track.
Ora passo a esaminare i punti deboli di questo demo: questi quattro ragazzi veneti hanno dimostrato che idee ed energie ne hanno da vendere...ovviamente, peccano ancora di poca esperienza nel writing (che ha margini di miglioramento), nella produzione e qualità del suono; e, infine, in quel “qualcosa” (il “quid” latino) di personale, pur restando in un genere ben definito, che fa fare il salto di qualità a ogni band.

Voto: 7/10

Tracklist:
01 - The Toxic Avenger
02 - In The Pit
03 - Nuclear Tsunami
04 - Leatherface
05 - Pray To Your God
06 - Merciless Attack

EvilViking

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Intervista BURNING NITRUM

Qui per noi oggi su METALARCI WEBZINE il leader di una delle band più promettenti della scena metal barese, Davide Cillo, singer dei thrashers baresi BURNING NITRUM


1) Ciao Davide, iniziamo parlando del vostro ep "Pyromania" che sta giustamente riscuotendo ottimi pareri. Te l'aspettavi di entrare così da subito nelle grazie della critica del settore?

Ciao, grazie dello spazio! Mentirei se dicessi che me l'aspettassi, no non me l'aspettavo affatto. Spesso o per invidia o per pregiudizio o per altro é molto difficile riscuotere certi consensi quando si é così giovani. Per questo posso dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso!


2) La soddisfazione è ancora maggiore se pensiamo al fatto che hai dovuto penare non poco per problemi di line up, ma alla fine la tua determinazione è stata premiata, parlaci di questa faticosa gestazione del gruppo e come si è arrivati alla line up attuale.

Beh, sì é davvero stata una "tragedia", io mi auguro che adesso i problemi siano finiti... l'unico che é con me dalla nostra nascita é il batterista Dario, per il resto mi é toccato fare 7 cambi di bassista, uno alla chitarra ritmica e uno alla solista. Visto l'importanza che questo progetto ha per me ci sono stati dei momenti che devo dire non facili. Ma alla fine tutto é bene quel che finisce bene! Speriamo di aver trovato il nostro assetto definitivo!


3) Ti risparmio la solita banalissima domanda sulle influenze musicali, è chiaro che vi riferite al thrash old school di vecchia scuola, spiega ai nostri lettori però cosa spinge 5 giovanissimi nati negli anni 90 ad abbracciare tali sonorità anzichè le più "facili" e inflazionate ritmiche groove/post thrash di adesso?

Cosa ci spinge? La passione. E anche la convinzione, la convinzione che il thrash sia tutt'oggi un genere sottovalutato a cui sono anteposte proposte musicali di minor valore. Il metal vecchio stampo non deve essere messo da parte, anzi và rivalutato per quello che é, uno dei pochissimi generi veramente riusciti
all'interno della storia della musica. E lo dice uno aperto ad ogni, se valida, sonorità. Spesso leggo recensioni o mi dicono frasi del tipo "nulla di nuovo, però bello" o "bello per gli amanti del genere". Perché? Non capisco il perché di questa cosa. Perché una qualche cosa deve essere nuova, se il "modello
precedente" era uscito meglio? Questo genere ha ancora tantissimo da dare, e ci teniamo di cuore a dimostrarlo noi per primi.


4) Da ottimo conoscitore thrash come giudichi la scena attuale, sia a livello regionale che italiana.

Micidiale. Sul serio. Potrei parlare dell'underground thrash della nuova ondata negli Stati Uniti, Sud America, Medio Oriente, ecc. ma nessuno supera quello italiano, nemmeno la terra dove questo genere é nato, anzi. Vedere gente che riscuote una certa fama all'interno del genere impugnare le chitarre e realizzare
che qui in Italia abbiamo ragazzi di livello ben superiore, mi fa venire a pensare che ci siano pregiudizi contro noi italiani da parte delle grandi label e non solo. E' ignoranza, é una situazione vergognosa. L'acciaio italiano non delude mai!! Un'idea più chiara di ciò che sto dicendo? Basta visitare il link e la avrete. Troverete più di una trentina di band di altissimo livello che possono essere già ritenute pronte per ogni tipo di scenario internazionale.


5) Come ho accennato in precedenza siete un gruppo con un'età media molto bassa, e quindi con ampi margini di miglioramento e con grandi prospettive, da leader del gruppo come però vi penalizza quest'aspetto? Immagino che il fronte live sia stato un pò compromesso, giusto? Vi gira meglio in compenso in quanto a figa?

Sì, specie qui nel Sud Italia non é raro trovare "senatori" del genere pronti a giudicare solo in base alla tua età. E magari preferire a te una band di gente d'esperienza che però sul palco e a livello compositivo non dimostrano nemmeno la metà. Ma grazie al cielo non sono tutti così, c'é anche gente simpaticissima
ed organizzatori che andrebbero onorati, per il lavoro che fanno. Certe volte penso che senza certa gente la nostra scena sarebbe in seria sofferenza, e il rispetto che ho per chi si impegna nel portarci avanti é indescrivibile. Basti guardare qui in Puglia eventi come il Metal Symposium, o organizzazioni come Rockcult.
Di figa potrei averne quanta me ne pare certo, ma sono un amante di quelli che ritengo i sani principi: non c'é niente di meglio di una bella relazione piena di affetto con la persona giusta, é una delle soddisfazioni irripetibili della vita. Mentre andare a scopare a cazzo, senza poi quel sentimento di fondo, che
soddisfazioni dà? Ben poche, la verità é che la gente lo fa (o dice di farlo) perché é la più triste moda dei tempi recenti. O perché non ha capito ciò che nella vita veramente conta.


6) Di recente il thrash ha perso una delle sue leggende, come hai preso la notizia della scomparsa di Hanneman?

Malissimo. Sul serio. Non abbiamo perso un genio ma IL genio. Chi aveva la sua creatività? Chi creava i riff come li creava lui? Chi quell'attitudine, che derivava anche dalle sue influenze hardcore punk? Se esiste il nostro genere lo dobbiamo anche alla validissima scena punk hardcore, e negarlo sarebbe da ipocriti.
Jeff era l'anima, l'anima del nostro genere. Anche oggi devo ancora farmi una ragione della sua scomparsa.


7) Se avessi la possibilità di portare sullo stesso palco le tue 4 bands thrash preferite di sempre chi sarebbero i tuoi big four?

Domanda cattivissima. Credo che i big four meritino di essere loro, ci sono Metallica e Slayer che hanno dato vita ai due "settori" del genere, quello classico e quello più estremo. I Megadeth che sono i miei preferiti, il loro "Rust In Peace" lo ritengo un capolavoro insuperato. Gli Anthrax sono stati di grande aiuto
per lo sviluppo di un altro genere di thrash, che personalmente amo altrettanto. Se poi ci si chiede chi avrei voluto vedere insieme nei loro tempi d'oro... Megadeth, Slayer, Exodus e Testament. Quattro band che ritengo importantissime anche per il mio lato artistico.


8) Dove volete arrivare voi Burning Nitrum? Quali sono i sogni nel cassetto e i progetti futuri?

Non ci prefissiamo limiti, faremo il massimo possibile giorno per giorno e vedremo quali soddisfazioni riusciremo a raccogliere. Condividere il palco con le band con cui siamo cresciuti e magari perché no stringere un rapporto di amicizia con quegli artisti sarebbe però senza dubbio una grande fonte di soddisfazione.
Ieri é uscito il nostro nuovo singolo, "Turned to Ashes (Nothing Stands Still)", invito tutti a dare un ascolto. Per l'anno prossimo é invece prevista l'uscita del nostro album di debutto, che avrà un più che adeguato supporto live in Italia e all'estero! Tenetevi pronti perché noi siamo carichi!!


9) Senza peli sulla lingua: è il momento del vaffanculo pubblico. Nella tua ancor breve carriera metal ti saranno senz'altro girate parecchio le palle per qualche trattamento ricevuto da qualche addetto ai lavori / organizzatore / band. Se vuoi mandarlo affanculo, questo è il momento.

Un bel vaffanculo alla mafia del "pay to play", a questi proprietari (e proprietarie) di locali del cazzo che non ti fanno suonare perché non sei una cover band, anche dopo che ci sei andato apposta a parlare e fissato la data. Un bel vaffanculo ci sta anche agli invidiosi che non riuscendo a raccogliere nulla nella vita sentono l'esigenza di criticare, e a quelli che stanno a cazzeggiare come dei coglioni o passare le serata davanti al computer invece di venire i concerti e supportare il proprio underground. You will burn!!


10) L'intervista si conclude qui, ti auguro tante soddisfazioni con la tua cazzutissima band. Chiudi come preferisci

Ragà, supporto, siamo una famiglia! Se si inizia a rosicare e fare gli invidiosi, ad essere presenti solo al concerto della propria band, qui non si và da nessuna parte! E comprateli i cd di noi band underground, invece di buttare i soldi per qualche stronzata o per qualche fighettina stronza. THRASH 'TILL DEATH!!
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giovedì 7 marzo 2013

Recensione NAHABAT

Nahabat - Essence
(2012, Autoprodotto)
Ambient/Dark Metal


La copertina di un disco è raramente garanzia della sua bellezza musicale. Serve più che altro a suscitare una particolare emozione che raggiunge il cervello e a sua volta si collega al portafogli dell'acquirente (spesso accade con quelle copertine che ritraggono donnine nude et similia). Altre volte invece fungono da biglietti da visita, a spiegare in maniera visiva il contenuto sonoro (vale ad esempio con le copertine dei Rhapsody o dei gruppi black metal). Più raramente, infine, offrono a chi le scruta simbolismi arcani o allegorie occulte, in modo da catturare l'attenzione di chi certe cose le percepisce. E' proprio questo il caso di Essence, il primo EP dei Nahabat, con una copertina che definire emblematica è poco. Multi-interpretativa anche. E la cosa bella è che le sensazioni che suscita tale raffigurazione si riscontrano perfettamente anche nelle canzoni (solo tre, purtroppo) presenti nell'EP: un dark ambient molto etereo e oscuro, che però guarda verso la luce. Onirico come non mai, Essence è una piccola e brevissima perla sonora capace di canalizzare il pensiero verso direzioni uniche. A me, ad esempio, ha suscitato l'immagine di un cielo coperto, nubi fitte, e una luce che a spiragli ci filtra attraverso. Un'atmosfera cupa, lugubre, ma con un retrogusto di speranza.. o forse di paura. Chi siamo noi, angeli in pena che bramiamo il ritorno del sole? O demoni timorosi della luce divina? Chi è la figura angelica, sofferente e al tempo stesso estasiata, raffigurata sulla copertina? Potrebbe essere ognuno di noi, esseri figuratamente alati e in grado di volare, ma ingabbiati in una società tecnocratica che non fa altro che distruggere i nostri sogni e tenta di sotterrarci, sebbene siamo fatti per toccare l'infinito.
Questa è l'interpretazione che ci ho dato io, ma ognuno di noi può scorgere qualcosa di differente, ed è proprio questa la genialata di Essence. Un tappeto di liquide e sognanti atmosfere tastierose che mi hanno ricordato le sonorità che ho tanto amato nei primi anni '90, unite ad una batteria morbida che raramente si concede dei brevi slanci di velocità. Essa però, come anche chitarra e basso, sono suonati in maniera soffusa e dolce, per suscitare appunto quella sensazione di "trasporto" che contraddistingue una produzione fuori dagli schemi, che proprio per questo motivo va incoraggiata e supportata. Il composto è arricchito da una voce femminile calda e dolcissima, con una malinconia velata che ben si sposa col sound dell'EP.
Non dò un voto più alto di 7 solo perché appunto si tratta di un EP di brevissima durata. Non si fa nemmeno in tempo a lasciarsi trasportare ed estraniarsi dal mondo che... è già finito. Che questa recensione valga pertanto come incoraggiamento per la produzione di un full-lenght che attinga a piene mani da Essence ma che allunghi l'emozione per la durata di un album vero e proprio.

Voto: 7

Tracklist:
01) Prelude
02) Essence
03) Helios anima


Grewon
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Recensione THE ABYSS GODS

The Abyss Gods - Birth Of The Gods
(2012, Autoprodotto)
Heavy/Progressive Metal

La biografia dei The Abyss Gods è ricca di date, festival e collaborazioni di grande spessore. Mentre il loro debut album è alle porte, mi accingo a recensire il loro ep autoprodotto, dal titolo “Birth of the Gods”. La mitologia, reale o fantastica, sembra quindi essere il filo conduttore dei loro componimenti, che musicalmente risentono di diverse influenze. Di base, troviamo un heavy metal molto “americaneggiante”, con una voce aspra e ruvida e richiami anche all’hard rock di fine anni 80. In alcuni passi è però facile sentire la correlazione col metal oscuro e introspettivo dei primi Amorphis, quelli di “The Karelian Isthmus” e “Tales from The Thousand Lakes”.
Birth of the Gods” è composto da soli tre brani di lunghezza standard; un demo dunque, più che un ep, ma le definizioni si sprecano, è la musica ciò che conta.
Sommariamente, devo ammettere che non sono rimasto particolarmente affascinato da questo disco: non è per la produzione carente (caratteristica ovvia per le band alle prime armi, e che non intacca minimamente il giudizio complessivo), ma proprio per il songwriting in generale, che in diversi punti mi è parso approssimativo e incontra il suo picco creativo solo nella strumentale “Into destiny”. Un altro elemento disturbante è rappresentato dai cori aggiunti alla voce principale, che non ottengono a mio avviso il risultato sperato, cioè quello di supportare la lead vocal. Questo problema è facilmente risolvibile a livello di produzione, e si deve tener anche conto che in sede live queste imprecisioni assolutamente non si sentono.
Cos’altro dire: i The Abyss Gods sono musicisti abili e decisi, e questo si vede. Questo breve ep di debutto è ancora un po’ acerbo, ma le potenzialità di questa band si vedono eccome: sicuramente dal vivo le impressioni sono di indubbio spessore. Resto in attesa del loro full-lenght, e sono personalmente molto fiducioso per il loro futuro.

Voto: 5

Tracklist:
01) Birth of the gods
02) Into destiny
03) Race against time


Grewon
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domenica 9 dicembre 2012

Recensione TRAILS OF SORROW

Trails Of Sorrow - Languish In Oblivion
(2012, Domestic Genocide Records)
Funeral Doom Metal


Ogni volta che mi trovo tra le mani un disco di funeral doom metal, un brivido mi percorre puntualmente la schiena. Non si tratta del mio genere preferito, ma di un qualcosa che so già a priori mi saprà donare diverse emozioni e saprà catturarmi nelle sue lugubri ambientazioni.
Non so come mai, ma finora non ho mai ascoltato un album funeral doom che non mi sia piaciuto: dev'essere perché essendo un genere ESTREMAMENTE di nicchia, si hanno sempre le idee ben chiare quando si decide di intraprendere questo pericolosissimo sentiero. "Languish in Oblivion", l'album di debutto degli italici Trails of Sorrow, non fa eccezione. Dieci tracce di oscura pesantezza musicale, intervallata qui e là da brevissime accelerazioni gotiche, che vagamente rimembrano anche il suicidal black. Non saprei scegliere una traccia in particolare, in quanto ognuna di esse è un tassello di un puzzle, perfettamente incastrato agli altri. La lievissima influenza "gothic" la si ritrova anche nella quantità delle tracce (dieci, appunto) e nella loro durata non eccessiva, in netto contrasto con gli standard del funeral doom che invece prevede pochissime tracce ma dall'immane prolissità.
Cinquantacinque minuti di tristezza razionale, cadenzata e imperante, come una marcia di battaglia ma di un esercito che va incontro ad un destino già segnato. Un plauso a tutti i musicisti, che fanno il loro dovere in maniera impeccabile; forse avrei gradito una maggiore presenza della tastiera, ma non c'è nulla di cui lamentarsi. Il growling utilizzato è di splendida fattura: cupo, ruvido e cavernoso, e mi ha riportato alla mente i magnifici Mournful Congregation; tuttavia devo fare un piccolo appunto alla pronuncia inglese, non sempre precisa.
Sostanzialmente non si può parlare di un capolavoro assoluto del funeral doom metal, tuttavia si tratta pur sempre di un buon album, e considerato che è anche quello di debutto, tutto lascia supporre per un futuro pieno di sorprese da parte dei Trails of Sorrow.

Voto: 7,5

Tracklist:
01 - Dreams are dying
02 - Lying as to live is to suffer
03 - A grave of loneliness
04 - Trees crying leaves
05 - See my blood flowing
06 - In luce
07 - Suffering comes
08 - Wonderful memories
09 - A blinking shadow
10 - Ora è la fine

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Grewon
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Recensione KALIDIA

Kalidia - Dance Of The Four Winds
(2012, Autoprodotto)
Symphonic Power Metal

L'eredita dei Rhapsody è dura a perdersi: avendo dato vita quasi un ventennio fa a un genere nuovo, l'hollywood metal (cioè un power metal sinfonico con sonorità che richiamano alla mente le epiche colonne sonore hollywoodiane), sono stati l'orgoglio nazionale per moltissime persone, me compreso. I puristi del metal estremo li hanno ovviamente odiati (ed hanno avuto i loro buoni motivi), ciò non toglie che siano riusciti a creare un autentico trend, e determinato il proliferare di numerose band di power sinfonico.
Fatte le ovvie differenze, anche i Kalidia sono gli eredi di questa tendenza, ormai in declino e riservata a pochi eroi che strenuamente la difendono (e a mio avviso fanno anche bene). Come si evince dal loro ep, questa formazione propone un power sinfonico con voce femminile come solista. La voce è molto pulita e pertanto è facile accostare i Kalidia agli ultimi Nightwish o agli italiani Ancient Bards.
Con quattro brevi tracce non è possibile dare un giudizio molto preciso sul valore di una band, mi limiterò quindi alle mie prime impressioni, positive con qualche riserva. Fresco, semplice e diretto: questo è il sound dei Kalidia, lontano dalle prolissità e dai toni austeri e troppo filo-teutonici di molte formazioni del genere. Brani decisi e concisi, che colpiscono dritto al cuore e fanno capire subito le loro intenzioni. Questo è delizia ma anche croce, in quanto toglie spazio all'innovazione e al coinvolgimento sulla distanza. La band sembra sommariamente timorosa di osare, e preferisce adagiarsi su percorsi già battuti, anche se bisogna riconoscere che lo fa con notevole bravura.
Lo scorrere delle quattro tracce avviene con leggerezza, in maniera fluida e senza cali di tono: ci sono quindi le basi per un full-lenght di tutto rispetto. Per il momento, nella mia umiltà mi permetto di dare ai Kalidia la sufficienza piena per un prodotto simpatico e gradevole, che spero serva da preludio un lavoro più completo e appagante per chi ama il symphonic power.

Voto: 6/10

Tracklist:
01) The lost mariner
02) Winged lords
03) Reign of Kalidia
04) Shadow will be gone

Grewon

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giovedì 22 novembre 2012

Recensione TEZZA F.

Tezza F. - The Message: A Story of Agony, Hope and Faith
(2012, Autoprodotto)
Power/Avantgarde Metal


Un artista sconosciuto, e una copertina tutt'altro che interessante. Anzi, oserei dire piuttosto scialba. Tutto farebbe supporre che si tratti di uno di quei dischi autoprodotti che fanno sbadigliare dall'inizio alla fine. Beh, niente di più sbagliato: non appena l'album parte nel lettore, ci si deve necessariamente ricredere. "The Message: A Story of Agony, Hope and Faith" è una vera e propria "favola" sonora, un concept album composto da dodici tracce in tutto, un autentico concentrato di interessantissime emozioni, con ben poche pecche.
Non mi dilungherò molto in questa recensione, in quanto per analizzare ogni singolo tratto di quest'eterogeneo composto sonoro si dovrebbero spendere infinite frasi e parole, e la prolissità che ne deriverebbe inquinerebbe la considerazione di questo meritevole lavoro. Mi limiterò pertanto a citare alcune associazioni che mi sono venute in mente, cosa assai difficile data l'originalità compositiva di "The Message". per prima cosa, le radici più profonde sono quelle del power metal che strizza l'occhio alla sinfonia: non so perché ma mi son venuti in mente gli Avantasia (side-project del frontman degli Edguy Tobias Sammett) ma anche gli Ayreon. Come già accennato poco fa, infatti, le canzoni sono quasi totalmente differenti l'una dall'altra, e ognuna di loro è da considerare come un tassello della storia, con uno stile ed un approccio sempre nuovi e diversi da quelli delle altre.
Lati negativi del disco? Una certa sommaria insicurezza di fondo, sicuramente dovuta forse alla poca fama di questo progetto musicale: si può dire ciò che si vuole, ma alla fine è sempre l'acclamazione popolare il motore che spinge una band a fare di meglio e ad acquisire il carisma necessario per imporsi su un mercato sempre più saturo di uscite, ma paradossalmente sempre più povero di qualità, ahimé.
"The Message: A History Of Agony, Hope and Faith" è fortunatamente un lavoro più che discreto, e si rivela essere una piacevole sorpresa per qualunque tipo di ascoltatore, dato che propone un massiccio contenuto sonoro dalle innumerevoli sfaccettature.

Voto: 7,5

Tracklist:
01) Quies aeterna (intro)
02) Wings of a tragedy
03) Fading lightless
04) Caelorum signa (interlude)
05) Whisper symphony
06) My face in the mirror
07) At the dawn of a new day
08) This shining flame
09) Outside
10) In nomine Patris (interlude)
11) The message
12) Beyond the gates of Heaven (outro)

Grewon

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Recensione CROMO

Cromo - Unchained
(2012, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy-Power Metal


Curiosa proposta quella dei Cromo, una band di cui sinceramente non avevo mai sentito parlare ma che mi ha piacevolmente colpito, sia per la complessiva originalità del proprio sound che per l'esecuzione tecnica.
Il genere musicale è quanto mai difficile da catalogare precisamente: abbiamo infatti elementi di hard-rock tardosettantiano/ottantiano con influenze glam: Kiss, Motley Crue, Poison sono due nomi altisonanti che si possono citare per fornire un metro di valutazione. Tuttavia ci sono anche alcune influenze "tastierose" con lievi accenti prog, che mi hanno fatto ripensare dapprima agli Europe, e poi ai primissimi Dream Theater, quelli di "When Dream and Day Unite".
L'EP in esame è composto da sei tracce, per la durata complessiva di circa 25 minuti. Come già detto prima, l'impressione avuta è quella di una band che sa il fatto suo e semplicemente propone diverse soluzioni musicali per il semplice gusto di farlo, per divertimento e non perché non si hanno le idee chiare su quale direzione prendere. E' altresì probabile che nell'immediato futuro, considerate le impressioni della stampa e dei fans su quest'ep, si possa preferire l'una o l'altra strada, ma ciò non toglie che questo Unchained, sebbene non sia un capolavoro, sia comunque divertente e piacevole da ascoltare: venticinque minuti di buona musica, soprattutto per gli amanti del genere. I puristi dell'heavy metal classico, o dell'hard rock, possono magari storcere il naso davanti a quest'ecumenismo musicale che evita di schierarsi apertamente dall'una o dall'altra parte. Eppure basta aprire un po' la mente per riuscire a gustarsi un EP discreto e ben ideato.
Speriamo che in futuro i Cromo possano migliorarsi e siglare un prodotto con più carattere e in grado di imporsi sulla scena musicale satura di band, ma sempre affamata di talenti meritevoli.

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Hitchhiking
02) Heavy metal lover
03) Storm warning
04) Tide of flood
05) Shine my star
06) Wasted time


Grewon
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Recensione Grim

GRIM - MASTURBATING ZOMBIE
(2011, AUTOPRODOTTO/NECROTORTURE AGENCY)
HARD ROCK/ HEAVY METAL


Se non conoscessi i Grim per il loro precedente lavoro Noises from the graveyard, visto l'artwork avrei subito pensato ad uno di quei gruppi brutal gore da me tanto amati, ed invece gli abruzzesi sono autori di un horror rock dalle tinte heavy metal, genere caro a Alice cooper e W.a.s.p. per genere e Rob zombie per tematiche.
Partendo con l'ascolto dell'intro di Nightmare castle e My black widow non posso fare a meno di notare i progressi rispetto al precedente lavoro, finalmente il sound è armonico e ben eseguito oltre che musicalmente molto valido.
Society e Venomous tirano il sound su tempi più heavy, senza mai stupire per esecuzione tecnica ma quadrando tutta la sessione ritmica del pezzo in un incastro praticamente perfetto.
Prematurial buries e Cutting oltre a far intravedere una prova dietro le pelli leggermente oltre il canonico timbrare il cartellino ci portano a Breathless e Painful con molta allegria, alla fine l'alchimia dei pezzi fin ora ascoltati è semplice quanto letale. Metrica semplice senza fronzoli e fraseggi virtuosi, esecuzione onesta e senza sbavature con il risultato che i riffing ed i ritornelli si ficcano nel cervello senza mai andarsene incalzati da una prova vocale che valorizza tutti i brani.
Inferno, It's so better to be buried tengono le redini del genere ben rappresentato e ben eseguito portando l'album in chiusura con The dead are after me e regalandoci l'irriverente ed esilarante Beverly hills a chiudere degnamente un buon lavoro nello stesso modo in cui l'aveva cominciato.
Concludendo, sicuramente non ci saranno baroccheggiamenti e virtuosismi tecnici esaltanti in questo masturbating zombie, ma l'attitudine nell'esecuzione e la simpatia della proposta scenico musicale lo fanno rivelare un disco che si ascolta molto piacevolmente e non dispiace affatto.

Voto: 6/10

Tracklist:
1 NIGHTMARE CASTLE
2 MY BLACK WIDOW
3 SOCIETY
4 VENOMOUS
5 PREMATURIAL BURIES
6 CUTTING
7 BREATHLESS
8 PAINFUL
9 INFERNO
10 IT'S SO BETTER TO BE BURIED
11 THE DEAD ARE AFTER ME
12 BEVERLY HILLS

Furia

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Recensione CONCRETE

Concrete – Madness
(2012, Autoprodotto)
Thrash/Metal



Questo primo lavoro è datato 2012, ed è stato registrato nei Bunker Studios, con l'aiuto di Fabio “Trai” Intraina in fase di mix e mastering. Ma, prima di dare alla luce i loro pezzi inediti, che compongono la tracklist del loro EP “Madness”, i Concrete si sono fatti le ossa in diversi live, suonando i classici delle loro bands di riferimento, quali Anthrax, Sepultura, Sodom, Testament.
Formatisi nel 2009 grazie all'idea di Daniele Orlandi (al basso) e Luca Nazzari (dietro le pelli), e reclutati Massimo Ercoli (alla chitarra solista) e Manuele Ruggiero, che, oltre alla chitarra ritmica, si occupa anche della parte vocale, i Concrete, nella zona sud di Milano, cercano una propria strada nel mondo del metal, producendo un buon Thrash Metal di vecchia scuola, diretto e potente.
Ascoltando le sei tracce del Ep “Madness” (sebbene “interlude”, sia un breve intro strumentale), saltano all'orecchio alcuni aspetti: il loro songwriting è una sapiente miscela di thrash/speed e le tracce risentono sicuramente delle sonorità e dei riff di matrice old school; altro aspetto positivo è la produzione, che riesce a far godere abbastanza bene dei vari suoni, senza fastidiosi fruscii. Di contro, si potrebbe obiettare che, ispirandosi fortemente alla scuola anni '80, il loro thrash non porta novità nel panorama metal; e ciò farà storcere il naso a chi è alla costante ricerca di sonorità nuove e alternative; certo non a me che, già adolescente nei primi anni di vita del thrash, resto ancorato a quei riff e a quegli stilemi di metal.


Voto: 7/10


Tracklist:
1. sycon
2. fuckcilation
3. devastation
4. interlude
5. lobotomized
6. madness

EvilViking

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domenica 29 luglio 2012

Recensione THE BURNING DOGMA

The Burning Dogma - Cold Shade Burning
(2012, Autoprodotto)
Thrash/Black Metal

Ah però. Ho ascoltato l'ep dei The Burning Dogma prima di leggere la loro biografia, e mai, mai mi sarei aspettato che si trattasse della loro prima incisione inedita, per giunta autoprodotta.
Trovare una tale alchimia nel songwriting è cosa assai rara, attualmente, in molte band mainstream. Figuriamoci nella zona underground, pullulante di formazioni acerbe ma con pochi nomi degni di nota, perlomeno nel genere di riferimento, il thrash/black.
Sebbene infatti il genere venga definito "death doom metal", io ci ho trovato pochi elementi di entrambi i generi e ascoltando a fondo le cinque tracce dell'EP, mi son venuti alla mente (e con immenso piacere) gli Absu, fra i migliori nomi nel panorama thrash/black. Ci ho trovato un lieve tocco di atmospheric black, ma nulla di vincolante.
Il disco si apre con "Dark horizon approaching", un'intro onirica che trasmette già un senso di disagio e sofferenza, e apre la pista ai successivi tre brani, immensi e coinvolgenti in tutta la loro durata. "The fourth shade", in particolare, è quello che mi ha maggiormente colpito, e che davvero sembra partorito dalla mente di una band con decenni di esperienza. "Cold Shade Burning" si chiude con "The burning town", un'outro eterea e introspettiva, che chiude il sipario su questo brillante EP. La cosa curiosa è che anche a livello di produzione si sono realizzati ottimi risultati, a dimostrazione del fatto che non sono necessari i suoni ultrapomposi (Nuclear Blast?) per lasciare il segno.
Non dò un voto più alto del 7,5 proprio perché non posso equiparare un EP ad un full-lenght: ciò che è bello lascia sempre un po' di amaro in bocca quando finisce presto. Ai The Burning Dogma, però, dò i miei sinceri complimenti, con l'augurio di poter ascoltare a breve anche un full-lenght che sia un degno successore di "Cold Shade Burning".


Voto: 7,5/10

Tracklist:
01) Dark horizon approaching
02) A dogma to burn
03) Her body cold
04) The fourth shade
05) The burning town

Grewon
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Recensione FURY N' GRACE

Fury n' Grace - Diabolism Of Conversation
(2011, Dragonheart)
Heavy Progressive Metal

Il destino dell'underground italiano è questo: avere potenzialità espressive e capacità compositive senza pari, produrre dischi di indubbio spessore, ma sottostare a ridicole leggi di marketing basato sulla pubblicità televisiva, che decide le vendite e la fama di una band in base a quanto viene sponsorizzata in tv. Questo purtroppo inflaziona i negozi di dischi scadenti, ma per fortuna non penalizza più di tanto la creatività e la voglia di suonare dei musicisti che le palle ce le hanno veramente. Anzi, talvolta è proprio l'underground l'unico modo per esprimere le proprie potenzialità al massimo, senza che una major ti imponga come e cosa suonare.
Questa lunga premessa era doverosa per introdurre il secondo album ufficiale dei Fury n' Grace, bizzarra formazione all'attivo da 18 anni, ma dal passato un po' tormentato: con alcuni sfortunati incidenti finanziari delle precendenti case discografiche, non ha potuto vedere pubblicati i due primi album, rimasti improdotti (ma spero che siano reperibili, in qualche modo, almeno in formato digitale).
"Diabolism of Conversation" è l'ultimo album dei Fury n'Grace, e vede un nome altisonante prendere in mano il ruolo di lead singer: Deathmaster dei DoomSword. Si, esatto proprio lui: l'ugola d'oro dell'epicità italica, col suo timbro profondo e spiccatamente battagliero, in questa situazione si cimenta con un genere piuttosto differente. Lo vediamo infatti destreggiarsi tra i tempi dispari e gli assoli progressivi di quest'originale proposta musicale, per poi ricaricarsi coi tempi epici e martellanti dell'heavy più puro.
Non mi soffermerò su ogni singola traccia, dico solo che l'esperienza sonora di "Diabolism of Conversation" è più che degna di essere assaporata da qualunque ascoltatore: un heavy progressivo oscuro e ipnotico, niente di easy-listening, ma nemmeno nulla di troppo complesso. Chiunque infatti potrà trovarci qualcosa di suo gradimento.
In definitiva, forse non si tratta esattamente di un capolavoro, ma resta comunque un valido e originale lavoro, splendidamente suonato.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 - Macabro
02 - Diabolism of conversation
03 - Privilege of death
04 - In midnight gardens burns the veil of evening fears
05 - The serpent
06 - The serpent: a mistery planned within me by the sea
07 - Of human details
08 - Architecture
09 - The darkening of a violet plumage
10 - Von der Vermahlung des Salamanders mit der grunen Schlange
11 - Paraphernalia of the mystic meat
12 - Gavotte for the ghosts in the oven


Grewon

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Intervista VIOLENTOR

Intervistiamo oggi una delle sorprese più belle del 2011, già recensiti sul nostro blog, i toscanacci VIOLENTOR.

1) Salve ragazzi, iniziamo parlando dei riscostri del vostro debut album omonimo (votato dal sottoscritto come miglior album italiano 2011 nei nostri Top & Flop di fine anno) tirando le somme suppongo che ci sia da essere soddisfatti un bel pò, vi aspettavate pareri così entusiasti?

Ale “Dog” Medici: Molto soddifatti, sapevamo di aver fatto un disco che sarebbe piaciuto agli amanti del genere, del resto da ascoltatori noi stessi lo consideriamo un bel disco.

Rasha:Grazie mille Alex, le somme sono ancora lunghe da tirare. Stiamo lavorando bene e la risposta è molto positiva. I pareri degli altri, positivi o negativi, non ce li aspettiamo fino a che non ce li dicono. Ci concentriamo su altro.


2) Immagino che i paragoni coi Motorhead si siano già sprecati, vero? Ma quali sono le influenze più imprevedibili dei Violentor?

Ale “Dog” Medici: nulla di imprevedibile, siamo metallari vecchia scuola quindi si va sulla NWOBHM, Thrash, punk e crust anni '80!


3) Quanto conta l'attitudine in una band come i Violentor? Com'è il rapporto tra voi componenti?



Ale “Dog” Medici: l'attitudine e' tutto, e va di pari passo con la nostra passione per la musica, siamo quello che siamo al 100%, senza finte apparenze.
Il rapporto tra noi e' perfetto, siamo fratelli, siamo cresciuti insieme, abbiamo iniziato ad ascoltare questa musica insieme quindi condividiamo molte cose nell'ambito musicale.


4) Come riconoscimento al vostro lavoro avete avuto l'opportunità di aprire per leggende della vecchia guardia italiana come Bulldozer, Fingernails e Raw Power. Com'è stato condividere il palco con queste glorie nostrane? Le leggende spaccano ancora il culo alle nuove leve?

Ale “Dog” Medici: E' stato molto bello, molto emozionante anche perchè queste bands ci hanno influenzato sulla composizione dei pezzi del primo e del nuovo disco che uscirà tra poco, nutriamo un grande rispetto per queste bands e loro (sopratutto i Fingernails) sono in gran forma, ma i Violentor spaccano il culo a chiunque!!!

Rasha: E' stato un onore per noi suonare con loro. Siamo tutti della stessa famiglia. Le leggende spaccano il culo. Noi, dalla nostra, cerchiamo di spaccare sempre di più a ogni concerto.


5) Recentemente avete partecipato alla splendida iniziativa di beneficienza in favore dell'Emilia terremotata, che pare aver avuto molto successo. Parlateci di questa bella esperienza

Rasha:E' stato gratificante l'essere stati contattati. Abbiamo avuto occasione di poter prendere parte a un' iniziativa, per noi nuova, che ci portava a dare un piccolo contributo per qualcosa di più grande.


6) L'argomento del momento, anche su Metalarci Webzine, è il cosiddetto "pay to play". Voi Violentor nonostante siate attivi da relativamente poco avete già un curriculum di tutto rispetto, e il tutto in maniera pulita. In un panorama desolante in cui sembra passare il messaggio che solo umilianti compromessi danno visibilità, vogliamo dire che c'è un alternativa onesta? Diteci la vostra su questo tema scottante

Ale “Dog” Medici: l'alternativa al pay to play, c'e', basta fare le cose con un umiltà, se si pensa di fare i soldi con la musica, o lavorare con la musica si parte gia' con il piede sbagliato, la visibilità non si aquista, il pay to play non serve a niente. I veri investimenti che un gruppo deve sostenere sono la produzione dei dischi, il produrre merchandise, fare cassette, magari anche vinili, produrre piu' roba possibile e sbattersi per mandarla in giro, e' chiaro che i soldi ci vogliono, ma la pubblicità e' gratuita oggi giorno sul Web, e c'e' verso pure di rientrare con le spese, c'e' da farsi il culo, e'chiaro, io il mio tempo libero lo dedico esclusivamente ai Violentor, ma e' una passione e lo faccio molto volentieri.


7) Il vostro calendario live è molto fitto, quali saranno i prossimi movimenti e dove vi piacerebbe esportare il sound Violentor?

Ale “Dog” Medici: Sicuramente in Europa, abbiamo stretto un po' di contatti in questo periodo quindi presto vedrete un po' di risultati a tal proposito!
Per ora abbiamo mediamente un paio di date al mese di qui a ottobre.
Abbiamo intenzione di fare un tour di 3 date per la presentazione del nuovo album con varie bands ospiti di cui una band straniera di supporto a novembre


8) In chiave studio invece è presto per iniziare a pensare al capitolo successivo o siete già proiettati in ottica nuovo album?

Ale “Dog” Medici: Siamo gia' in studio, il nuovo album uscirà a Novembre, sempre per la messicana EBM Records!


9) La Toscana si conferma un serbatoio importante della scena italica, come facemmo anche per i vostri conterranei Devastator, parlateci in toscano della situazione metal della vostra regione

Ale “Dog” Medici: Diahane che cazzo ti devo di', noi toscani siamo immeglio!


10) L'intervista si conclude qui, vi faccio un grande in bocca al lupo per il futuro,grazie della dispobilità, chiudete come meglio credete

Ale “Dog” Medici: UH!


Torrrmentor
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martedì 8 maggio 2012

Recensione PRIPJAT

Pripjat - Liquidators
(2012, Unsigned)
Thrash Metal

I Pripjat nascono a Colonia (Germania) nel 2011 dall’incontro di Kirill ed Eugen, entrambi di provenienza ucraina e nati a Kiew; amanti del thrash metal old school, i due decidono di formare una band riuscendo a completarsi con gli arrivi di Michael al basso e Yannik alla batteria.
Il nome della formazione consiste nello spelling alternativo per Prypiat, la città fantasma ucraina costruita nel ’70 e adiacente alla vecchia centrale di Chernobyl: a seguito del più grave incidente nucleare a cui la storia umana abbia mai assistito, é rimasta abbandonata e disabitata dall’86.
La prima canzone, intitolata “Liquidators”, é per l’appunto dedicata a coloro che, pur di salvare la popolazione, sacrificarono la propria vita per cercare di contrastare il tremendo disastro.
Devo ammettere che, prima di iniziare ad ascoltare il loro lavoro, non avrei mai pensato che la demo di questa band potesse essere di così grande riuscita; invece la traccia si apre sin da subito con riff micidiali che si susseguono uno dietro l’altro e, da esperto del genere, mi sento di dire che il quartetto per quanto riguarda il “thrash old school” ha le idee parecchio chiare; anche le vocals sono, per gli amanti del genere, un qualcosa di davvero apprezzabile (ricordando un mix fra la voce di Angelripper dei Sodom e Foresta dei Municipal Waste).
La seconda traccia, intitolata “Born To Hate”, si apre con un intro melodico davvero apprezzabile e mostra riff altrettanto efficaci che, come molti della demo, mostrano influenze tipiche della scena thrash tedesca (Sodom e Kreator in primo luogo) con quel ché di Slayer che in una band di thrash metal spinto non potrebbe mai mancare.
Anche il terzo brano, come gli altri due, é alle mie orecchie perfetto: “Toxic” é anch’essa spinta e, a causa delle ritmiche di chitarra perfette per il genere, é certamente in grado di guadagnare l’apprezzamento dei thrashers.
L’ultimo pezzo, intitolato “Acid Rain”, mostra ancora una volta riff davvero eccezionali e di grande fattura ma, rispetto agli altri, é forse l’unico che presenta una piccola (e per carità non grave) lacuna: sebbene la voce resti sempre ottima la traccia vocale é, in un paio di punti, non adatta al brano e da rivedere (motivo per cui il mio voto finale non sarà anche superiore a quello dato).
Che dire, mentre nel nuovo millennio il thrash metal del nostro paese é al suo massimo apice (e parlo sia della quantità che della qualità delle band) nella fredda Germania si stenta un po’, e le band son davvero poche… ma se quelle poche che possiedono fossero tutte come questi Pripjat!!

Voto: 9/10

Tracklist:
01 – Liquidators
02 – Born To Hate
03 – Toxic
04 – Acid Rain

Contatti:
http://www.facebook.com/PripjatBand


Dave
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lunedì 7 maggio 2012

Recensione SEVEN THORNS

Seven Thorns - Return To The Past
(2010, Nightmare Records)
Power Metal

Il power metal non è morto, benché attualmente siano stati percorsi praticamente tutti i sentieri e sperimentate tutte le varie influenze e contaminazioni. Una band che decide di cimentarsi in questo genere è consapevole di non essere molto innovativa, e che dovrà quindi fare il doppio della fatica per emergere nella sterminata massa.
Per chi si chiedesse se l'ultimo album dei Seven Thorns, datato 2010, abbia le credenziali per emergere, la risposta è semplice: si, anche se con riserva.
"Return to the Past" è il secondo lavoro della formazione, e come detto prima non si prefigge di offrire qualcosa di nuovo, ma perlomeno ciò che offre è ben fatto. Le influenze riscontrabili in questo lavoro sono quelle dei maggiori gruppi di riferimento del settore: strumentalmente è davvero pregevole l'accostamento della tastiera, glaciale e avvolgente in chiaro stile Sonata Arctica alla chitarra a momenti velocissima e a momenti arpeggiosa e neoclassica in stile Timo Tolkki (Stratovarius). Batteria e basso seguono incalzanti ritmi colmi d'aggressività ed epicità, che sporadicamente lasciano il passo a brevi interludi di sonorità acustiche.
Il disco è composto da nove tracce, tutte molto particolari e generalmente credibili e orecchiabili, che forse peccano leggermente di originalità ma che sono perfettamente in grado di deliziare l'orecchio di chi le ascolta, fermo restando che apprezzi il power metal di matrice scandinava. Nove pezzi massicci e trascinanti (contententi testi meravigliosi e mai banali), che per tre quarti d'ora ci fanno capire che il power metal serio e ispirato non muore mai: semplicemente bisogna scegliere le giuste band.
Come anticipato ad inizio recensione, ci sono due piccole riserve da fare: per prima cosa la voce, caratterizzata da un timbro sporco e insolito per il genere. A me personalmente è piaciuto davvero tanto, se non altro perché non è la classica voce schizzata e stridula che viene (ab)usata nel power, ma i puristi del genere possono essere in disaccordo con me. In secondo luogo mi sarebbe piaciuta una bella power ballad, che rallentasse leggermente il ritmo e caricasse l'album con una spruzzata di romanticismo cazzuto. Ma va beh, i gusti sono gusti, e in ogni caso non si tratta di un aspetto negativo in maniera assoluta, ma solo relativa.
Mi complimento quindi coi Seven Thorns per il lavoro svolto, sperando che il futuro sia per loro roseo e che possa dare loro l'opportunità per migliorarsi sempre più.

Voto: 8/10

Tracklist:
01 - Liberty
02 - End of the road
03 - Through the mirror
04 - Freedom call
05 - Countdown
06 - Forest majesty
07 - Spread your wings
08 - Fires and storms
09 - Return to the past


Contatti:
Sito Web: http://www.seventhorns.com
Myspace: http://www.myspace.com/seventhorns


Grewon
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Recensione GENOCYA

Genocya - Again
(2012, Autoprodotto)
Progressive Heavy Metal

I Genocya sono una band attiva da oltre quindici anni, e che nel 2012 ha realizzato il suo ultimo album autoprodotto. Ebbene si, noi italiani siamo capaci di far firmare contratti astronomici agli sfigati senza talento né originalità vomitati dai talent show, e releghiamo formazioni di tutto rispetto nell’abisso dell’underground. Un vero peccato, soprattutto considerando l’enorme quantità di gruppi di tutto rispetto, che meritano soltanto un po’ di attenzione e interesse.
In questa categoria troviamo certamente i Genocya, autori di un heavy metal variopinto di progressive e spruzzato di sinfonia, a cui tutto possiamo dire fuorché che non sia originale: forse non sarò un esperto del settore, ma non sono riuscito a trovare nessuna band mainstream associabile.
Again” è un album di tutto rispetto, decisamente esteso (oltre 60 minuti) e composto da ben 13 tracce. È ovviamente scontato che la durata non sia minimamente un fattore determinante, in quanto ciò che conta è la qualità della musica. Su quest’aspetto, direi che ci troviamo nella media: abbiamo molta roba da ascoltare, ma si alternano momenti di brillante originalità a episodi di prolissità che fa sbadigliare, anche se non in modo esagerato. L’alchimia tra i componenti della band è riscontrabile ovunque e dona decisione e carisma al lavoro finito. Il livellamento dei volumi è discreto, con tutti gli strumenti ben distinguibili ma con le chitarre ad un volume a momenti troppo basso rispetto alla voce, che sovrasta prepotentemente tutto il resto. Voce che è croce e delizia dell’album: impeccabile, intonatissimo e con una buona estensione, il cantante ha un timbro molto simile a quello di Tobias Sammet (Edguy) e di Bruce Dickinson (Iron Maiden), ma alla lunga risulta ripetitivo, affrontando ogni passaggio allo stesso modo. Questo ovviamente non penalizza molto il voto dell’album, che si difende benissimo proprio grazie, come detto sopra, all’alchimia tra tutti i componenti: nessuno di loro infatti sembra fuori posto, e anche se magari avrei preferito una vocalità più espressiva, devo ammettere che obiettivamente è stato fatto un ottimo lavoro in ogni sua parte, voce inclusa
Cos’altro dire.. "Again" è un discreto album e ai Genocya vanno i migliori auguri e le speranze che un contratto discografico possa portarli alla ribalta che meritano, e che meritano alla grande.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Walk with me
02) Losing my way
03) Lost eyes
04) Gods
05) First sign of rain
06) Badly off
07) Loaded your gun
08) Why
09) Now I know
10) Opera
11) Follow me
12) Tziganata
13) Crawl me

Contatti:
http://www.jamyourself.com/genocya
http://www.facebook.com/davidedolly
http://it.myspace.com/genocyaitaly
http://www.reverbnation.com/genocyaitaly

Grewon

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Recensione JACK THE LAD

Jack The Lad – Jack the Lad
(2011, Autoprodotto)
Thrash Metal

Il genere di questa demo dei giovani Jack The Lad provenienti da Grezzana (provincia di Verona) viene definito come “Thrash Metal”, come le sonorità “old school” delle registrazioni e il riffing di alcuni momenti possano inizialmente effettivamente far pensare; il lavoro invece certamente non é per nulla collocabile nel genere, se non in piccolissima parte: le influenze derivanti dalla nuova corrente emocore/metalcore sono sicuramente più che evidenti, cosa ancora più facilmente avvertibile in tracce come, ad esempio, “Into My Day”; vi é però da dire che il prodotto della band non é certamente collocabile nemmeno in quel genere, mostrandosi non in grado di catturare l’apprezzamento degli amanti di entrambi i filoni artistici.
Dopo aver condotto, in maniera quasi sofferente, l’ascolto di 5 tracce “sconclusionate” e che di artisticamente sensato mostrano davvero poco giungo infine all’ascolto dell’ultimo brano, intitolato “Pray for Madness”: la traccia si mostra di miglior livello, e mi lascia a dir poco stupito data la mediocrità del resto del lavoro del giovane quartetto veneto: dalla traccia appaiono carattere, voglia di sperimentare e di uscire dagli schemi, con influenze carpite saggiamente dai leggendari “Death” di Chuck Schuldiner, particolarmente presenti nel riffing dell’ultima parte del brano, combinate con parti vocali più melodiche (per chi é in grado di apprezzare) quasi vagamente in stile “Nevermore”, e che stavolta non sono del tutto fine a se stesse e “ricercate” in maniera forzata e non spontanea: é grazie a questa traccia, e specialmente alle sue sezioni finali, che la giovane formazione riesce a strapparsi il mio voto finale che, altrimenti, sarebbe stato ben più basso (e con questo credo di aver detto tutto).
Certamente la band é giovane e ha tutta la possibilità di riparare agli errori commessi in questa demo: consiglio innanzitutto ai membri di “riunirsi” per dibattere sul tipo di genere che effettivamente si intende intraprendere, perché certo la prima tra le pecche di questa demo é quella di una scelta di genere a dir poco confusionaria e poco chiara ai componenti stessi.
Consiglio ai ragazzi di continuare a perseguire stilisticamente la strada visibile nell’ultimo brano del loro lavoro, magari con quel po’ di aggressività in più, ponendo fine a questa continua e “forzata” ricerca di melodia che é, ahimé, ben visibile in questo lavoro; come ultimo suggerimento darei infine quello di “rivalutare” la definizione di quello che é il genere effettivamente suonato: potrebbe sembrare quasi ironico a dirsi, ma il definirsi nella maniera sbagliata porterebbe già il progetto “fuorigioco”, nel caso ci si ritrovi di fronte ai capelloni più esperti.
Rivedete il tutto, rimboccatevi le maniche e chiedete opinioni, non è assolutamente troppo tardi!!

Voto: 5/10

Tracklist:

01 – Not This Time
02 – Into My Day
03 – Fast Decay
04 – The Deceptive
05 – Signals
06 – Pray For Madness


Dave
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