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giovedì 23 maggio 2013

Recensione VIGILANCE

Vigilance - Queen Of The Midnight Fire
(2013, Metal Tank Records)
Heavy Metal

L'heavy metal non morirà mai, dobbiamo prenderne atto. Nel corso degli anni sono nate infinite derivazioni e contaminazioni più o meno degne di nota, ma il sano vecchio heavy made in England è lungi dall'essere dimenticato. E non soltanto grazie ai bimbiminkia hipster che ripetono a pappagallo i nomi dei mostri sacri del genere, ma anche grazie a coloro che l'heavy metal lo amano veramente, senza seguire mode di sorta. In questo secondo filone troviamo i Vigilance, una giovane formazione che propone un heavy secco e diretto, come un pugno in piena faccia. Di "vecchio" qui c'è ben poco, se non la radice intima del genere musicale.
Benché non si tratti di un capolavoro assoluto, "Queen of the Midnight Fire" ha il merito di siglare uno stile tutto personale e a suo modo innovativo. Abbiamo infatti lievi richiami ed accenni ai primi due dischi degli Iron Maiden, ma troviamo anche accenni power metal riscontrabili in "Walls of Jericho" degli Helloween, ma anche brevi accelerazioni speed e innumerevoli associazioni con l'hard rock settantiano.
I nove brani che compongono il disco sono incisivi, diretti e senza nessun calo di ritmo. Forse il songwriting non tocca le corde dell'anima, ma alla fine possiamo trovarci tutto quello che si cerca da un album che propone l'heavy vecchia scuola. Musicalmente e a livello di produzione abbiamo infatti sonorità molto retrò, che sono una piacevole riscoperta per le orecchie abituate a tutto il digitale moderno. La vera sorpresa si riscontra tuttavia nella voce, incerta e non entusiasmante nelle clean vocals, ma in grado di sparare acuti eccezionali, così come eccezionale lo è anche nelle piccole parti di screaming.
Concludendo, "Queen of the Midnight Fire" è un album sommariamente discreto, con diverse frecce al suo arco e in grado di regalare piacevoli momenti agli amanti del genere.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Queen of the midnight fire
02) Behind the cellar door
03) SpeedWave
04) What lies beyond...
05) Night terrors
06) Four crowns of Hell
07) Poetry and the gods (in G minor)
08) Under sulphurous skies
09) Ritual of death


Grewon
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giovedì 7 marzo 2013

Recensione THE ABYSS GODS

The Abyss Gods - Birth Of The Gods
(2012, Autoprodotto)
Heavy/Progressive Metal

La biografia dei The Abyss Gods è ricca di date, festival e collaborazioni di grande spessore. Mentre il loro debut album è alle porte, mi accingo a recensire il loro ep autoprodotto, dal titolo “Birth of the Gods”. La mitologia, reale o fantastica, sembra quindi essere il filo conduttore dei loro componimenti, che musicalmente risentono di diverse influenze. Di base, troviamo un heavy metal molto “americaneggiante”, con una voce aspra e ruvida e richiami anche all’hard rock di fine anni 80. In alcuni passi è però facile sentire la correlazione col metal oscuro e introspettivo dei primi Amorphis, quelli di “The Karelian Isthmus” e “Tales from The Thousand Lakes”.
Birth of the Gods” è composto da soli tre brani di lunghezza standard; un demo dunque, più che un ep, ma le definizioni si sprecano, è la musica ciò che conta.
Sommariamente, devo ammettere che non sono rimasto particolarmente affascinato da questo disco: non è per la produzione carente (caratteristica ovvia per le band alle prime armi, e che non intacca minimamente il giudizio complessivo), ma proprio per il songwriting in generale, che in diversi punti mi è parso approssimativo e incontra il suo picco creativo solo nella strumentale “Into destiny”. Un altro elemento disturbante è rappresentato dai cori aggiunti alla voce principale, che non ottengono a mio avviso il risultato sperato, cioè quello di supportare la lead vocal. Questo problema è facilmente risolvibile a livello di produzione, e si deve tener anche conto che in sede live queste imprecisioni assolutamente non si sentono.
Cos’altro dire: i The Abyss Gods sono musicisti abili e decisi, e questo si vede. Questo breve ep di debutto è ancora un po’ acerbo, ma le potenzialità di questa band si vedono eccome: sicuramente dal vivo le impressioni sono di indubbio spessore. Resto in attesa del loro full-lenght, e sono personalmente molto fiducioso per il loro futuro.

Voto: 5

Tracklist:
01) Birth of the gods
02) Into destiny
03) Race against time


Grewon
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martedì 8 gennaio 2013

Recensione OTHER VIEW

Other View - Going Nowhere
(gen 2013, autoprodotto)
Heavy-Power


Qui, parlerò del primo full-lenght, autoprodotto, degli Other View, album in prossima uscita nei primi mesi del nuovo anno, e che si intitola “Going Nowhere”. Questo loro primo lavoro in studio nasce, però, da una decennale esperienza della band, e racchiude i gusti e le variegate esperienze personali del sestetto che compone gli Other View.
Il combo è formato dai due fondatori, Lon HaWk alla voce e Stefano Candi alla chitarra, dall'altra chitarra Francesco Tuscano, da Giacomo Bizzarrini dietro le pelli, da Antonio La Selva al basso e da
Matteo “Vidar” Cidda alle tastiere.
La band muove i primi passi nel 2003 e nasce come progetto di stampo heavy classico con influenze power; ma col tempo, e l'apporto significativo in fase di songwriting di tutti gli elementi dei Other View, il sound si affina e spazia in varie direzioni, pur restando potente, veloce e diretto in brani come “exile” e “in a tower of lies”; ma si possono riscontrare bene alcune sfumature prog in brani come “rebirth”, grazie al lavoro di Bizzarrini alla batteria. La voce è sempre pulita e calda (mi ricorda in certi passaggi un Bailey più tagliente), e i chorus sono immediati e di pronta assimilazione, come nei primi Maiden. Nella tracklist è presente anche una ballad, “Balder's dream”, il cui video è vedibile al canale 22otherview su youtube.
La produzione è buona e i suoni son quasi sempre, forse ad eccezione della ballad, apprezzabili; il songwriting è ricercato sia nelle musiche che nei testi; ovviamente inventare qualcosa di assolutamente nuovo in ambito heavy-power è difficile e anche qui non ci son novità stilistiche, ma lo stile della band esce comunque fuori e l'intero album si ascolta con piacere e subito prende l'orecchio dell'ascoltatore.

Voto: 8/10

Tracklist:
01- Exile
02- Doppelganger
03- Rebirth
04- Balder's Dreams
05- In A Tower Of Lies
06- Lost In Heaven And Hell
07- Every Friday
08- Reason Of Life
09- Spawn

EvilViking

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domenica 9 dicembre 2012

Recensione THE KING'S BAND

THE KING'S BAND - THE ANTICHRIST
(2012, Autoprodotto)
HARD'N'HEAVY


I the king's band sono il progetto di Karlage king, progetto musicalmente promosso dalla Necrotorture agency che riporta agli albori sonorità tipicamente di gruppi come Skid row, Motley crue, L.A. guns in chiave personalmente ed irriverentemente rivisitata.
Radio hell getta le basi di un sound semplice e d'impatto destinato a rimanere bene in testa, non ci sono virtuosismi particolari, sia in esecuzione strumentale che in tecnica canora, per non parlare poi del livello di pronuncia ma fatto sta' che questo pezzo nella sua semplicità è di sicuro impatto.
Gypsy night e Sex after night procedono con preoccupanti interpretazioni canore, ma musicalmente rimangono ben strutturati nella loro onestà, seppur in gioco di incastro dei riff a lungo andare diventi noioso e prevedibile a livello qualitativo totale i pezzi quadrano bene.
Trip in the after life e You are my bitch cercano di districarsi in tempi davvero lunghi per i pezzi, che contraddinstinguono un po' tutti i pezzi. Ciò penalizza il risultato finale anche alla luce di una mancanza di idee e d'innovatività, ma come detto precedentemente, queste lacune unite ad un'interpretazione vocale davvero anomala comunque non toccano l'impatto del pezzo che nel complesso rimane decente nonostante tutto
In death or glory oltre a chiudere il pezzo, la prova vocale tocca i minimi storici di questolavoo, davvero imbarazzante a tratti.
Considerando la prova vocale, la tecnica esecutiva, la composizione metrico musicale dei pezzi forse sarebbe stato meglio ordinare le idee e far uscire questo lavoro tra qualche anno, magari curando anche la produzione visto la pessima resa di questa.
Salvo la visione irriverente e simpatica sia della band che del genere proposto, ma come proposta musicale decisamente da evitare.

Voto: 4/10

Tracklist:
1 Radio Hell
2 Gypsy Night
3 Sex After Night
4 Trip In The After Life
5 You Are My Bitch
6 Death Or Glory

Furia

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giovedì 22 novembre 2012

Recensione CROMO

Cromo - Unchained
(2012, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy-Power Metal


Curiosa proposta quella dei Cromo, una band di cui sinceramente non avevo mai sentito parlare ma che mi ha piacevolmente colpito, sia per la complessiva originalità del proprio sound che per l'esecuzione tecnica.
Il genere musicale è quanto mai difficile da catalogare precisamente: abbiamo infatti elementi di hard-rock tardosettantiano/ottantiano con influenze glam: Kiss, Motley Crue, Poison sono due nomi altisonanti che si possono citare per fornire un metro di valutazione. Tuttavia ci sono anche alcune influenze "tastierose" con lievi accenti prog, che mi hanno fatto ripensare dapprima agli Europe, e poi ai primissimi Dream Theater, quelli di "When Dream and Day Unite".
L'EP in esame è composto da sei tracce, per la durata complessiva di circa 25 minuti. Come già detto prima, l'impressione avuta è quella di una band che sa il fatto suo e semplicemente propone diverse soluzioni musicali per il semplice gusto di farlo, per divertimento e non perché non si hanno le idee chiare su quale direzione prendere. E' altresì probabile che nell'immediato futuro, considerate le impressioni della stampa e dei fans su quest'ep, si possa preferire l'una o l'altra strada, ma ciò non toglie che questo Unchained, sebbene non sia un capolavoro, sia comunque divertente e piacevole da ascoltare: venticinque minuti di buona musica, soprattutto per gli amanti del genere. I puristi dell'heavy metal classico, o dell'hard rock, possono magari storcere il naso davanti a quest'ecumenismo musicale che evita di schierarsi apertamente dall'una o dall'altra parte. Eppure basta aprire un po' la mente per riuscire a gustarsi un EP discreto e ben ideato.
Speriamo che in futuro i Cromo possano migliorarsi e siglare un prodotto con più carattere e in grado di imporsi sulla scena musicale satura di band, ma sempre affamata di talenti meritevoli.

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Hitchhiking
02) Heavy metal lover
03) Storm warning
04) Tide of flood
05) Shine my star
06) Wasted time


Grewon
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Recensione Grim

GRIM - MASTURBATING ZOMBIE
(2011, AUTOPRODOTTO/NECROTORTURE AGENCY)
HARD ROCK/ HEAVY METAL


Se non conoscessi i Grim per il loro precedente lavoro Noises from the graveyard, visto l'artwork avrei subito pensato ad uno di quei gruppi brutal gore da me tanto amati, ed invece gli abruzzesi sono autori di un horror rock dalle tinte heavy metal, genere caro a Alice cooper e W.a.s.p. per genere e Rob zombie per tematiche.
Partendo con l'ascolto dell'intro di Nightmare castle e My black widow non posso fare a meno di notare i progressi rispetto al precedente lavoro, finalmente il sound è armonico e ben eseguito oltre che musicalmente molto valido.
Society e Venomous tirano il sound su tempi più heavy, senza mai stupire per esecuzione tecnica ma quadrando tutta la sessione ritmica del pezzo in un incastro praticamente perfetto.
Prematurial buries e Cutting oltre a far intravedere una prova dietro le pelli leggermente oltre il canonico timbrare il cartellino ci portano a Breathless e Painful con molta allegria, alla fine l'alchimia dei pezzi fin ora ascoltati è semplice quanto letale. Metrica semplice senza fronzoli e fraseggi virtuosi, esecuzione onesta e senza sbavature con il risultato che i riffing ed i ritornelli si ficcano nel cervello senza mai andarsene incalzati da una prova vocale che valorizza tutti i brani.
Inferno, It's so better to be buried tengono le redini del genere ben rappresentato e ben eseguito portando l'album in chiusura con The dead are after me e regalandoci l'irriverente ed esilarante Beverly hills a chiudere degnamente un buon lavoro nello stesso modo in cui l'aveva cominciato.
Concludendo, sicuramente non ci saranno baroccheggiamenti e virtuosismi tecnici esaltanti in questo masturbating zombie, ma l'attitudine nell'esecuzione e la simpatia della proposta scenico musicale lo fanno rivelare un disco che si ascolta molto piacevolmente e non dispiace affatto.

Voto: 6/10

Tracklist:
1 NIGHTMARE CASTLE
2 MY BLACK WIDOW
3 SOCIETY
4 VENOMOUS
5 PREMATURIAL BURIES
6 CUTTING
7 BREATHLESS
8 PAINFUL
9 INFERNO
10 IT'S SO BETTER TO BE BURIED
11 THE DEAD ARE AFTER ME
12 BEVERLY HILLS

Furia

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domenica 29 luglio 2012

Recensione FURY N' GRACE

Fury n' Grace - Diabolism Of Conversation
(2011, Dragonheart)
Heavy Progressive Metal

Il destino dell'underground italiano è questo: avere potenzialità espressive e capacità compositive senza pari, produrre dischi di indubbio spessore, ma sottostare a ridicole leggi di marketing basato sulla pubblicità televisiva, che decide le vendite e la fama di una band in base a quanto viene sponsorizzata in tv. Questo purtroppo inflaziona i negozi di dischi scadenti, ma per fortuna non penalizza più di tanto la creatività e la voglia di suonare dei musicisti che le palle ce le hanno veramente. Anzi, talvolta è proprio l'underground l'unico modo per esprimere le proprie potenzialità al massimo, senza che una major ti imponga come e cosa suonare.
Questa lunga premessa era doverosa per introdurre il secondo album ufficiale dei Fury n' Grace, bizzarra formazione all'attivo da 18 anni, ma dal passato un po' tormentato: con alcuni sfortunati incidenti finanziari delle precendenti case discografiche, non ha potuto vedere pubblicati i due primi album, rimasti improdotti (ma spero che siano reperibili, in qualche modo, almeno in formato digitale).
"Diabolism of Conversation" è l'ultimo album dei Fury n'Grace, e vede un nome altisonante prendere in mano il ruolo di lead singer: Deathmaster dei DoomSword. Si, esatto proprio lui: l'ugola d'oro dell'epicità italica, col suo timbro profondo e spiccatamente battagliero, in questa situazione si cimenta con un genere piuttosto differente. Lo vediamo infatti destreggiarsi tra i tempi dispari e gli assoli progressivi di quest'originale proposta musicale, per poi ricaricarsi coi tempi epici e martellanti dell'heavy più puro.
Non mi soffermerò su ogni singola traccia, dico solo che l'esperienza sonora di "Diabolism of Conversation" è più che degna di essere assaporata da qualunque ascoltatore: un heavy progressivo oscuro e ipnotico, niente di easy-listening, ma nemmeno nulla di troppo complesso. Chiunque infatti potrà trovarci qualcosa di suo gradimento.
In definitiva, forse non si tratta esattamente di un capolavoro, ma resta comunque un valido e originale lavoro, splendidamente suonato.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 - Macabro
02 - Diabolism of conversation
03 - Privilege of death
04 - In midnight gardens burns the veil of evening fears
05 - The serpent
06 - The serpent: a mistery planned within me by the sea
07 - Of human details
08 - Architecture
09 - The darkening of a violet plumage
10 - Von der Vermahlung des Salamanders mit der grunen Schlange
11 - Paraphernalia of the mystic meat
12 - Gavotte for the ghosts in the oven


Grewon

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lunedì 18 giugno 2012

Recensione BRETUS

Bretus - In Onirica
(2012, Arx Production)
Heavy Metal/Doom/Alternative/Psychedelic


Ascoltare un album fuori dalle righe, difficile da catalogare in un genere ben definito è generalmente un piacere per chi lo ascolta: l'originalità è sempre un qualcosa di positivo in un album. Oddio, nel caso del primo full-lenght dei Bretus, intitolato "In Onirica" non si parla esattamente di originalità: la band infatti appare come un'erede dei grandi Alice In Chains, che coi loro ritmi cadenzati, i suoni distorti e le chitarre scordate hanno entusiasmato moltitudini di persone, negli Stati Uniti più che in Italia. L'originalità del lavoro dei Bretus non sta quindi nella proposta in sé quanto nelle varie contaminazioni, le quali donano al disco una freschezza non indifferente e lo rendono un prodotto unico e inconfondibile.
Le varie influenze sono accostabili al doom dei Candlemass o al progressive tetro e gotico dei penultimi Opeth (quelli di Ghost Reveries e Watershed, per intenderci), ma se ne distanziano per una forte componente psichedelica, a tratti totalmente acustica e a tratti accompagnata dalla tastiera.
Strumentalmente ci troviamo su buoni livelli e anche la produzione è più che discreta, per quanto il genere suonato non necessiti poi di suoni troppo pomposi e puliti. Il timbro vocale del cantante si sposa bene al contesto sonoro, tuttavia la sua pronuncia inglese è ben lungi dall'essere perfetta e in molti punti lascia a desiderare (d'accordo, è una pignoleria, ma è una questione di cui tener presente soprattutto se si mira al mercato estero).
Sostanzialmente si tratta di un'ottima prova per i Bretus, considerando che si tratta di un debut album. Nel complesso "In Onirica" è un prodotto sommariamente discreto, con molte frecce al suo arco ma che in alcuni punti risulta ridondante e in altri sia penalizzato dalla pronuncia inglese non sempre all'altezza, fortunatamente compensata dalla particolarità canora.
Se amate le sonorità care agli Alice In Chains, vale davvero la pena di acquistarlo. E' un bel disco e non delude di certo le aspettative.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Insomnia
02) The dawn bleeds
03) Down in the hollow
04) Leaves of grass
05) Escape
06) Forest of pain
07) The black sheep

Contatti:
http://www.myspace.com/bretus64
http://www.facebook.com/pages/Bretus-doom



Grewon
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lunedì 7 maggio 2012

Recensione GENOCYA

Genocya - Again
(2012, Autoprodotto)
Progressive Heavy Metal

I Genocya sono una band attiva da oltre quindici anni, e che nel 2012 ha realizzato il suo ultimo album autoprodotto. Ebbene si, noi italiani siamo capaci di far firmare contratti astronomici agli sfigati senza talento né originalità vomitati dai talent show, e releghiamo formazioni di tutto rispetto nell’abisso dell’underground. Un vero peccato, soprattutto considerando l’enorme quantità di gruppi di tutto rispetto, che meritano soltanto un po’ di attenzione e interesse.
In questa categoria troviamo certamente i Genocya, autori di un heavy metal variopinto di progressive e spruzzato di sinfonia, a cui tutto possiamo dire fuorché che non sia originale: forse non sarò un esperto del settore, ma non sono riuscito a trovare nessuna band mainstream associabile.
Again” è un album di tutto rispetto, decisamente esteso (oltre 60 minuti) e composto da ben 13 tracce. È ovviamente scontato che la durata non sia minimamente un fattore determinante, in quanto ciò che conta è la qualità della musica. Su quest’aspetto, direi che ci troviamo nella media: abbiamo molta roba da ascoltare, ma si alternano momenti di brillante originalità a episodi di prolissità che fa sbadigliare, anche se non in modo esagerato. L’alchimia tra i componenti della band è riscontrabile ovunque e dona decisione e carisma al lavoro finito. Il livellamento dei volumi è discreto, con tutti gli strumenti ben distinguibili ma con le chitarre ad un volume a momenti troppo basso rispetto alla voce, che sovrasta prepotentemente tutto il resto. Voce che è croce e delizia dell’album: impeccabile, intonatissimo e con una buona estensione, il cantante ha un timbro molto simile a quello di Tobias Sammet (Edguy) e di Bruce Dickinson (Iron Maiden), ma alla lunga risulta ripetitivo, affrontando ogni passaggio allo stesso modo. Questo ovviamente non penalizza molto il voto dell’album, che si difende benissimo proprio grazie, come detto sopra, all’alchimia tra tutti i componenti: nessuno di loro infatti sembra fuori posto, e anche se magari avrei preferito una vocalità più espressiva, devo ammettere che obiettivamente è stato fatto un ottimo lavoro in ogni sua parte, voce inclusa
Cos’altro dire.. "Again" è un discreto album e ai Genocya vanno i migliori auguri e le speranze che un contratto discografico possa portarli alla ribalta che meritano, e che meritano alla grande.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Walk with me
02) Losing my way
03) Lost eyes
04) Gods
05) First sign of rain
06) Badly off
07) Loaded your gun
08) Why
09) Now I know
10) Opera
11) Follow me
12) Tziganata
13) Crawl me

Contatti:
http://www.jamyourself.com/genocya
http://www.facebook.com/davidedolly
http://it.myspace.com/genocyaitaly
http://www.reverbnation.com/genocyaitaly

Grewon

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lunedì 13 febbraio 2012

Recensione TRISKELION

Triskelion - Burn
(2011, Autoprodotto)
Heavy Metal

Da Catania, i Triskelion ci offrono il loro Demo, Burn, lavoro dalle chiare tinte heavy metal con influenze epic.
La maideniana, Burn in my hell, apre questo lavoro, facendo subito notare l'invidiabile coesione strumentale, tra l'azzeccatissima distorsione della chitarra ed il suono del basso sempre in primo piano, le abilità tecniche fanno presagire un ottimo risultato.
Rebirth in fire si attesta in sonorità più cupe, che oltre a confermare quanto di buono sentito prima, deliziano con la prova canora anche nelle tonalità più basse, amalgamando il tutto con una buona prova di personalità nell'interpretazione del sound.
In un album d'ispirazione maideniana, non puo' mancare una cavalcata, ed eccola servita.... Why è davvero pregevole nel suo incedere, suonata alla perfezione con l'aggiunta della pregevole prova dietro le pelli ed il gusto armonico che rendono molto difficile farla uscire dalla testa. Chiude questo demo Delirium, che conferma tutti gli spunti ottimi dei primi pezzi, esaltando la personalità nella sezione ritmica facendo sempre coesistere ottimi individualismi sia nella prova della singer, che nella registrazione di basso che nell'alternanza tra riff ed accelerazioni di batteria.

Da Catania, dunque, un esempio di come una line up formata per i 3/4 da donne, possa ricevere complimenti non solo per la bella presenza ma anche per la cazzutaggine del groove e la preparazione tecnica espressa.
Questo burn, getta le basi, per un sound ed una band che, continuando ad esprimersi su questi livelli, prossimamente potrebbe dire violentemente la sua nel panorama italiano heavy metal.

Tracklist:
1 burn in my hell
2 rebirth in fire
3 why
4 delirium


Voto 6.5


Furia
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mercoledì 14 dicembre 2011

Recensione RAIN

Rain - XXX – 30 years on the road
(2011, Aural Music)
Hard Rock/Heavy Metal

Leggendo XXX viene subito in mente qualcosa di...“proibito”. Dal sottotilolo però capiamo che è molto di più: “30 years on the road”. I Rain compiono trent'anni. Trent'anni di duro lavoro e di sacrifici ma anche di grandi soddisfazioni. Festeggiano con l'uscita di un disco, che è in effetti un “greatest hits”, una raccolta* di tutti i brani più conosciuti della band. Mi soffermo un attimo su questo argomento. Perchè fare una raccolta dei brani più significativi? Doveroso festeggiare la ricorrenza (30 anni sono tantissimi); ma perchè non farlo con un nuovo lavoro? In fin dei conti stiamo parlando di una band che ha 7 album all'attivo (comprese demo) e penso che di tempo per assimilare i brani ce ne sia stato in abbondanza. Non capisco se sia stata una mossa commerciale oppure la band è un po' a corto di idee. *Ho usato un po' impropriamente la parola “raccolta” dato che i brani sono stati riarrangiati e registrati nuovamente. Comunque, torniamo a parlare di XXX. Sono 13 i brani presentati, tutti in stile tipicamente Rain, tra i quali anche l'unico e nuovissimo inedito Whiskey on the Route 666 che sa tanto di stelle e strisce già dal titolo! Un Hard-Rock anni '80 semplice ed efficace ma senza troppa originalità. Decisamente più originale Blood Sport, brano di apertura di XXX. Colpisce l'utilizzo dell'elettronica che va a completare il lavoro della batteria, senza risultare eccessiva. Born to Kill è, invece, di stampo più Heavy-Metal con ritmi tirati e sovraincisioni di voci che mi ricordano un po' . Alcuni brani, tra i quali End of Time, passano inosservati: sono scialbi, senza grinta, senza groove, piatti, insomma...ci siamo capiti! Per il resto sembra un “album periodico”! Dopo alcuni pezzi si ha l'impressione che si ripeti lo stesso copione ad intervalli regolari di tre-quattro brani: uno più spinto e Heavy-Metal, uno meno “dogmatico”, arricchito con elettronica o artifici di editing (come l'inizio di Only Your Dreams ad esempio) e per finire un “pezzo-flop”. Quello che spezza un po' l'equilibrio è Rain Are Us, riarrangiata in una versione acustica su cui c'è un bel gioco di voci. Una ballad davvero ben fatta! La lenta The Gate è introdotta da un arpeggio di chitarra che conferisce al pezzo un'impronta più “Ambient” che sarà presente un po' su tutto il brano. Ultimo pezzo da citare è We Want R'N'R, a mio avviso il più riuscito dell'album. Il ritornello è di quelli che entrano nella testa e non ne escono più; forse complice il timbro vocale, il brano ricorda moltissimo gli Iron Maiden di “The X Factor” e “Virtual XI”, quelli con Blaze Bayley alla voce per capirci. Per concludere, l'album non è del tutto convincente; certamente è suonato molto bene tecnicamente, gli arrangiamenti suono buoni ma qualche brano manca un po' di grinta e risulta un po' stantio. Ottima, invece, la prestazione del vocalist che colpisce sia sulle parti pulite e profonde, sia su quelle più aggressive o acute. Nulla da dire, inoltre, sulla produzione (non a caso il mastering è stato affidato ai Cutting Room Studios di Stoccolma). I fans dei Rain non saranno certamente scontentati da questo lavoro e neanche gli amanti dell'Hard Rock più puro!

Pasq

Contatti:
http://www.raincrew.com
http://www.myspace.com/raincrew1980


Tracklist:
01-Energy
02-Whiskey On The Route 666
03-Blood Sport
04-Rain Revolution
05-The Gate
06-Born To Kill
07-We Want R'n'R
08-In the night
09-End Of Time
10-Only Your Dreams
11-Fight For The Power
12-Only For The Rain Crew
13-Rain Are Us (Acoustic Version)

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lunedì 31 ottobre 2011

Recensione ANNO MUNDI

Anno Mundi - Cloister Graveyard in the Snow
(2011)
Heavy Rock

Molto spesso, quando una band vanta collaborazioni di alto livello nelle sue produzioni, è per fornire un "biglietto da visita" convincente, che però maschera diverse pecche nella proposta musicale vera e propria.
Non è fortunatamente il caso degli Anno Mundi, validissima band tricolore autrice di un Heavy Rock di chiara ispirazione Sabbathiana, con alcune contaminazioni anche nella scena Doom e Sleaze Metal degli anni 80.
Analizzando più approfonditamente la mia premessa, le "collaborazioni di alto livello" di cui parlavo sono quelle di componenti di band di immenso rispetto come Graal, Banco del Mutuo Soccorso, Rondò Veneziano, e tra le quali spicca la presenza di Paolo Lucini degli Ezra Winston, formazione che può vantarsi di aver portato il neo Progressive Rock nel nostro paese. Se tutti questi grandi artisti hanno onorato con la loro presenza il debut album degli Anno Mundi, un motivo ci sarà di certo.
A livello di produzione, mi ha fatto davvero piacere constatare come siano riusciti a ricreare perfettamente il sound delle vecchie registrazioni degli anni 70 e 80: quei piccoli fruscii di sottofondo e quelle sonorità granitiche, nude e crude, che tanto ci hanno deliziato nelle passate decadi, e che nell'ambiente musicale odierno vengono surclassate dalle produzioni pompose e (a volte troppo) perfette, grazie all'utilizzo dei computer.
Appena inizierete ad ascoltare il disco, vi sembrerà di essere letteralmente tornati indietro nel tempo, ma la nostalgia lascerà presto spazio alla soddisfazione nel notare che anche oggigiorno esistono band, come gli Anno Mundi, in grado di non dimenticare mai le radici, e di riproporle in maniera impeccabile.
E anche il fatto che "Cloister graveyard in the snow" sia disponibile solo in vinile non fa che rendere ancora più particolare e "retrò" questo esperimento musicale. Tra pochi mesi verrà commercializzata la consueta versione CD, ma per il momento sono solo i collezionisti di dischi in vinile a poter gustare il debut album degli Anno Mundi. La confezione contiene anche alcuni simpatici gadgets. Insomma: hanno pensato veramente a tutto.
Come già citato nella premessa, il sound non è "Sabbathiano" al 100%: ci sono anche diverse contaminazioni, tra cui lo Sleaze Metal dei Guns n'Roses (distintamente riconoscibili nell'opening "Scarlet queen") e il Doom/Heavy Metal dei Candlemass con Messiah Marcolin. Come al solito nelle mie recensioni mi soffermo prevalentemente sull'aspetto vocale: la voce di Federico si adatta bene alla mistura di generi suonata: riesce a modulare bene le differenze vocali rendendosi a tratti simile a Ozzy Osbourne e a tratti ad Axl Rose.
Detto questo, posso quindi accingermi a descrivere forse l'unica pecca di questa proposta musicale: l'originalità. Avendo preso pari pari il sound delle suddette band, manca ancora l'identità personale che possa fungere da "sigillo di qualità" per gli Anno Mundi, che per ora si adagiano su terreni già battuti. Ciò non toglie che le sei canzoni dell'album siano molto piacevoli e ben strutturate, con un ottimo songwriting e un'esecuzione di pari livello.
Per concludere, "Cloister graveyard in the snow" è un eccellente debut album che fa subito capire l'elevato livello tecnico e compositivo di questa band, che sa il fatto suo e che con un pizzico di innovazione e personalità in più può tranquillamente aspirare ad un posto nell'olimpo dei "mostri sacri" del Rock.


Grewon

Tracklist:

side one

1 - Scarlet queen
2 - The shining darkness
3 - Dwarf planet

side two

4 - Gallifreyan's suite:
a) Access to the 4th dimension
b) Tardis
c) Timelord
5 - Cloister graveyard in the snow
6 - God of Sun



Contatti:
e-mail: annomundigroup@gmail.com
MySpace: http://it.myspace.com/annomundigroup
ReverbNation: http://www.reverbnation.com/annomundi
FaceBook: http://www.facebook.com/annomunditheband

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venerdì 7 ottobre 2011

Recensione LAST FRONTIER

Last Frontier - Apocalypse Machine
(2010, Autoprodotto)
Heavy Metal

Attivi dal 2005, i campani Last Frontier, dopo tre demo si lanciano sulle lunghe distanze dando alle stampe nel 2010 il loro primo full lenght intitolato “Apocalypse Machine”, un titolo oscuro come le tinte che aleggiano nel sound del disco in questione, e l’intro quasi da colonna sonora dell’opener “Waiting For The Eclipse” ne è un valido esempio.

I Last Frontier ci propongono un Heavy Metal atmosferico e alquanto articolato, che nelle parti più pompose potrebbe riportare a qualcosa degli americani Savatage, chiaramente con le dovute distanze, con una certa vena progressiva nello stile degli ultimi Maiden. Sette brani per un totale di oltre 54 minuti di musica parlano chiaro sulla durata delle singole tracce in cui si sprecano cambi di tempo e di atmosfera, e purtroppo questa è una pecca perché troppo spesso i brani più che lunghi risultano allungati con brodaglie strumentali che possono arrivare a stancare l’orecchio dell’ascoltatore. La tecnica c’è in ogni singolo elemento del gruppo, le parti di tastiera e piano di Cyrion Faith danno un tocco gotico all’intero album, gli assoli di chitarra di Nitrokill sono caratterizzati davvero da un ottimo gusto per la melodia e da una notevole tecnica, e la voce rabbiosa e calda di Mich Crown ha buoni risultati anche quando si lancia in note alte, il falsetto lancinante di “Metamorphosys” lo dimostra, e il tutto è ben sorretto dal basso di Adrian Dèi e dall’incalzante drumming di Zarro B. Cruel. Purtroppo tutto ciò non è supportato da una buona produzione, in cui sovente le chitarre sembrano un tantino nascoste e non danno quella botta Heavy che darebbe sicuramente un migliore impatto al sound del disco! Il songwritng della band si nota che è molto ricercato, e c’è molto lavoro in cantina per arrivare al risultato dei brani che compongono “Apocalypse Machine”, una canzone articolata come “Summoning Armageddon” non viene fuori in quattro e quattr’otto, ma come dicevo sopra queste parti variegate risultano più croce che delizia nell’amalgama del prodotto, tanto che il brano meglio riuscito sembra “Black Horizon”, il brano più corto del lotto, che in poco meno di 6 minuti (soltanto 6!!!) sciorina un ottimo impatto Power e viaggia su coordinate costantemente Heavy.
Perdersi in minutaggi eccessivi non è cosa buona, ma di certo non è un male incurabile, una struttura dei pezzi più snella e concisa sarebbe una soluzione, ma anche arricchire i brani con più parti cantate, che potrebbero meglio coinvolgere l’ascoltatore nel seguire il variopinto universo sonoro dei Last Frontier, potrebbe risultare un’arma vincente… in conclusione il disco è apprezzabile, ma si può e si deve migliorare.


Piranha

Contatti:
info@last-frontier.it
www.last-frontier.it
www.myspace.com/lastfrontierband
www.youtube.com/lastfrontiermusic

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sabato 2 luglio 2011

Recensione - SIDESLIP TO HELL


SIDESLIP TO HELL – Gash The T(h)rash
(2011, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy Metal

Quando sento persone che si lamentano perché il Rock è morto, che non ha più nulla da dire, che non offre nulla di innovativo ma reinterpreta sempre sé stesso, mi sale una profonda e distruttiva rabbia… perché quelle stesse persone in realtà non fanno nulla per valorizzare una scena musicale che ha bisogno di supporto, più che di facili critiche!
Il Rock muore di continuo, eppure è ancora qua, simile a sé stesso eppure diverso, ma sempre fottutamente cazzuto: il Rock è morto, lunga vita al Rock!
Perché questa premessa? Perché di buon Rock ce n’è ancora in giro, e la band di cui vi parlerò appartiene a questa schiera.
I quattro fancazzisti e beoni che formano i Sideslip To Hell hanno grinta da vendere, unita a una tecnica degna di nota, oltre a una buona verve compositiva. Menzione speciale per il cantante Davide “Dave” Garro, che ha dalla sua un timbro graffiante perfetto per il genere.
E le chitarre? Il basso? La batteria?
Ottimo lavoro da parte di tutti, a partire dallo stesso Dave e di Stefano “Ramon” Ramondetti alle chitarre, così come per la sezione ritmica di Gianmaria “Paro” Parodi al basso e Andrei “Slobovich” Silvestru alla batteria. Si sente una certa influenza da parte dei Black Label Society… Il combo è compatto e sicuro dei propri mezzi e non perde un colpo per tutta la durata del demo.
Il demo, appunto…
Solo tre pezzi (di cui uno, MASS ADDICTION GUN, con un breve intro), che dicono tanto ma non si ha la misura della “lunga distanza”… come si comportano i 4 nel momento in cui devono misurarsi con 10/12 pezzi? Non dubito del fatto che siano in grado di sfornare un full lenght degno di questo nome: questo Gash The T(h)rash non fa altro che stuzzicare la curiosità… ma ovviamente ora sono attesi al varco!
Va bene, ragazzi… finora abbiamo scherzato… ora aspetto la prova di maturità! E fatevi valere in giro…
For those about to rock, we salute you! \m/

The Rock Child

Contatti:



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venerdì 1 luglio 2011

Recensione - DESIDERIA


DESIDERIA - End The Curse
(2011, Autoprodotto)
Heavy/Gothic/Power Metal

Ho conosciuto i Battlelore (un gruppo finlandese con parecchi album all’attivo e operante un Gothic/Power/Symphonic Metal con testi di ispirazione tolkeniana) da poco tempo, nonostante la loro prolifica carriera e il loro discreto successo. Mai però avrei immaginato che le loro produzioni avessero potuto ispirare così tante band, fra cui troviamo anche i francesi Desideria.
Anche qui, come nei da poco recensiti Motherstone, troviamo l’accostamento growling maschile/voce pulita femminile: il “beauty and the beast style” è lungi dall’essere abbandonato nonostante la saturazione del mercato di dischi con questa particolarità. Dopotutto ammettiamolo: l’ossimoro vocale e la contrapposizione tra voci pulite e sporche ci ha da sempre affascinato, e non solo nel Gothic puro: basti pensare agli Opeth, ai Therion e agli Amorphis, giusto per citare due band del mainstream metallico…
Il disco che sto recensendo ora è il debut album dei Desideria, intitolato End The Curse.
Composto da 10 tracce di cui due strumentali, riporta le ambientazioni sonore dei Battlelore, ma a livello di liriche spazia nella generale materia epica/bretone e anche in temi più moderni anziché concentrarsi su un’unica tematica approfondendo le argomentazioni tolkeniane de “Il Signore degli Anelli”, marchio di fabbrica invece della band finlandese. I testi di End The Curse sostanzialmente sanno stare in piedi, così come anche le musiche: graffianti e ben orchestrate ma non esenti da pecche, che mi accingo ad elencare.
Per prima cosa, la contrapposizione delle voci: mentre il growling maschile è stupefacente e non fa una grinza (in alcuni punti sfocia persino nello screaming gutturale di scuola Moonsorrow), le parti di voce femminile sono a mio avviso troppo leggere, troppo delicate e registrate con un volume troppo basso rispetto alla controparte maschile; nelle parti migliori mi hanno riportato alla mente i The Sins Of Thy Beloved (una grandiosa Doom/Gothic Metal band fuori dalle scene da circa 10 anni), ma generalmente il risultato è un qualcosa di “indeciso” e “sommario”, che sembra quasi abbia paura di osare e di mettersi in gioco. E’ un peccato, perché comunque generalmente preferisco di gran lunga le voci femminili delicate a quelle pompose (non a caso sono un amante dei vocalizzi di Sharon Den Adel e di Anette degli ultimi Nightwish, mentre Tarja Turunen non l’ho mai troppo sopportata…): con una migliore effettistica sulla voce o una maggiore attenzione nel livellamento dei volumi la resa vocale di End The Curse sarebbe stata certamente migliore. Ma è pur sempre il disco di debutto, pertanto i Desideria avranno tutto il tempo di migliorare e perfezionarsi, perché comunque le basi e il talento ci sono, eccome.
Strumentalmente parlando, infatti, non si notano grosse problematiche: i brani hanno la giusta dose di aggressività e dimostrano una certa decisione e la convinzione in ciò che si fa. Alcuni piccoli “tentennamenti” possono essere associati al “miscuglio di generi” di cui i Desideria si fanno promotori: il batterista picchia col doppio pedale in puro stile Power Metal, le voci seguono la tradizione Gothic, mentre le chitarre si scatenano nell’Heavy Metal più tradizionale. La tastiera infine è un argomento un po’ controverso: fa sommariamente un buon lavoro, creando un discreto tappeto sonoro per gli altri strumenti, ma è forse un po’ limitata e io gli avrei personalmente dato più spazio, “gonfiandola” magari di vari effetti allo scopo di creare l’atmosfera giusta per il genere scelto, che risente del “mood” e del “sentimento” molto più di generi più puramente “tecnici” come il Progressive o il Death classico.
Il songwriting non è eccelso, e in alcuni episodi assistiamo ad una certa prolissità a mascherare, forse, qualche carenza di idee. Non significa, però, che non manchino gli spunti interessanti: come già detto prima, le canzoni di End The Curse nel complesso non deludono (soprattutto nella seconda metà del disco), e personalmente ho molto apprezzato il brano EXCALIBUR, che è diventato uno dei miei ascolti più frequenti degli ultimi giorni.
Cosa dire in definitiva? End The Curse non è male come proposta, sebbene diverse pecche a livello di produzione e di songwriting non mi consentono (preferisco essere onesto nelle mie recensioni) di dare un giudizio molto positivo a questo disco. Tuttavia affermo che, sebbene i Desideria non mi abbiano trafitto il cuore col loro album, mi hanno piacevolmente colpito come band: il loro talento è innegabile così come le loro solide basi. End The Curse, quindi, vale bene come un buon “trampolino” di lancio che consenta un futuro a questa band per poter effettuare i dovuti “volteggi” ed “evoluzioni” e ottenere il successo che sognano e che col costante impegno meriteranno di sicuro a pieni voti.

Grewon

Contatti:

Tracklist:

01 – Dragon Bravest Blizzard
02 – Another Dimension
03 – Island Of Death
04 – Hellcorrespondence.com
05 – Knight Of Hope
06 – The Lion’s Den
07 – Lightning Bolt
08 – Excalibur
09 – Wolf Cruelty Claw
10 – Délivrance
 
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