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domenica 9 dicembre 2012

Recensione THE NOSEBLEED CONNECTION

THE NOSEBLEED CONNECTION - NOSEBLEEDERS
(2011, AUTOPRODOTTO)
THRASHCORE


Terzo album per i laziali The nosebleed connection che si apre subito con 3.32 nel nome del crust core più spietato e senza fronzoli giusto per capire cosa ci aspetta proseguendo nell'ascolto.
Your game is over e Surface/yourself continuano a martellare con un sound che molto deve a band come Sick of it all e Biohazard, senza aperture melodiche o di sorta, estremo e diretto in faccia come genere comanda.
Jonestown, Shiva lies e Superpower continuano a serrare i tempi di un sound che definisco thrashcore solo perchè la base fa risalire al trhash ma che più a a che fare con band come i raw power.
Scum of the system/ the state of piranhas, one love e trough the venom seppur con aperture di sorta, talvolta evitabili come nella scandalosa One love, continuano a tenere il sound su buoni livelli ben eseguiti, anche se il genere in linea di massima non richiede esplicitamente virtuosismi la proposta rimane sempre buona e perfettamente eseguita da una band che oserei definire ormai ben navigata.
The grip of steel chiude un disco che si lascia ben ascoltare, che senza impressionare particolarmente va dritto al punto senza fronzoli nè sbavature, sia compositive che esecutive, peccato che risulti un tantino anonimo nel complesso, una maggior dose di personalità potrebbe fare la differenza in futuro.
Tuttavia anche se l'appellativo core mi fà sempre paura per i suoi modernismi osceni, questo Nosebleeders si tiene bene in piedi, non entusiasma ma non fà nemmeno rabbrividire.

Voto: 5/10

TRACKLIST:
1 3.32
2 YOUR GAME IS OVER
3 SURFACE/YOURSELF
4 JONESTOWN
5 SHIVA LIES
6 SUPERPOWER
7 SCUM OF THE SYSTEM/THE STATE OF PIRANHAS
8 ONE LOVE
9 THROUGH THE VENOM
10 THE GRIP OF STEEL


Furia
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Recensione KRIEG

KRIEG - DEAD SOUND WALKING
(2011, Autoprodotto)
Thrash


Definire i Krieg e questo Dead sound walking non è semplice, in primo luogo perchè etichettare questa come una thrash band è abbastanza riduttivo, e poi, il lavoro dei milanesi ha colpito gente come Glenn Fricker e James Murphy, questo mi fà pensare che o ci sono grandissime potenzialità oppure che sia un bluff epocale.
Sexess apre quest'album rappresentando, a mio avviso un'eccezione....uno dei pochi pezzi che punta sulla velocità in un album che punta più sulla sperimentazione e precisione, pezzo che rimane comunque bello con i riffing tendenti più ad un death che ad un sound thrash propriamente detto, sempre per ricordare che le influenze in quest'album sono molteplici.
Skin seller alterna momenti radiolina a parti melodiche oltre il limite della decenza per poi portarsi a ritmi più serrati seppur con una prova in sessione ritmica alquanto ambigua.
Unaithfull e Second line portano le liriche sui livelli più alti, cambi di tempo, blast beat, riffing perfetamente incastrati....troppo roba per un album semplicemente thrash, se dovessi definire questo sound accostandolo ad una band non potrei fare a meno di tirare in ballo i miei amati Nevermore....davvero ottimi i pezzi, senza sbavature nè virtuosismi ma perfetti nel loro dipanarsi.
After the sin e Divination rappresentano le punte compositive di questo lavoro, in questi due pezzi si può pienamente vedere sia la caratura tecnica che quella esecutiva e soprattutto i diversi stili che compongono tutto il sound di quest'album.
Ecco, la mia speranza che l'album finisse qui svanisce precipitando in un baratro che non mi sarei aspettato....vabbè che finora non si gridava al miracolo ma per lo meno si teneva in piedi come album.
Con black book che ancora si tiene questo Dead sound walking tende verso picchi verso il basso come immortality e god that could imbarazzanti nel loro anonimato e chiudere poi con la prova quasi caritatevole di dark art e cult, onestamente senza arte nè parte, confuse sia nella metrica che nella composizione musicale.
Quest'album dividerà senza dubbio le diverse anime del thrash, meglio l'old school oppure la sperimentazione feroce? Ai posteri l'ardua sentenza, per quanto riguarda l'esecuzione tecnico-compositiva di questo Dead sound walking, il valore della band (anche per il batterista talvolta perso nei meandri) è ineccepibile, l'originalità e la maturità nella struttura dei pezzi rappresenta di sicuro il valore aggiunto di un album che senza queste sarebbe stato piatto oltre ogni umana condizione.
Ora le note dolenti, tanta sperimentazione, tanta angoscia nel far coesistere velocità e violenza con atmosfere gotiche e melodie a che pro? se quest'album fosse rimasto semplicemente thrash, visto le qualità tecniche dei componenti della band sarebbe stato di certo migliore, per ora, il mio modestissimo parere lo definisce un'accozzaglia di roba messa a posta per colpire l'attenzione di un ascoltatore inesperto, ma alla fine di contenuto c'è veramente poco.
Senza ombra di dubbio i thrashers non faranno carte false per avere quest'album.

Voto 4/10

Tracklist:
1 SEXESS
2 SKIN SELLER
3 UNFAITHFULL
4 SECOND LINE
5 AFTER THE SIN
6 DIVINATION
7 BLACK BOOK
8 IMMORTALITY
9 GOD THAT COULD
10 DARK ART
11 CULT


Furia
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giovedì 22 novembre 2012

Recensione Grim

GRIM - MASTURBATING ZOMBIE
(2011, AUTOPRODOTTO/NECROTORTURE AGENCY)
HARD ROCK/ HEAVY METAL


Se non conoscessi i Grim per il loro precedente lavoro Noises from the graveyard, visto l'artwork avrei subito pensato ad uno di quei gruppi brutal gore da me tanto amati, ed invece gli abruzzesi sono autori di un horror rock dalle tinte heavy metal, genere caro a Alice cooper e W.a.s.p. per genere e Rob zombie per tematiche.
Partendo con l'ascolto dell'intro di Nightmare castle e My black widow non posso fare a meno di notare i progressi rispetto al precedente lavoro, finalmente il sound è armonico e ben eseguito oltre che musicalmente molto valido.
Society e Venomous tirano il sound su tempi più heavy, senza mai stupire per esecuzione tecnica ma quadrando tutta la sessione ritmica del pezzo in un incastro praticamente perfetto.
Prematurial buries e Cutting oltre a far intravedere una prova dietro le pelli leggermente oltre il canonico timbrare il cartellino ci portano a Breathless e Painful con molta allegria, alla fine l'alchimia dei pezzi fin ora ascoltati è semplice quanto letale. Metrica semplice senza fronzoli e fraseggi virtuosi, esecuzione onesta e senza sbavature con il risultato che i riffing ed i ritornelli si ficcano nel cervello senza mai andarsene incalzati da una prova vocale che valorizza tutti i brani.
Inferno, It's so better to be buried tengono le redini del genere ben rappresentato e ben eseguito portando l'album in chiusura con The dead are after me e regalandoci l'irriverente ed esilarante Beverly hills a chiudere degnamente un buon lavoro nello stesso modo in cui l'aveva cominciato.
Concludendo, sicuramente non ci saranno baroccheggiamenti e virtuosismi tecnici esaltanti in questo masturbating zombie, ma l'attitudine nell'esecuzione e la simpatia della proposta scenico musicale lo fanno rivelare un disco che si ascolta molto piacevolmente e non dispiace affatto.

Voto: 6/10

Tracklist:
1 NIGHTMARE CASTLE
2 MY BLACK WIDOW
3 SOCIETY
4 VENOMOUS
5 PREMATURIAL BURIES
6 CUTTING
7 BREATHLESS
8 PAINFUL
9 INFERNO
10 IT'S SO BETTER TO BE BURIED
11 THE DEAD ARE AFTER ME
12 BEVERLY HILLS

Furia

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domenica 29 luglio 2012

Recensione WORMHOLE

Wormhole - The String Theory
(2011, Autoprodotto)
Gothic Rock

Dopo due EP, i Wormhole mettono finalmente in commercio il loro full-lenght, intitolato "The String Theory", composto da nove tracce per tre quarti d'ora di durata complessiva. Autoprodotto, si, ma la cosa si sente poco e nulla: ci attestiamo infatti su livelli di produzione più che dignitosi, senza i fastidiosi sbalzi di volume, cacofonie e rumori vari tipici di molti lavori autoprodotti.
Come songwriting, tuttavia, i risultati non sono esattamente allo stesso livello, ma procediamo con ordine. Il genere musicale dei Wormhole ricalca un po' la scena gothic rock o comunque il metal molto leggero: Evanescence e Delain sono le due formazioni che mi son venute subito in mente. Esatto, le liriche sono cantate da una voce femminile molto pulita e (per fortuna!!) non troppo acuta né squillante, che sa adagiarsi sui toni alti come su quelli più bassi, risultando calda e suadente, benché il suo pieno potenziale, visibilmente riconoscibile, sembra non sia stato messo a frutto nella sua completezza. La voce è la delizia ma al tempo stesso anche la croce dell'album: le nove tracce che lo compongono, sebbene siano sommariamente valide e piacevolmente ascoltabili, sembra un po' come se musicalmente siano un "supporto" alla voce (la voce è anche registrata con un volume a mio avviso leggermente troppo alto rispetto agli strumenti), su cui viene posta tutta l'attenzione. Un mero contorno quindi, che non rende purtroppo fede allo sforzo dei musicisti.
Ripeto: le canzoni sono belle e si ascoltano con facilità: ma a causa del songwriting non particolarmente ispirato e originale, risultano difficili da ricordare e focalizzare, complice anche una voce fantastica ma forse un po' ripetitiva, perlomeno in sede studio.
Nulla da eccepire infine sui testi, profondi e significativi, facenti parte di un concept suddiviso in due sezioni distinte e complementari: ottimo lavoro ragazzi.
"The String Theory" resta quindi un buon album, che mostra le innegabili potenzialità di una band che nell'immediato futuro potrà confermare il suo valore e dimostrare che non ha nulla da invidiare ai nomi altisonanti del genere di riferimento.


Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Your mortal remains
02) Autumn leaves
03) Black crows in me
04) My darkest side
05) Storyteller
06) Poupeé de porcelaine
07) Simon
08) Time tilt
09) Burning my soul


Grewon
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Recensione ONICECTOMY

Onicectomy - Drowning for salvation
(2011, COYOTE RECORDS)
Brutal Death

Dopo aver ascoltato il promo, l’intero album Drowning for salvation dei baresi Onicectomy acquista ancora più pregio visto il lavoro di artwork ed impaginazione.
Musicalmente se si cercano melodie, falsetti e cavalcate di miny pony in foreste incantate, consiglio vivamente di cambiare album. Qui si fa metal, del più violento e marcio in circolazione, un sound tra Suffocation e Dying fetus, death brutal di scuola americana con quel pizzico di personalità che rende le band pugliesi del settore una garanzia per gli amanti del genere.
Un intro che serve solo a prepararsi al peggio, ci porta subito a Brain pressure breaking skull ed Burned heart extirpation, proponendo un concentrato di tecnica e violenza inaudite. Il muro sonoro piazzato dai riff è monolitico, una mazzata sonora degna di band ben più navigate, ma già da questi primi due brani ci si rende conto che la tecnica esecutiva e le composizioni muscali dei pezzi ci porgono di fronte ad un livello tecnico alto.
Tears purifying ways of sacriface ed Huma flesh dressing mettono in risalto il timbro vocale, un growl mai troppo cupo e scontato ma piuttosto un timbro dominante che impreziosisce il grande lavoro strumentale dietro ogni pezzo, curato molto anche nei testi, incentrati sui sacrifici umani del popolo azteco, altro punto che fa alzare il livello qualitativo dell’album visto l’ottimo modo in cui è trattato.
Virgin women cannibalistic ritual, è il pezzo che riassume tutto l’album, preciso, veloce, tecnico, violento……insomma perfetto, un pezzo dove tutti i capisaldi del genere vengono interpretati e personalizzati dimostrando quanto, avendone le capacità, si possa rendere ancora più completo un genere così estremo.
I hope you die è un dolce intramezzo per ricaricare le batterie, con un particolare gusto melodico compositivo, trovare un pezzo simile in un album talmente estremo è un’ottima trovata sia a livello compositivo che tecnico esecutivo.
Sins Piercing Impaled Wombs, Falling To The Cannibal Butchery e Drowning For Salvation chiudono questo lavoro con una mazzata nei denti proprio come era cominciato. Incastri ritmici perfetti, un lavoro dietro le pelli che a volte fa addirittura pensare ad una drum machine grazie anche all’incalzante prova del basso a rendere ancora più devastante la sezione ritmica, ed un growl che spazza via tutto, un sound maturo e micidiale che in ogni pezzo di questo Drowning for salvation si è fatto gustare ed apprezzare.
Se dovessi giudicare solo le doti tecniche degli Onicectomy ed il sound che esce fuori da questo Drowning for salvation, sarebbe tutto da promuovere a pieni voti, ma volendo andare oltre, una band così matura a livello compositivo non tenendo conto dell’anagrafe, è un miracolo che in puglia ormai è una costante.
Natron, exhumer, vulvectomy, stilness blade, human slaughterhouse, golem, mutala, onicectomy, necrotorture sono solo alcuni esempi reali di quanto la puglia sia un faro per il metal estremo non solo italiano, ecco perché questo drowning for salvation è un ottimo album che rafforza questo concetto e visto i margini di miglioramento della band prevedo tante soddisfazioni in futuro per questa band.


Voto: 7/10

Tracklist:
1 Brain Pressure Breaking Skull
2 Burned Heart Extirpation
3 Tears Purifying Ways Of Scarifice
4 Huma Flesh Dressing
5 Virgin Women Cannibalistic Ritual
6 I Hope You Die 1:22
7 Sins Piercing Impaled Wombs
8 Falling To The Cannibal Butchery
9 Drowning For Salvation

Furia
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Recensione FURY N' GRACE

Fury n' Grace - Diabolism Of Conversation
(2011, Dragonheart)
Heavy Progressive Metal

Il destino dell'underground italiano è questo: avere potenzialità espressive e capacità compositive senza pari, produrre dischi di indubbio spessore, ma sottostare a ridicole leggi di marketing basato sulla pubblicità televisiva, che decide le vendite e la fama di una band in base a quanto viene sponsorizzata in tv. Questo purtroppo inflaziona i negozi di dischi scadenti, ma per fortuna non penalizza più di tanto la creatività e la voglia di suonare dei musicisti che le palle ce le hanno veramente. Anzi, talvolta è proprio l'underground l'unico modo per esprimere le proprie potenzialità al massimo, senza che una major ti imponga come e cosa suonare.
Questa lunga premessa era doverosa per introdurre il secondo album ufficiale dei Fury n' Grace, bizzarra formazione all'attivo da 18 anni, ma dal passato un po' tormentato: con alcuni sfortunati incidenti finanziari delle precendenti case discografiche, non ha potuto vedere pubblicati i due primi album, rimasti improdotti (ma spero che siano reperibili, in qualche modo, almeno in formato digitale).
"Diabolism of Conversation" è l'ultimo album dei Fury n'Grace, e vede un nome altisonante prendere in mano il ruolo di lead singer: Deathmaster dei DoomSword. Si, esatto proprio lui: l'ugola d'oro dell'epicità italica, col suo timbro profondo e spiccatamente battagliero, in questa situazione si cimenta con un genere piuttosto differente. Lo vediamo infatti destreggiarsi tra i tempi dispari e gli assoli progressivi di quest'originale proposta musicale, per poi ricaricarsi coi tempi epici e martellanti dell'heavy più puro.
Non mi soffermerò su ogni singola traccia, dico solo che l'esperienza sonora di "Diabolism of Conversation" è più che degna di essere assaporata da qualunque ascoltatore: un heavy progressivo oscuro e ipnotico, niente di easy-listening, ma nemmeno nulla di troppo complesso. Chiunque infatti potrà trovarci qualcosa di suo gradimento.
In definitiva, forse non si tratta esattamente di un capolavoro, ma resta comunque un valido e originale lavoro, splendidamente suonato.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 - Macabro
02 - Diabolism of conversation
03 - Privilege of death
04 - In midnight gardens burns the veil of evening fears
05 - The serpent
06 - The serpent: a mistery planned within me by the sea
07 - Of human details
08 - Architecture
09 - The darkening of a violet plumage
10 - Von der Vermahlung des Salamanders mit der grunen Schlange
11 - Paraphernalia of the mystic meat
12 - Gavotte for the ghosts in the oven


Grewon

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Recensione SEPHIRAH

Sephirah - The Glorious Nihilism
(2011, Autoprodotto)
Death/black

Spesso e volentieri ci si chiede, quando arriva il fatidico momento di recensire qualsivoglia album di genere estremo, se l’autore è più o meno consapevole del titolo che vuole (O vorrebbe…) dare un certo impatto (prima di quello sonoro) al proprio lavoro….Facendo un percorso a ritroso, partiamo dal lato compositivo; in questo caso mi trovo dinanzi l’ennesimo progetto death/black farcito qua e là da qualche tappeto tastieristico a dire il vero poco efficace, salvo episodi discretamente azzeccati quali "Voyage through the realms ov confusion" dove fortunatamente l’amalgama di riffs taglienti accompagnati da una discreta ritmica e da un soddisfacente growling mai impastato anche se a tratti poco incisivo, tiene fedele compagnia alle atmosfere dal suono gelido tipicamente novantiano, con qualche reminiscenza alla sister of mercy dei lavori più tardivi; altro ed ultimo, a mio avviso, episodio degno di nota si riscontra in the rise of awekening, dove emerge in maniera quasi sincera il carattere più diretto e tagliente dell’intero lavoro. Purtroppo le note positive terminano qui, perché dalla terza traccia in poi, inizia un lavoro di copia/incolla che lascia poche speranze, rese, ancor più vane, da quelle fastidiose invasioni di campo determinate dalle tastiere, buttate qua e là per esasperare, se vogliamo, la già precaria struttura compositivo/atmosferica, che ahinoi sembrava essere partita con tutti i buoni propositi. Ora , per non esacerbare ulteriormente gli animi, rimando semplicente gli autori ad andare a trovare il significato kabbalistico di “SEPHIRAH”; una volta scoperto, capirete che cosa c’entra con “THE GLORIOUS NIHILISM”.
BUONA FORTUNA.


Voto: 4/10

Tracklist:
Voyage Through the Realms ov Confusion
The Pulse ov Awakening
New Aeon Rising
Against the Skies
The Call ov Pure Darkness
Real Sun Resurrected
The Glorious Nihilism
Dogma Requiem

Demisteriis78
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lunedì 7 maggio 2012

Recensione SOUTHERN DRINKSTRUCTION

Southern Drinkstruction - Drunk Till Death
(2011, Despise the sun)
Death'n Roll

Ai Southern Drinkstruction è legato un ricordo affettivo particolare della nostra webzine, questo perchè il 10 settembre 2010 prendeva ufficialmente il via il progetto Metalarci Webzine, e a inaugurarla c'era la mia recensione di "Drink With Us", il primo vero e proprio album dei Southern Drinkstruction, che seguiva un altrettanto valido EP omonimo. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata sia per noi che per loro: A quella recensione, per la webzine, ne son seguite altre 140, i Southern DS invece hanno continuato a suonare in lungo e in largo lungo lo stivale, accrescendo sempre più il loro ottimo seguito, già consistente per una band underground e facendosi anche notare da un'etichetta.
Questo "DRUNK TILL DEATH" è il naturale risultato di questo tempo passato in giro tra locali, pogo, alcolici, grigliate e film western.
Il granitico death n'roll di copyright Southern non perde nemmeno un grammo della sua consistenza, ma rimane fiera e solida base del quartetto romano. Per chi non conoscesse questi 4 folli riprendo la definizione della precedente recensione per identificarne meglio lo stile:
"Per comodità potremmo definirli Death N’ Roll ma sarebbe riduttivo, visto che possiamo trovare veramente di tutto: dai riff granitici di chiara ispirazione Black Label Society, alle sfuriate Pantera, passando per frangenti Doom e Punk/Grind e arrivando persino a momenti Blues o Rock N’ Roll, il tutto poi condito da gradevoli intermezzi di spezzoni di film cult di Bud Spencer o di Sergio Leone."in una sola parola: imprevedibilità, si passa da un'influenza all'altra con estrema disinvoltura se solo Bastard facesse anche gli acuti da cantante power castrato potremmo dire che saremmo al completo!
Gli ottimi riscontri del precedente full potevano rivelarsi un ulteriore pressione nella stesura di quest'album, ma quando un gruppo ha le palle il problema non si pone; DRUNK TILL DEATH regge il confronto, mantenendosi su livelli alti ma modificando in piccola parte il sound che appare un pò meno death in favore però di una maggiore componente dannatamente southern rock.
Ognuna delle 13 tracce che compongono quest'album è all'insegna della varietà, si parte con l'ipnotica titletrack in apertura, si prosegue con la mitragliata thrash di "On your Knees", la coinvolgente "Dirty Sanchez", la fantastica "Nasty Jackass" (hit dell'album, che sicuramente in sede live non fa prigionieri!) ma anche la ballabile "Motor 666" (in cui l'inserto di tastiere dona al pezzo un fascinò retrò), la rockeggiante "Slide or Die" o la potente e massiccia "Death Bells" , che col suo plumbeo finale chiude l'album in modo sofferto.
Analizzando le singole prestazioni spicca il drumming ineccepibile della solita macchina "Eddie" a dettare i tempi sui riff sempre ispirati del buon vecchio "Ordnal". "Bastard" si segnala nuovamente oltre che per la sua voce (profonda come la figa di Selèn) per la genialità dei testi (e dei titoli, "Cumming in socks" è l'apice, nonchè la prova dello stato di malata perversione del soggetto). Buona anche la prova al basso di "Zorro", al primo esame in studio coi Southern DS.
A suggellare il tutto anche la "solita" ottima produzione ( a cura del 16 Cellar Studios) e il sempre meticoloso lavoro grafico su artwork e booklet.
In conclusione se avete apprezzato "Drink With Us" potete tranquillamente fare vostro anche "Drunk till death", ne rimarrete soddisfatti, ma se ancora non conoscete questa band rimediate presto! Indubbiamente i Southern Drinkstruction sono una delle realtà più fresche e originali della scena italiana, che si sta guadagnando sempre maggiore visibilità tramite tanta fatica e sudore, e con l'onestà e la coerenza di chi non scende a compromessi o cerca la via più facile.
Se vi capiterà di vederli dal vivo capirete la loro vera potenza: non rimarrete indifferenti.
Horns up per i Southern Drinkstruction!

Voto: 8/10

Tracklist
1. Drunk Till Death
2. On Your Knees
3. 6-Strings Skull
4. Dirty Sanchez
5. Evil Skies
6. Nasty Jackass
7. Redneck Zombie Distillery
8. Motor 666
9. Cumming in Socks
10. Drink Whiskey, Make Justice!
11. The Man With No Name
12. Slide Or Die!
13. Death Bells


Torrrmentor
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Recensione JACK THE LAD

Jack The Lad – Jack the Lad
(2011, Autoprodotto)
Thrash Metal

Il genere di questa demo dei giovani Jack The Lad provenienti da Grezzana (provincia di Verona) viene definito come “Thrash Metal”, come le sonorità “old school” delle registrazioni e il riffing di alcuni momenti possano inizialmente effettivamente far pensare; il lavoro invece certamente non é per nulla collocabile nel genere, se non in piccolissima parte: le influenze derivanti dalla nuova corrente emocore/metalcore sono sicuramente più che evidenti, cosa ancora più facilmente avvertibile in tracce come, ad esempio, “Into My Day”; vi é però da dire che il prodotto della band non é certamente collocabile nemmeno in quel genere, mostrandosi non in grado di catturare l’apprezzamento degli amanti di entrambi i filoni artistici.
Dopo aver condotto, in maniera quasi sofferente, l’ascolto di 5 tracce “sconclusionate” e che di artisticamente sensato mostrano davvero poco giungo infine all’ascolto dell’ultimo brano, intitolato “Pray for Madness”: la traccia si mostra di miglior livello, e mi lascia a dir poco stupito data la mediocrità del resto del lavoro del giovane quartetto veneto: dalla traccia appaiono carattere, voglia di sperimentare e di uscire dagli schemi, con influenze carpite saggiamente dai leggendari “Death” di Chuck Schuldiner, particolarmente presenti nel riffing dell’ultima parte del brano, combinate con parti vocali più melodiche (per chi é in grado di apprezzare) quasi vagamente in stile “Nevermore”, e che stavolta non sono del tutto fine a se stesse e “ricercate” in maniera forzata e non spontanea: é grazie a questa traccia, e specialmente alle sue sezioni finali, che la giovane formazione riesce a strapparsi il mio voto finale che, altrimenti, sarebbe stato ben più basso (e con questo credo di aver detto tutto).
Certamente la band é giovane e ha tutta la possibilità di riparare agli errori commessi in questa demo: consiglio innanzitutto ai membri di “riunirsi” per dibattere sul tipo di genere che effettivamente si intende intraprendere, perché certo la prima tra le pecche di questa demo é quella di una scelta di genere a dir poco confusionaria e poco chiara ai componenti stessi.
Consiglio ai ragazzi di continuare a perseguire stilisticamente la strada visibile nell’ultimo brano del loro lavoro, magari con quel po’ di aggressività in più, ponendo fine a questa continua e “forzata” ricerca di melodia che é, ahimé, ben visibile in questo lavoro; come ultimo suggerimento darei infine quello di “rivalutare” la definizione di quello che é il genere effettivamente suonato: potrebbe sembrare quasi ironico a dirsi, ma il definirsi nella maniera sbagliata porterebbe già il progetto “fuorigioco”, nel caso ci si ritrovi di fronte ai capelloni più esperti.
Rivedete il tutto, rimboccatevi le maniche e chiedete opinioni, non è assolutamente troppo tardi!!

Voto: 5/10

Tracklist:

01 – Not This Time
02 – Into My Day
03 – Fast Decay
04 – The Deceptive
05 – Signals
06 – Pray For Madness


Dave
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Recensione INDECENT EXCISION

Indecent Excision - Deification Of The Grotesque
(2011, Grindethic Records)
Brutal Death Metal

Gli indecent excision portano questo Deification of the grotesque, esplorando territori e sonorità di brutal death che gli appassionati del genere gradiranno senz'altro.
Far partire un album di questo genere con The genesis of inhuman brutality, una parte di un film horror splatter, è quasi doveroso tanto per l'inizio che per il proseguio dell'album, ma già da Entwined by vermin submerged by vomit, si capisce che questo lavoro non è semplicemente questo, ma ha molto di più.
Ritengo infatti questo pezzo il migliore dell'album che da solo riassume quanto di buono c'è in queste tracce, produzione pulita ed ottima, atta ad esaltare tanto i suoni che un growl azzeccatissimo, nè sterile ed eccessivamente cavernoso nè debole ed inefficace, perfettamente incastrato con la ferocia delle ripartenze quanto nelle parti più cadenzate, che troppo spesso risultano più efficaci delle accelerazioni.
Purulent glansectomy, Torment through abnegation of euthanasia, Sculpture of severed remnants altro non fanno che rafforzare il concetto espresso nel primo pezzo, costruiti senza sbavature ed eccessi, segno di una maturità compositiva apprezzabile ed interpretati con un ottimo groove, di sicuro non si grida al miracolo per innovatività e personalità ma non si corre il rischio di allontanarsi dai canoni del genere, con degli spunti personali in fase di crescita, che potrebbero in futuro fare la differenza.
La title track, Compulsive consuption of rotten entrails e decomposed fetus collection esaltano ancora una volta ripartenze e parti vocali, credo che proprio la prova vocale sia il valore aggiunto di quest'album, valore che se curato potrebbe veramente fare la differenza in futuro.
Kaleidoscopic view of the innards e Chickenfuck chiudono in modo ottimo questo lavoro, marcando quanto di buono si è sentito in tutte le tracce.
Partendo da un lavoro grafico in copertina ed un artwork davvero buono e passando per un'ottima produzione ed un sound devastante ritengo che per gli amanti delle sonorità estreme questo sia un lavoro da non lasciarsi scappare.
Nel particolare, è buffo che le parti cadenzate risultino sempre migliori delle accelerazioni, non è una critica, ogni band ha un proprio sound ed una propria particolarità, e proprio per questo dico che in un futuro prossimo, puntando su particolarità come questa o come il tipo di growl, il sound di questa band possa staccarsi dai canoni imposti dal genere ed uscire magari dalla nicchia esclusiva dei fan del genere.
Sicuramente siamo di fronte ad un'ottima band con grandi potenzialità, che si esprime in un genere che finalmente oserei dire, grazie alla bravura di chi lo interpreta, sta trovando lo spazio che merita anche in Italia.

Voto: 6

Tracklist
1 The genesis of inhuman brutality
2 entwined by vermin submerged by vomit
3 purulent glansectomy
4 torment through abnegation of euthanasia
5 sculpture of severed remnants
6 deification of the grotesque
7 compulsive consuption of rotten entrails
8 decomposed fetus collection
9 kaleidoscopic view of the innards
10 chickenfuck

Furia

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lunedì 23 aprile 2012

Recensione SICKENING

Sickening - Against The Wall Of Pretence
(2011, Amputated Vein Records)
Brutal Death Metal

Secondo album per i toscani Sickening, dopo Ignorance supremacy, la band torna a sfornare brutal death metal marcio e devastante senza compromessi.
On the edge of Psychosis apre le danze facendo subito notare il tupa tupa tipico della scuola death americana e la successiva Blind obsession conferma un sound di chiara ispirazione a mostri sacri come Morbid angel, Cannibal corpse, Deicide ed Obituary dove l'incastro di ripartenze e blast beat denota una crescita rispetto al loro precedente lavoro.
Neurological disease è un altro tributo alla matrice death metal, con un ottima prova sul fronte dei riff martellanti, supportati da una batteria sempre alla'ltezza del suo compito.
Against the wall of pretence ed Inner suffocation danno la prova del miglioramento compositivo raggiunto dal loro primo album, la sezione ritmica è incastrata perfettamente sia nei tempi cadenzati che nelle ripartenze, i riff sono pregevoli e la prova del basso non si limita a semplice "accompagnamento" della cassa, ogni strumento è suonato bene e fà la sua parte nell'incastrarsi in un sound globale, probabilmente non originale ma di sicuro impatto, peccato per la prova vocale che in alcuni fraseggi risulta estranea al contesto del sound.
Unearthly illusions, Clones of a stereotype continuano il micidiale massacro sonoro iniziato, e mai interrotto, dalla prima traccia, violenza ragionata e sparate ferocissime, buon sound con una produzione, che secondo me, valorizza al meglio il genere espresso.
Blast of Madness e Mental collapse chiudono questo album, senza distaccarsi dagli altri brani, puro death metal come lo zio Sam vorrebbe, le doti tecniche e la maturità compositiva intrapresa rendono ogni suono amalgamato nel contesto di groove ottimamente proposto da tutta la band.
Secondo album per questa band, che fà vedere un cammino di maturazione compositiva che comincia a dare i suoi frutti, sicuramente quest'album non vincerà il premio originalità ma in quanto a death metal, è un ottimo acquisto.
Per quanto riguarda la prova dei componenti, sicuramente cominciano ad incastrarsi con molta facilità e pathos per chi ascolta, il cantato non sempre è all'altezza del resto della band ma sicuramente ci sarà tempo per affinare e magari rendere proprio sia il sound globale che le prestazioni personali, l'attitudine di certo non manca.
Concludendo, ritengo questo Against the wall of pretence un buon album per gli amanti del death metal di scuola americana.

Voto: 6

Tracklist:
1 On The Edge Of Psychosis
2 Blind Obsession
3 Neurological Disease
4 Against The Wall Of Pretence
5 Inner Suffocation
6 Unhealthy Illusions
7 Clones Of A Stereotype
8 Blast Of Madness
9 Mental Collapse


Furia
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Recensione Psycho Scream

Psycho Scream - Psycho Scream
(2011, Autoprodotto)
Thrash/Death Metal

Ammetto che il thrash/death metal non è esattamente la mia specialità, ciònonostante penso di essere in grado di carpire il talento di una band del settore, quando ovviamente presente. Il lavoro che mi accingo a recensire è il primo demo autoprodotto degli Psycho Scream, una band emiliana di recente formazione, che comprende quattro brevi tracce, utili più che altro a capire le intenzioni musicali della band, più che a dare conferma del suo valore. È una dignitosa parentesi musicale, non c’è che dire: strumentalmente ci sono valide idee e sono anche suonate in maniera impeccabile e convincente. A livello di produzione non si può ovviamente gridare al miracolo, ma stranamente i ragazzi son riusciti a creare un risultato sonoro discretamente omogeneo e piacevole all’ascolto. L’unico appunto mi tocca farlo alla voce: cacofonica e malamente registrata: sembra quasi come se il cantante si fosse coperto la bocca durante l’esecuzione.. ora non saprei dire se ciò dipenda da un difetto nella registrazione o in una scarsa tecnica canora (penso e spero la prima ipotesi), ma mi duole ammettere che si tratta dell’anello debole dell’ep, che abbassa il voto finale di un punto e mezzo.
Sostanzialmente resta sempre il fatto che non si può chiedere troppo: come già detto in altre recensioni lo scopo del demo di debutto è quello di fungere da “biglietto da visita” per farsi conoscere. Gli Psycho Scream si presentano sommariamente bene, e con alcuni aggiustamenti possono senz’altro aspirare a posizioni di prestigio nel panorama thrash/death. Restiamo quindi in attesa di sviluppi futuri.


Voto: 5/10

Tracklist:
01 – Psycho scream
02 – Song of the madness
03 – Ten thousand nightmares
04 – Skyfire

Contatti:
Myspace: www.myspace.com/pscream
Facebook: www.facebook.com/psychoscreammetal



Grewon
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Recensione HATRED

Hatred - The Bleeding Arcitecture
(2011, Crash And Burn Records/Masterpiece)
Death Metal

I romagnoli Hatred, presentano questo The bleeding architecture come loro primo full lenght, album dalle tinte death metal spiccatamente tecniche che si discosta seppur in fase embrionale dall'anonimato dei canoni del genere.
Wounds attacca la preparazione ad un massacro sonoro di rara violenza e cattiveria, Masses infection ed Hymn to desolation sono terribilmente devastanti, un muro sonoro spaventoso con una quantità di riff incastrati, che porta la sezione ritmica a fare gli straordinari per reggere l'impatto.
Rise of devourment, a dawn beyond itavia (30 years lies), procedono senza tregua un massacro sonoro di una precisione chirurgica, una prova vocale sempre sopra le righe valorizza la grandissima mole di lavoro fatta dal resto degli strumentisti, ma fermandosi un attimo, oltre alla nuda ferocia si nota, nei dovuti modi ovviamente, una personale interpretazione che discosta questo album dalla monotonia dei miliardi di gruppi fedeli solo ed esclusivamente ai capisaldi del genere.
Pure scorn embonied, Cold breath of god e vaults of weakening sono un calcio in bocca a chi sognava un attimo di tregua, niente di più lontano, riff velenosissimi e blast beats massacranti, chitarre vorticose ed un urlatore che fà sempre la sua porca figura, questo è death metal, chi cerca melodie e tempi falsettati farebbe bene a cambiare album.
Chiude questo lavoro la title track The bleeding architecture, risaltando tutti gli spunti che hanno contraddistinto quest'album, tecnico, feroce, violento e senza tregua, eseguito perfettamente da un insieme di strumentisti che è andato ben oltre che timbrare il cartellino del genere.
Ottimo lavoro, con tanti spunti lodevoli, dall'interpretazione all'attitudine compositiva, speriamo che si continui su questa strada e soprattutto che gli ottimi livelli intravisti abbiano la possibilità di esplodere del tutto una volta raggiunta una maggiore maturità compositiva.

Voto: 6

Tracklist
1 Wounds
2 Masses Infection
3 Hymn To Desolation
4 Rise Of Devourment
5 A Dawn Beyond
6 Itavia (30 Years Lies)
7 Pure Scorn Embodied
8 Cold Breathe Of God
9 Vaults Of Weakening
10 The Bleeding Architecture


Furia
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Recensione DELIRIUM X TREMENS

Delirium X Tremens - Belo Dunum Echoes From The Past
(2011, Punishment 18 Records)
Death Metal

I bellunesi Delirium x tremens tornano con questo ambizioso e particolare concept, basato sulla storia della "Città splendente", Belo dunum appunto, valorizzando la propria storia oltre che il proprio sound.
Un death metal di stampo classico apre la narrazione di quello che più che un album, definirei un cammino, con tanto di narratore.
Già nella opener I was ci si trova di fronte ad un death metal massiccio e granitico, senza sbavature ma sempre nelle righe dei canoni del genere.
Tra accelerazione e tempi cadenzati Teveron The sleeping giant fa notare oltre alla particolarità e la ricercatezza del testo incastrato in un contest, la quadratura della sezione ritmica, death metal old school senza particolari entusismi, ma perfettamente eseguito.
The legend of cazha selvarega pigia sull'acceleratore, con risultati spaventosi...un mix di tempi serrati e blast beat dove la prova vocale la fà da padrone.
Pur essendo io direttamente del "mestiere", la grandezza e l'originalità di questo concept si vede in artiglieria alpina....in quanti pazzi avrebbero creduto possibile un connubio tra cori alpini e death metal? eppure c'è. ed il risultato è che questo Artiglieria da montagna risulta il pezzo più bello dell'album a mio avviso, perfetto in tutte le sue sfaccettature, dalla marzialità dei tempi all'incedere vocale, con il perfetto incastro di innovazioni stilistiche e strumentali, un segno di maturità oltre che di originalità.
The guardian ci porta agevolmente verso 33 days of pontificate (vatican inc), dove si continua sulle linee della coesistenza tra granitico death metal e sperimentazione sonora, con buoni risultati anche qui, segno che alla base del concetto di sperimentazione ci sono solidissime basi di preparazione tecnica ed un sound ben rodato. L'inversione di tendenza, porta la prova vocale sempre regnante nei precedenti pezzi cedere il passo ad una prova solistica davvaro accattivante, la particolarità è che nessuno strumento domina mai gli altri, ma in tutti i pezzi la coesione è davvero invidiabile.
An old dusty dream, Life before nothing, scream of 2000 screams e the memory, chiudono quest'album con la tragedia del vajont, traducendo in musica l'angoscia di una tragedia annunciata, la ferocia del fango che spazza via tutto, la rabbia dell'accaduto e la tristezza e l'inquietudine del ricordo, musicalmente rappresentati al massimo sia nel lento incedere del pezzo, quanto nella violenta accelerazione portando ogni strumento al massimo della sua esibizione, con una prova particolarmente capace dietro le pelli.

Musicalmente ci troviamo di fronte ad un death metal suonato bene, senza sbavature e preziosismi sonori particolari.
La prova concettuale rende questo album una perla di rara bellezza, una tale valorizzazione della propria terra tramutata in musica e con sperimentazioni talmente lontane dal metal meritano rispetto innanzitutto, se poi musicalmente ne esce un prodotto valido come in questo caso, i meriti sono ancora più alti.
Grande album, che si prende di diritto la palma di prodotto originale e ben suonato in un panorama di genere dove troppe volte si deve restare nell'anonimato d'esecuzione per non sfatare i canoni sacri del genere.

Voto: 7

Tracklist:
1 I Was
2 Teveròn, The Sleeping Giant
3 The Legend of Càzha Selvàrega
4 Artiglieria Alpina
5 The Guardian
6 33 Days of Pontificate (Vatican Inc)
7 An Old Dusty Dream
- Vajont, 9 ottobre 1963 -
8 Life Before Nothing
9 Scream of 2000 Screams
10 The Memory


Furia
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venerdì 23 marzo 2012

Recensione INTERCEPTOR

Interceptor - One with the Beast.. Meet with the Damned
(2011, Autoprodotto)
Thrash


Direttamente da Pescara arriva “One With the Beast.. Meet with the Damned”, l’EP di debutto degli Interceptor, band speed/thrash vecchio stampo formatasi nel 2009.
Dopo qualche problema di line-up i thrashers abruzzesi riescono infatti a realizzare il loro lavoro, che non si mostra certo al di sotto delle aspettative; successivamente ad un intro strumentale della durata di un minuto circa, parte la traccia “2012”, che con plettrate e riff pienamente vecchio stampo ci lascia già intuire quale sarà lo stile intrapreso dalla band durante l’intera durata del prodotto; dopo 4 minuti del pezzo possiamo assaporare l’assolo, anch’esso convincente e di stampo old school.
Nella successiva traccia (la seconda dopo l’intro), intitolata “Drag Me to Hell”, si confermano anche le altre due caratteristiche essenziali della band: voce raschiata e ritmi di batteria tipicamente thrash, con la presenza degli immancabili cori durante il ritornello.
Altro fondamentale elemento caratteristico della band, che si conferma con i successivi brani “Take it Out!” e con la title-track “One With the Beast.. Meet with the Damned”, e che personalmente apprezzo moltissimo, é la presenza di brani di media-lunga durata, generalmente di 5 minuti, e quindi di tracce ben sviluppate ed elaborate. La title track conferma inoltre un buon lavoro del batterista Leonardo al doppio pedale, sebbene le “urla” lanciate da Fausto e i gradevolissimi assoli eseguiti da Christian non siano certo da meno.
Coraggiosissima è infine la scelta di concludere l’EP con una cover della storica “See you in Hell” dei Grim Reaper, vera e propria pietra miliare dell’heavy metal classico, che in chiave più thrash rende, a mio parere, benone: esperimento riuscito!!
Dopo questo convincente lavoro, siamo senz’altro tutti in attesa di quelli futuri, che siamo sicuri si mostreranno all’altezza.. auguriamo buona fortuna con tutto agli Interceptor!!

Voto: 8/10

Tracklist:
01 Intro
02 2012
03 Drag Me to Hell
04 Take it Out!
05 One with the Beast… Meet with the Damned
06 See you in Hell (Grim Reaper Cover)


Contatti band:
www.reverbnation.com/interceptorthrashspeedmetalfrompescara
www.youtube.com/user/InterceptorThrash


Dave
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sabato 3 marzo 2012

Recensione DISEASE

Disease - The Stream Of Disillusion
(2011, Autoprodotto)
Extreme Progressive Metal

Sebbene il progressive metal non sia considerato un genere propriamente di nicchia, ben poche band underground decidono di abbracciare i canoni dei tecnicismi e della precisione esecutiva, perché appunto il progressive non ammette sbavature o incertezze.
I Disease propongono un progressive molto malato e sporco, grezzo e ruvido fino alle viscere, accompagnato dalla voce estrema e da un songwriting che prende un po’ dal death melodico, e molto dall’heavy metal/hard rock di chiaro sapore eighties. Già, strano accostamento, che tuttavia va premiato per la sua originalità.
Peccato soltanto che questo sia anche il difetto principale di “The Stream of Disillusion”: sebbene non ci siano evidenti pecche compositive, il miscuglio sonoro appare in molti punti approssimativo e (leggermente) confusionario, senza una chiara identità stilistica che dia un’impronta stabile ai pezzi, che faccia cioè in modo di poterceli ricordare con facilità dopo l’ascolto. Che poi in fin dei conti non è una cosa grave, essendo che parliamo pur sempre di progressive metal, ma un po’ di “carattere” in più non avrebbe di certo guastato alle canzoni che talvolta preferiscono ripercorrere lo stesso sentiero e adagiarsi sul “sommario” senza farsi “riconoscere” chiaramente. Ultima critica che mi sento di fare: le clean vocals che nell’album fungono da coro avrebbero potuto essere studiate meglio per creare un “contorno” di migliore effetto.
Detto ciò, devo però anche ammettere che “The Stream Of Disillusion” non è un disco malvagio, anzi. Aggressivo, tecnico, ruspante e graffiante, con quel retrogusto ottantiano che non guasta mai. Tecnicamente validissimo quindi, suonato da musicisti che meritano tutti un applauso per il loro talento e la loro capacità esecutiva. Infine, i miei complimentoni al cantante e al suo growling convincente e insolito per il genere suonato. Davvero un’ottima aggiunta.

Voto: 6.5/10

Tracklist:
01 – Different Suns
02 – New closer hypocrisy
03 – The stream of disillusion
04 – Release the emptiness
05 – Infinity / Enter the wave
06 – For my deliverance
07 – In this morning
08 – Empty (Anathema cover)


Grewon
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Recensione DETESTOR

Detestor - Fulgor
(2011, Buill2kill-records)
Deathcore

Ed è con estremo piacere che mi ritrovo tra le mani il nuovo album dei genovesi Detestor ( Fulgor).... Recensire questo album,è un po difficile,o meglio dire quasi responsabile,perchè dopo un lungo ascolto non riesco a definire il genere che vogliono proporci.se undici anni fa,ci presentavano un ottimo DeathMetal,con riff terrificanti, alla pari con band di alto livello come At The Gates,In Flames,ecc..oggi ci propongono un nuovo death/trashcore,con qualche sfumatura cross-over; si capisce fin dall'inizio che abbiamo a che fare con un lavoro assai sperimentale,ma che lascia a mio avviso qualche perplessità specialmente sul cantato!! Ottimi riff in God Is Empaty,a seguire The Wrong Way,e la perfetta Free of Cry....poi,pian piano è come se si perdesse l entusiasmo,cadendo in cantati melodici,non molto riusciti,che annoiano per il resto dell'album! Per gli amanti del genere,questo tanto atteso "Fulgor" può piacere, ma per chi,come me,ha ascoltato i primi “In the Circle of Time” affezzionato alla scena Death-Swedish metal,considero quest album abbastanza ricco di idee sì,ma che non colpiscono a fondo... come un pugno nel vuoto !!!

Voto: 6/10

Tracklist:
1-God Is Empty
2-The Wrong Way
3-Boot Shaped Country
4-Free of Cry
5-I Fell Disgusted
6-The Human Race
7-Regression
8-Nobody Stops Me
9-Finished
10-Fulgor

Bad-Core
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Recensione DEADLY CARNAGE

Deadly Carnage - Sentiero II: Le Ceneri
(2011, ATMF
Avantgarde Black Metal

Non vorrei sembrare un recensore di manica larga per il fatto che in media si possono riscontrare più recensioni positive che negative ad opera del sottoscritto. Ma davanti a queste piccole perle sonore, non si può non riconoscere ed apprezzare il lavoro che c’è stato dietro, specialmente quando riguarda band emergenti o comunque appartenenti all’underground, e destinate a restarci finché la scena mainstream avrà spazio solo per gli abomini sonori prodotti dai talent show o dalle congiure commerciali delle etichette major.
Inizio col precisare una cosa: la scelta del genere musicale ad inizio recensione è sempre inserito a discrezione di chi scrive, e quindi non me ne voglia nessuno se ho usato impropriamente il termine “avantgarde”: non saprei in quale altro modo definire un black metal che ama allontanarsi dai lidi classici del genere per spaziare in contaminazioni anche molto lontane dal panorama black. Perché alla fine è questo il black metal dei Deadly Carnage: black metal nelle sue radici ma associato in contesti musicali mutevoli, che stranamente non fanno perdere credibilità al lavoro ma piuttosto significano innovazione, con un risultato più che dignitoso.
Sei tracce, sei piccoli capitoli di un complesso ed introspettivo lavoro condito da liriche intelligenti, da leggere e meditare. Ognuna delle sei tracce, pur restando black metal fino al midollo, si associa ad un diverso genere. “Guilt of discipline” la definirei avantgarde per eccellenza, è molto facile infatti notare assonanze con gli Arcturus, fra i più rinomati portabandiera del genere. Subito dopo troviamo “Parallels”, con un sapore “neo-folk” che mi hanno riportato alla mente gli Ulver, i Wyrd e anche gli Opeth (per le malinconiche parti acustiche). Si passa quindi ad una mini-suite in due parti chiamata “Epitaph”, indubbiamente la parte più feroce del disco, black metal nudo e crudo nella sua prima parte, che si calma leggermente nella seconda assumendo un tempo più “andante” e trascinante. Eccoci poi a “Growth and new gods”, la mia preferita dell’album, liquida, disperata, onirica e trascinante… associabile agli immensi Dark Fortress, nei loro capolavori “Séance” ed “Ylem”. In conclusione troviamo “Ceneri”, lungo brano semi-acustico interamente in lingua italiana e cantato dai tre “vocalist” della band: ognuno di loro ha un timbro molto particolare e diversissimo dagli altri, quindi sia per quello sia per il loro modo di approcciarsi ed “interpretare” il testo, creano un’ambientazione sonora molto convincente e di assoluto impatto.
Quarantuno minuti sono però forse troppo pochi: non si fa in tempo ad elaborare il disco in testa che è già finito. Ma si può sempre mettere il replay.

Voto: 7,5

Tracklist:
1 – Guilt of discipline
2 – Parallels
3 – Epitaph (part I)
4 – Epitaph (part II)
5 – Growth and new gods
6 – Ceneri


Video: (Growth and new gods)


Pagine:
www.myspace.com/deadlycarnage
www.facebook.com/deadlycarnage
www.reverbnation.com/deadlycarnage


Grewon
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Recensione MIDIAN

Midian - Screaming Demon
(2011, Autoprodotto)
Thrash Death

Da caserta i Midian con tutta la carica del loro potente thrash/death portano alla ribalta la loro fatica musicale Screaming demon.
L'intro fa intravedere quanto possa essere ricercato il sound di quest'album, seppur la lunghezza dopo un po' lo faccia diventare una nenia, l'attacco è davvero ottimo.
Con Living madness e Buried alive il sound comincia ad essere maggiormente delineato, la costruzione dei pezzi risulta essere subito elaborata, con incastri di basso e batteria di rara bellezza, il tutto contornato dalla voce al vetriolo della singer, che nelle parti urlate rappresenta il valore aggiunto del disco.
La parte iniziale di Dark eden molto introspettiva viene subito spazzata via dalla potenta dell'incedere che in Divine deletion diventa ancora più potente, grazie anche ad una registrazione perfetta, la sezione ritmica macina una quantità industriale di spunti di headbanging, con ripartenze e tempi cadenzati che fanno risultare ogni pezzo mai noioso e scontato.
Time to die e Midian soprattutto, rafforzano ancora il sound di composizione dei pezzi, ogni dettaglio è curato, dagli incastri all'esecuzione tecnica alla tonalità della voce, tanta cura e tanta ricercatezza da sembrare anche troppa in alcuni frangenti accademici, soprattutto in qualche assolo particolarmente lezioso e riff che purtroppo, pur essendo di gusto e ben eseguiti poco hanno di tagliente ed estremo.
Kingdome gone, Eternal Ways of sorrow e Suffer agonies alternano tutto ciò che il genere impone egregiamente, la prova alla batteria merita un plauso particolare, soprattutto nella dinamicità delle ripartenze e la versatilità delle scomposizioni, il tutto supportato da un basso sempre all'altezza, ben oltre le carattristiche generiche proprie di questo sound.
Chiude il lavoro la strumentale I heard, che francamente poteva lasciar posto ad un altro pezzo più tirato, visto il troppo ricorso a fraseggi melodici nella totalità del lavoro.
Colpisce sicuramente la cura sia della registrazione che della composizione dei pezzi, molto curata e ricercata, il tutto eseguito con un ottima tecnica ed un invidiabile groove.
Tanti buoni spunti in questo Screaming demon, che più avanti, con un sound più maturo e con questa ricercatezza compositiva, potrà sicuramente suonare in modo molto più violento di ora.
Se da un caposaldo si deve partire, la voce al vetriolo di Miriam rappresenta un valore aggiunto su cui puntare, e magari in futuro prediligere la ferocia alla melodia o almeno non far diventare parte integrante dei pezzi l'accademica esecuzione strumentale.

Voto: 6

Tracklist:
1 Intro
2 Living Madness
3 Buried Alive
4 Dark Eden
5 Divine Deletion
6 Time To Die
7 Midian
8 Kingdom Gone
9 Eternal Ways Of Sorrow
10 Suffer Agonies
11 I Heard

Furia

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Recensione A BURIED EXISTENCE

A Buried Existence – The Dying Breed
(2011, Autoprodotto)
Hardcore

Oggi è il primo marzo. Quale modo migliore per iniziare il mese, se non ascoltando un disco nuovo e fresco di un gruppo emergente? Ed eccomi qui a parlarvi degli A Buried Existence, gruppo Hardcore di Catanzaro, che ci presenta il Full Length intitolato “The Dying Breeed”. L’opener Family Ties è caratterizzata da una batteria molto veloce e martellante che accompagna tutto il pezzo, mettendo in mostra la velocità delle mani e dei piedi di Luca Panebianco, autore di un egregio lavoro dietro le pelli, penalizzato però dallo scarso uso di elettronica nelle registrazioni (la grancassa si sente davvero poco e ha poco attacco, nonostante il mio impianto hi-fi con subwoofer...). Il secondo pezzo, Revenge, ha un ingresso particolare che ti sorprende al primo ascolto: infatti entri subito nel cuore del brano, dove la voce di Marco Velardi e gli estenuanti riff di chitarra di Gianluca Molè la fanno da padrone. Il terzo pezzo, Perverted Church, è molto valido in tutto e per tutto: una nota di merito va allo splendido outro con cui si chiude, caratterizzato dalla presenza delle chitarre in primissimo piano. Doppio pedale a manetta e gran lavoro di Ride nella title track dell’album, che stilisticamente ricorda un pochino gli August Burns Red, con qualche richiamo ai lavori di doppia cassa di Dave Lombardo. Reborn In The Sick si apre con uno splendido intro caratterizzato da un arpeggio di chitarra e una batteria lenta e ritmata, che richiama un po’ i lavori con influenze Ambient dei grandissimi Amia Venera Landscape.Questo, forse, è il miglior pezzo del disco, in cui hanno un ruolo primario tutti e 4 i componenti del gruppo: tanti riff di chitarra che si ripetono come se fossero ritornelli, con la voce che non segue uno schema fisso e la martellante batteria che mira a mantenere vivo il pogo. Public Enemies è un brano “di rottura”, che parte sparato fin dalle prime battute, per poi lasciarti in preda all’headbanging all’ingresso della voce, con un continuo susseguirsi di parti più cadenzate ed altre velocissime: 2 minuti e 33 secondi che ti stendono! Il settimo pezzo, Unite, dura poco più di un minuto, e sinceramente mi ha deluso un po’, dato che da pezzi così brevi ci si aspetta una carica particolare o qualcosa di più sperimentale. Secondo me questo è il pezzo meno riuscito del disco: pur risultando coerente nello stile, è un po’ piatto. In New World Disaster ci sono forti richiami thrashcore, che ricordano molto lo stile compositivo dei Trivium, ma i cambi di tempo sono degni di nota: ti sorprendono, spiazzano, e obbligano a muovere la testa a tempo di musica. Bello anche l’intermezzo con l’arpeggio di chitarra elettrica distorta, che ricorda un po’ il “ritornello” (se di ritornello si può parlare, le virgolette sono d’obbligo) di Composure degli August Burns Red (come idea, non come melodia). Combat Shock è un pezzo molto cadenzato, in cui Gianluca Molè e Giuseppe Tatangelo fanno un gran lavoro per dare il giusto sostegno ritmico al pezzo. Stupendi anche gli assoletti di chitarra negli intermezzi non cantati, così come le armonie sui riff base. L’album si chiude con 28 Weeks Later, un pezzo che si apre con un giro di basso stupendo, che mantiene da solo tutto il pezzo, accompagnato da una batteria cadenzata e da un insistente serie di 4 note di chitarra che si ripete per tutto il pezzo, anche quando subentra prepotentemente la chitarra distorta. Uno stupendo outro molto riuscito, in cui è degno di nota il drumming di Luca Panebianco: molto meno virtuoso rispetto agli altri pezzi, ma decisamente massiccio e riuscito. Il continuo crescendo che caratterizza il brano lo fa assomigliare più a un intro che a un outro, ma alla chiusura capisci che hai passato una bella mezzoretta in compagnia di un grande gruppo. The Dying Breed è un lavoro riuscitissimo, a parte qualche sbavatura di produzione: non so se è stata una scelta artistica/stilistica o meno, ma la batteria è molto meno dominante di quanto dovrebbe essere in qualunque album HC, risultando spesso oscurata dagli altri strumenti. Sarebbe stato più opportuno per conferire un sound ancora più duro un maggiore utilizzo dell’elettronica nella registrazione della batteria, con un utilizzo ingente di trigger che conferiscono la giusta durezza al sound del bravissimo drummer. Un 7 e mezzo a questo bell’album, sperando di sentir parlare ancora e al più presto degli A Buried Existence!

Voto: 7,5/10

Tracklist:
1) Family Ties
2) Revenge
3) Perverted Church
4) The Dying Breed
5) Reborn In The Sick
6) Public Enemies
7) Unite (Throwdown)
8) New World Desaster
9) Combat Shock
10) 28 Weeks Later (Outro)


JoeMFZB

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