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giovedì 23 maggio 2013

Recensione DERDIAN

Derdian - Limbo
(2013, Autoprodotto)
Power Metal

Attendevo con ansia il nuovo album dei lombardi Derdian, soprattutto a livello affettivo, dato che la recensione del loro capolavoro "The Apocalypse" è stata la mia prima recensione pubblicata su MetalArci. Temevo di essere deluso dal nuovo lavoro, che a loro dire si sarebbe un po' distaccato dalle tematiche fantasy e filo-rhapsodiane, ma restavo fiducioso nella bravura artistica del combo milanese e non vedevo l'ora che questo "Limbo" vedesse la luce (perdonate la pessima battuta).
Di cose, in questi tre anni che separano "Limbo" dal disco precedente, ne son cambiate parecchie. Prima fra tutti la rottura con la Magna Carta, prestigiosa casa discografica produttrice di alcune perle sonore come i While Heaven's Wept o il progetto Liquid Tension Experiment, che ultimamente si stava lasciando andare con pessime scelte gestionali. I Derdian hanno quindi optato per l'autoproduzione, e posso tranquillamente affermare che la differenza non si nota: suoni potenti, puliti, perfettamente livellati, come se dietro i mixer ci fosse non dico la Nuclear Blast, ma quasi.
Tuttavia il cambiamento più radicale è avvenuto all'interno della formazione: è stato sostituito il precedente bassista (a cui ero particolarmente affezionato, lo ammetto. Ma anche il nuovo sa farsi valere benissimo) e anche il cantante. Si, Joe Caggianelli non fa più parte dei Derdian. Il suo contributo nella band è stato fondamentale e la sua voce, non troppo alta e sempre piacevolissima da ascoltare, ha sempre rappresentato uno dei maggiori punti di forza.
D'altro canto, il suo sostituto, Ivan Giannini, è un autentico mostro. Tecnica canora impeccabile, una voce pulitissima ed eclettica, perfetta e versatile, pronta ad affrontare con maestria ogni repentino cambio di tono e di tempo. Dico davvero, è quanto di meglio si possa ascoltare nel panorama power, con la giusta dose di potenza e melodia. Una voce, però, ancora pressoché sconosciuta nel panorama metal e che meriterebbe una visibilità ben maggiore, non avendo nulla da invidiare ai nomi altisonanti.
L'ultimo cambiamento (anche se preferisco parlare di "evoluzione") riguarda infine l'intero songwriting, maturato all'ennesima potenza e capace di toccare le corde dell'anima fin dalle prime note, per non lasciarci più fino alla sua struggente conclusione. Come già anticipato, in "Limbo" siamo lontani dalle tematiche piene di mostri mitologici e divinità oscure da sconfiggere, per affrontare argomenti più attuali, filosofici, riflessivi, espressi in modo stupefacente dalla penna e dagli spartiti di coloro che ne hanno composto testi e musiche. Ci allontaniamo quindi dai Rhapsody of Fire per avvicinarci maggiormente ai Vision Divine del loro periodo migliore, quello con Michele Luppi alla voce. E' facile infatti associare "Limbo" al magnifico "Stream of Consciousness": vi assicuro che le emozioni provate sono le stesse.
Inutile dilungarmi ulteriormente su quest'ulteriore conferma alle mie convinzioni: i Derdian meritano molta più visibilità di quella che hanno e sono una band, assieme agli Ancient Bards, in grado di sostenere il "duello" con tutti i mostri sacri del genere e con qualsiasi controparte internazionale. Sono band e dischi come questi che devono portare nel mondo il nome della nazione, non le cagate uscite dai talent show. Ma l'arte, la bellezza, la cultura, sono privilegio per pochi eletti in grado di coglierne l'essenza, si sa.

Voto: 9/10

Tracklist:
01) Carpe diem
02) Dragon life
03) Forever in the dark
04) Heal my soul
05) Light of hate
06) Terror
07) Limbo
08) Kingdom of your heart
09) Strange journey
10) Hymn of liberty
11) Silent hope

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Sito ufficiale
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Grewon
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giovedì 7 marzo 2013

Recensione NEFESH

NEFESH - Shades and Light
(2012, Necroagency)
power/prog


Il nuovo lavoro dei Nefesh sembra aver finalmente raggiunto un buon livello di maturità sia compositiva che di padronanza tecnico-strumentale. Tutto ciò coadiuvato anche dal lavoro di registrazione e produzione, affidata fortunatamente alle mani di Frank Andiver prodotto nei leggendari Finnvox studio. Lo stile della band si contraddistingue da un power impreziosito da elementi sinfonici(buono il lavoro alle tastiere) infarcito da elementi prog e neoclassici, oltre che di metal estremo...Ma proprio riguardo a quest'ultimo aspetto, devo notare la poca incisività(o cattiveria diranno in tanti..) che probabilmente ha bisogno di essere approfondita ma non ingurgitata ad ogni costo; decisamente più convincenti risultano essere le parti classicheggianti e prog, segni di un'attitudine naturale della band. Degno di nota anche l'utilizzo, mai scontato, di parti cantate in italiano in diversi brani come Delirium of war, Tears e la title track...Apprezzabili, oltre ai brani sopracitati, anche tifonomachia e souther e la un pò "annacquata" Surexi(non è da tutti cimentarsi in suite prolisse e variopinte...). Interessanti e godibili anche i preludi strumentali che precedono alcuni brani.
Da ascoltare perchè nel complesso ben realizzato e godibile!

Voto: 7

Tracklist
1) Intro
2) Delirium Of War
3) Tifonomachia
4) Preludio
5) Everytime
6) Souther
7) Tears
8) Preludio
9) Hug Me
10) I Can’t Fly
11) Surexi
12) Shades And Lights
13) Outro

Diego

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martedì 8 gennaio 2013

Recensione OTHER VIEW

Other View - Going Nowhere
(gen 2013, autoprodotto)
Heavy-Power


Qui, parlerò del primo full-lenght, autoprodotto, degli Other View, album in prossima uscita nei primi mesi del nuovo anno, e che si intitola “Going Nowhere”. Questo loro primo lavoro in studio nasce, però, da una decennale esperienza della band, e racchiude i gusti e le variegate esperienze personali del sestetto che compone gli Other View.
Il combo è formato dai due fondatori, Lon HaWk alla voce e Stefano Candi alla chitarra, dall'altra chitarra Francesco Tuscano, da Giacomo Bizzarrini dietro le pelli, da Antonio La Selva al basso e da
Matteo “Vidar” Cidda alle tastiere.
La band muove i primi passi nel 2003 e nasce come progetto di stampo heavy classico con influenze power; ma col tempo, e l'apporto significativo in fase di songwriting di tutti gli elementi dei Other View, il sound si affina e spazia in varie direzioni, pur restando potente, veloce e diretto in brani come “exile” e “in a tower of lies”; ma si possono riscontrare bene alcune sfumature prog in brani come “rebirth”, grazie al lavoro di Bizzarrini alla batteria. La voce è sempre pulita e calda (mi ricorda in certi passaggi un Bailey più tagliente), e i chorus sono immediati e di pronta assimilazione, come nei primi Maiden. Nella tracklist è presente anche una ballad, “Balder's dream”, il cui video è vedibile al canale 22otherview su youtube.
La produzione è buona e i suoni son quasi sempre, forse ad eccezione della ballad, apprezzabili; il songwriting è ricercato sia nelle musiche che nei testi; ovviamente inventare qualcosa di assolutamente nuovo in ambito heavy-power è difficile e anche qui non ci son novità stilistiche, ma lo stile della band esce comunque fuori e l'intero album si ascolta con piacere e subito prende l'orecchio dell'ascoltatore.

Voto: 8/10

Tracklist:
01- Exile
02- Doppelganger
03- Rebirth
04- Balder's Dreams
05- In A Tower Of Lies
06- Lost In Heaven And Hell
07- Every Friday
08- Reason Of Life
09- Spawn

EvilViking

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domenica 9 dicembre 2012

Recensione KALIDIA

Kalidia - Dance Of The Four Winds
(2012, Autoprodotto)
Symphonic Power Metal

L'eredita dei Rhapsody è dura a perdersi: avendo dato vita quasi un ventennio fa a un genere nuovo, l'hollywood metal (cioè un power metal sinfonico con sonorità che richiamano alla mente le epiche colonne sonore hollywoodiane), sono stati l'orgoglio nazionale per moltissime persone, me compreso. I puristi del metal estremo li hanno ovviamente odiati (ed hanno avuto i loro buoni motivi), ciò non toglie che siano riusciti a creare un autentico trend, e determinato il proliferare di numerose band di power sinfonico.
Fatte le ovvie differenze, anche i Kalidia sono gli eredi di questa tendenza, ormai in declino e riservata a pochi eroi che strenuamente la difendono (e a mio avviso fanno anche bene). Come si evince dal loro ep, questa formazione propone un power sinfonico con voce femminile come solista. La voce è molto pulita e pertanto è facile accostare i Kalidia agli ultimi Nightwish o agli italiani Ancient Bards.
Con quattro brevi tracce non è possibile dare un giudizio molto preciso sul valore di una band, mi limiterò quindi alle mie prime impressioni, positive con qualche riserva. Fresco, semplice e diretto: questo è il sound dei Kalidia, lontano dalle prolissità e dai toni austeri e troppo filo-teutonici di molte formazioni del genere. Brani decisi e concisi, che colpiscono dritto al cuore e fanno capire subito le loro intenzioni. Questo è delizia ma anche croce, in quanto toglie spazio all'innovazione e al coinvolgimento sulla distanza. La band sembra sommariamente timorosa di osare, e preferisce adagiarsi su percorsi già battuti, anche se bisogna riconoscere che lo fa con notevole bravura.
Lo scorrere delle quattro tracce avviene con leggerezza, in maniera fluida e senza cali di tono: ci sono quindi le basi per un full-lenght di tutto rispetto. Per il momento, nella mia umiltà mi permetto di dare ai Kalidia la sufficienza piena per un prodotto simpatico e gradevole, che spero serva da preludio un lavoro più completo e appagante per chi ama il symphonic power.

Voto: 6/10

Tracklist:
01) The lost mariner
02) Winged lords
03) Reign of Kalidia
04) Shadow will be gone

Grewon

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giovedì 22 novembre 2012

Recensione TEZZA F.

Tezza F. - The Message: A Story of Agony, Hope and Faith
(2012, Autoprodotto)
Power/Avantgarde Metal


Un artista sconosciuto, e una copertina tutt'altro che interessante. Anzi, oserei dire piuttosto scialba. Tutto farebbe supporre che si tratti di uno di quei dischi autoprodotti che fanno sbadigliare dall'inizio alla fine. Beh, niente di più sbagliato: non appena l'album parte nel lettore, ci si deve necessariamente ricredere. "The Message: A Story of Agony, Hope and Faith" è una vera e propria "favola" sonora, un concept album composto da dodici tracce in tutto, un autentico concentrato di interessantissime emozioni, con ben poche pecche.
Non mi dilungherò molto in questa recensione, in quanto per analizzare ogni singolo tratto di quest'eterogeneo composto sonoro si dovrebbero spendere infinite frasi e parole, e la prolissità che ne deriverebbe inquinerebbe la considerazione di questo meritevole lavoro. Mi limiterò pertanto a citare alcune associazioni che mi sono venute in mente, cosa assai difficile data l'originalità compositiva di "The Message". per prima cosa, le radici più profonde sono quelle del power metal che strizza l'occhio alla sinfonia: non so perché ma mi son venuti in mente gli Avantasia (side-project del frontman degli Edguy Tobias Sammett) ma anche gli Ayreon. Come già accennato poco fa, infatti, le canzoni sono quasi totalmente differenti l'una dall'altra, e ognuna di loro è da considerare come un tassello della storia, con uno stile ed un approccio sempre nuovi e diversi da quelli delle altre.
Lati negativi del disco? Una certa sommaria insicurezza di fondo, sicuramente dovuta forse alla poca fama di questo progetto musicale: si può dire ciò che si vuole, ma alla fine è sempre l'acclamazione popolare il motore che spinge una band a fare di meglio e ad acquisire il carisma necessario per imporsi su un mercato sempre più saturo di uscite, ma paradossalmente sempre più povero di qualità, ahimé.
"The Message: A History Of Agony, Hope and Faith" è fortunatamente un lavoro più che discreto, e si rivela essere una piacevole sorpresa per qualunque tipo di ascoltatore, dato che propone un massiccio contenuto sonoro dalle innumerevoli sfaccettature.

Voto: 7,5

Tracklist:
01) Quies aeterna (intro)
02) Wings of a tragedy
03) Fading lightless
04) Caelorum signa (interlude)
05) Whisper symphony
06) My face in the mirror
07) At the dawn of a new day
08) This shining flame
09) Outside
10) In nomine Patris (interlude)
11) The message
12) Beyond the gates of Heaven (outro)

Grewon

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Recensione CROMO

Cromo - Unchained
(2012, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy-Power Metal


Curiosa proposta quella dei Cromo, una band di cui sinceramente non avevo mai sentito parlare ma che mi ha piacevolmente colpito, sia per la complessiva originalità del proprio sound che per l'esecuzione tecnica.
Il genere musicale è quanto mai difficile da catalogare precisamente: abbiamo infatti elementi di hard-rock tardosettantiano/ottantiano con influenze glam: Kiss, Motley Crue, Poison sono due nomi altisonanti che si possono citare per fornire un metro di valutazione. Tuttavia ci sono anche alcune influenze "tastierose" con lievi accenti prog, che mi hanno fatto ripensare dapprima agli Europe, e poi ai primissimi Dream Theater, quelli di "When Dream and Day Unite".
L'EP in esame è composto da sei tracce, per la durata complessiva di circa 25 minuti. Come già detto prima, l'impressione avuta è quella di una band che sa il fatto suo e semplicemente propone diverse soluzioni musicali per il semplice gusto di farlo, per divertimento e non perché non si hanno le idee chiare su quale direzione prendere. E' altresì probabile che nell'immediato futuro, considerate le impressioni della stampa e dei fans su quest'ep, si possa preferire l'una o l'altra strada, ma ciò non toglie che questo Unchained, sebbene non sia un capolavoro, sia comunque divertente e piacevole da ascoltare: venticinque minuti di buona musica, soprattutto per gli amanti del genere. I puristi dell'heavy metal classico, o dell'hard rock, possono magari storcere il naso davanti a quest'ecumenismo musicale che evita di schierarsi apertamente dall'una o dall'altra parte. Eppure basta aprire un po' la mente per riuscire a gustarsi un EP discreto e ben ideato.
Speriamo che in futuro i Cromo possano migliorarsi e siglare un prodotto con più carattere e in grado di imporsi sulla scena musicale satura di band, ma sempre affamata di talenti meritevoli.

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Hitchhiking
02) Heavy metal lover
03) Storm warning
04) Tide of flood
05) Shine my star
06) Wasted time


Grewon
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lunedì 7 maggio 2012

Recensione SEVEN THORNS

Seven Thorns - Return To The Past
(2010, Nightmare Records)
Power Metal

Il power metal non è morto, benché attualmente siano stati percorsi praticamente tutti i sentieri e sperimentate tutte le varie influenze e contaminazioni. Una band che decide di cimentarsi in questo genere è consapevole di non essere molto innovativa, e che dovrà quindi fare il doppio della fatica per emergere nella sterminata massa.
Per chi si chiedesse se l'ultimo album dei Seven Thorns, datato 2010, abbia le credenziali per emergere, la risposta è semplice: si, anche se con riserva.
"Return to the Past" è il secondo lavoro della formazione, e come detto prima non si prefigge di offrire qualcosa di nuovo, ma perlomeno ciò che offre è ben fatto. Le influenze riscontrabili in questo lavoro sono quelle dei maggiori gruppi di riferimento del settore: strumentalmente è davvero pregevole l'accostamento della tastiera, glaciale e avvolgente in chiaro stile Sonata Arctica alla chitarra a momenti velocissima e a momenti arpeggiosa e neoclassica in stile Timo Tolkki (Stratovarius). Batteria e basso seguono incalzanti ritmi colmi d'aggressività ed epicità, che sporadicamente lasciano il passo a brevi interludi di sonorità acustiche.
Il disco è composto da nove tracce, tutte molto particolari e generalmente credibili e orecchiabili, che forse peccano leggermente di originalità ma che sono perfettamente in grado di deliziare l'orecchio di chi le ascolta, fermo restando che apprezzi il power metal di matrice scandinava. Nove pezzi massicci e trascinanti (contententi testi meravigliosi e mai banali), che per tre quarti d'ora ci fanno capire che il power metal serio e ispirato non muore mai: semplicemente bisogna scegliere le giuste band.
Come anticipato ad inizio recensione, ci sono due piccole riserve da fare: per prima cosa la voce, caratterizzata da un timbro sporco e insolito per il genere. A me personalmente è piaciuto davvero tanto, se non altro perché non è la classica voce schizzata e stridula che viene (ab)usata nel power, ma i puristi del genere possono essere in disaccordo con me. In secondo luogo mi sarebbe piaciuta una bella power ballad, che rallentasse leggermente il ritmo e caricasse l'album con una spruzzata di romanticismo cazzuto. Ma va beh, i gusti sono gusti, e in ogni caso non si tratta di un aspetto negativo in maniera assoluta, ma solo relativa.
Mi complimento quindi coi Seven Thorns per il lavoro svolto, sperando che il futuro sia per loro roseo e che possa dare loro l'opportunità per migliorarsi sempre più.

Voto: 8/10

Tracklist:
01 - Liberty
02 - End of the road
03 - Through the mirror
04 - Freedom call
05 - Countdown
06 - Forest majesty
07 - Spread your wings
08 - Fires and storms
09 - Return to the past


Contatti:
Sito Web: http://www.seventhorns.com
Myspace: http://www.myspace.com/seventhorns


Grewon
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sabato 28 maggio 2011

Recensione - ANGELI DI PIETRA


ANGELI DI PIETRA - Anthems Of Conquest
(2011, CCP Records)

Dopo il nuovo album dei Thorondir, eccomi a recensire l’ultima fatica anche di un’altra band sotto contratto con la CCP Records: gli Angeli Di Pietra. Nome italiano che però identifica una band austriaca composta da sei elementi, con all’attivo un altro album e un discreto seguito di fans e acclamazione popolare e giornalistica.
Essi definiscono il loro sound come Power Folk Metal, anche se parlando sinceramente non ho trovato molte associazioni col concetto di Folk. Chi leggendo le parole Power Folk ha subito pensato ai nostri compaesani Elvenking, si metta tranquillo e cancelli l’idea dalla sua testa, in quanto siamo lontanissimi da quanto proposto dal combo toscano.
La musica degli Angeli Di Pietra a mio avviso è più accostabile a quella dei Battlelore, cioè un Power/Gothic Metal molto melodico e in qualche modo epico, soprattutto per i temi trattati nei testi. O magari anche agli italianissimi Ancient Bards. Se però i Battlelore sono votati all’universo Tolkeniano, gli Angeli Di Pietra invece citano svariate mitologie antiche: la Persia de “Le mille e una notte” (MARK OF THE SCIMITAR), la tradizione celtica (BOADICEA), l’antica Roma (I AM SPARTACUS), il ciclo Arturiano e bretone (la strumentale AVALON), la mitologia norrena (ONWARDS TO ASGAARD), eccetera. Nessun concept quindi, ma 9 canzoni e 4 brevi intermezzi e intro/outro strumentali che trattano l’epicità nelle sue varie sfaccettature. Questo a livello di liriche, ma musicalmente come siamo messi?
Il livello è più che discreto, c’è da dirlo. Nulla che faccia gridare al miracolo, eh! Così come nulla che stupisca particolarmente. Sono 13 tracce ben suonate e sommariamente ben studiate, che deliziano l’ascoltatore senza però colpirlo direttamente al cuore. La voce principale è quella di Sjoera Roggeman, una bella ragazza con una voce che una volta tanto non cerca di tramortire l’ascoltatore con gorgheggi lirici e acuti impossibili: la sua voce è fresca e pulita, nemmeno tanto acuta, che non annoia l’ascoltatore, ma al tempo stesso non lo stupisce. È una voce che non osa, che fa il suo dovere e si limita a quello, senza sperimentare qualcosa di più. Il suo dovere, tuttavia, lo svolge bene. La voce di Sjoera è anche accompagnata dall’ormai immancabile growl maschile, che personalmente avrei valorizzato di più: si sente poco e male, avrebbe meritato più spazio in alcune tracce.
Come produzione ci si è attenuti agli standard della CCP Records: suoni puliti, non troppo pompati, buon livellamento dei volumi. Niente di “NuclearBlastiano”, e direi per fortuna! Trovo che talvolta i suoni troppo perfetti e pomposi mal si addicano al Metal, un filone musicale molto più intimo e introspettivo, che ha bisogno di mostrare la bravura e il carisma delle band al di là di ogni effetto computerizzato. E questa, devo dire, è stata una scelta azzeccatissima per la musica degli Angeli Di Pietra: le atmosfere create sono talvolta sognanti, oniriche, e se si ama il genere musicale proposto non possono deludere, anzi.
In definitiva, questo Anthems Of Conquest è un disco affabile, spontaneo, sincero, che si lascia ascoltare senza indugi dall’inizio alla fine, lasciando alla fine un buon sapore in bocca. Forse a livello vocale si sarebbe potuto osare qualcosa in più, ma il risultato generale è più che buono. Consigliato agli amanti del genere.

Tracklist:
01. Last Flight of the Valkyries
02. Gates of Time
03. Fate of the Promised Land - The Desert
04. Fate of the Promised Land - Mark of the Scimitar
05. Towards New Shores
06. Buccaneers
07. Anthem of Conquest
08. I Am Spartacus
09. The Battle of Camlann
10. Avalon
11. Boadicea
12. Onwards to Asgaard
13. Remembrance

Grewon

Contatti:

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lunedì 20 dicembre 2010

Recensione - VINTERBLOT

VINTERBLOT - For Asgard
(2010, Autoprodotto)

Quando ho ricevuto la mail di Metal Arci con la richiesta di recensire l’ep dei baresi Vinterblot, ho sentito un forte brivido percorrermi la schiena. Dovete infatti sapere che sebbene sia radicata in me l’affinità al Power Metal più sperimentale, è ancora più radicato l’amore per la mitologia norrena, qualunque sia l’arte che la tratta: ho divorato libri, consumato i polpastrelli con videogiochi (Rune in primis!!) e sfondato i timpani con band che trattavano queste tematiche nelle loro canzoni, primi fra tutti gli Amon Amarth. E i Vinterblot intendono ripercorrere esattamente lo stesso percorso musicale dei maestri svedesi, sia nelle musiche che nei testi. Premetto che ho assistito in prima persona ad un concerto dei Vinterblot, quando vennero a suonare all’Olimpio Rock Café di Racale (LE). In particolare ricordo il momento in cui hanno eseguito FREE WILL SACRIFACE degli Amon Amarth: in quel momento strinsi al mio petto il mio Mjolnir (il martello del dio Thor) che porto sempre appeso al collo e cantai sommessamente sui versi di Hegg in un crescendo di emozioni che raramente ci si aspetta di provare ascoltando una band emergente.
Eccovi quindi spiegato il perché del mio fervore nel recensire il primo ep del combo barese, e spero che le righe che scriverò possano aiutare in qualche modo questa band così vicina alle mie inclinazioni ad emergere dall’underground.
Come già accennato prima, i Vinterblot ricoprono le stesse identiche fattezze che contraddistinguono anche la proposta musicale degli Amon Amarth, e in tutto e per tutto. A parte l’intro strumentale, infatti, si fa davvero fatica a trovare delle divergenze fra le due band, soprattutto per gli “incroci” delle chitarre e per il growling del cantante, molto simile all’ultimo Johan Hegg, che ha eliminato quasi del tutto lo screaming in virtù di un growling più pastoso, salivare e fondamentalmente meno aggressivo ma più oscuro rispetto ai canoni del Death classico. Anche il basso e la batteria trovano perfettamente il loro incastro nell’insieme, pur non emergendo in maniera drastica ma amalgamandosi al composto.
L’ep comincia con un’intro strumentale di un minuto e mezzo, non gloriosa né aggressiva bensì tetra e malinconica… come una marcia funebre o un inno alla battaglia da cui si sa già di uscirne senza vita… o magari un’introduzione al passaggio della Naglfar, la leggendaria nave composta da unghie di defunti che preannuncia l’inizio del Ragnarok, la fine del mondo. Il secondo brano si collega all’intro per quanto riguarda il mood tetro e introspettivo, ma se ne discosta per il ritornello epico e cadenzato, a suggellare l’eroico coraggio degli dei dell’ordine capitanati da Odino contro la minaccia dei giganti, eterni nemici del pantheon nordico. In seguito troviamo il brano NAGLFAR, che parla quindi dell’orribile imbarcazione preambolo del giorno del giudizio, e lo fa con tinte più aggressive e rabbiose. Poi arriva il turno di AS SLEIPNIR RISES, senza dubbio la mia preferita dell’ep: intensa, appassionata, epica e complessa pur nella sua disarmante semplicità compositiva (Sleipnir è il cavallo a otto zampe di Odino, nato dall’unione tra Loki, travestito da giumenta, e un possente cavallo appartenente a un gigante travestito.. ebbene sì, la fantasia norrena è senza limiti). Forse qui avrei un po’ appesantito i cori che urlano “hail!”, anche sfruttando qualche effetto computerizzato, perché no, ma complessivamente spacca ugualmente, ed è ovvio che in sede live si abbia l’obbligo di urlare a squarciagola per rendere ancor più sanguinante l’effetto scenico. Le ultime due tracce del disco, VINTERBLOT e BLOOD FURNACE sono a mio avviso l’emblema degli Amon Amarth più recenti, caratterizzati da brani più tirati e d’atmosfera rispetto alla ferocia degli esordi.
Ciò che si fa notare fin da subito è la sfacciata somiglianza con gli Amon Amarth: solo un orecchio molto attento potrà accorgersi al primo ascolto che non si tratta degli svedesi bensì di una band emergente proveniente da una zona (la Puglia) che di “vichingo” possiede ben poco. Anche a livello di produzione i risultati sono dignitosi e non si rimpiangono i suoni martellanti curati dalla Metal Blade. L’ep scorre lisco e fluido nel lettore, e appena concluso è probabile che inviti ad un altro ascolto più approfondito, senza stancare l’ascoltatore. Se proprio devo trovare un difetto nella proposta musicale dei Vinterblot, posso magari parlare della loro poca originalità: essendosi così profondamente ispirati agli Amon Amarth, non sono riusciti a sviluppare una loro identità ben distinta. Ma ci sono due punti a favore dei baresi: per prima cosa non esistono molte band che suonino quel genere, quindi la presenza di una band italiana (e pugliese!!!) così vicina agli Amon Amarth è già comunque a suo modo un’originale novità; e poi comunque pur seguendo le orme dei maestri, i Vinterblot non hanno scopiazzato nulla, nemmeno un semplice riff o un giro armonico. Le cinque tracce (esclusa l’intro) dell’ep potevano tranquillamente risultare nella tracklist di un nuovo disco degli Amon Amarth, senza nessuna caduta di stile, anzi. Quindi i miei più sinceri complimenti ai Vinterblot, con la speranza che presto si possa ascoltare un full-lenght, magari prodotto da un’etichetta che possa garantire ai baresi la visibilità che meritano.

Grewon

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domenica 14 novembre 2010

Recensione - ANCIENT BARDS


ANCIENT BARDS - The Alliance Of The Kings
(2010, Limb)

Per uno come me che seppure ascolta pressoché tutti i sottogeneri del Metal ha avuto la sua primaria formazione sognando sugli arpeggi di Luca Turilli e le sinfonie di Alex Staropoli, suscita una grande emozione l’opportunità di poter recensire il disco di questo combo romagnolo che, a detta di molti, viene identificato come il degno successore dei Rhapsody Of Fire. E penso che sia un grande onore anche per gli stessi Ancient Bards il poter essere considerati tali da molte persone, visto che ricalcano così palesemente le orme dei maestri triestini.
Tuttavia non fraintendetemi: non c’è assolutamente nulla di “scopiazzato” in quanto proposto dagli Ancient Bards, che nonostante siano appena al loro album di debutto hanno dimostrato di avere carattere e soprattutto di avere le idee chiare su ciò che vogliono proporre. E i risultati una volta tanto sono dalla loro, e la cosa non può che rendermi contento. Comincio prima di tutto a parlare delle analogie con i Rhapsody Of Fire, per poi trattare delle differenze.
La loro etichetta, neanche a farlo apposta, è la tedesca Limb, quella che ha affiancato i Rhapsody per tutto lo svolgimento della Emerald Sword Saga, un concept fantasy suddiviso in quattro album più un ep. La Limb, ad ogni modo, è da circa vent’anni che sembra essersi specializzata proprio nell’ambito musicale che va dal Power Metal classico a quello epico/sinfonico, passando in mezzo da quello neoclassico. E il risultato a livello di produzione si vede: anche se non ci si trova ai livelli della miliardaria Nuclear Blast, il suono proposto è comunque pulito e adeguatamente livellato, senza nessuno strumento che prevarica sugli altri. Ottimo lavoro sotto quest’aspetto quindi.
Il disco è composto da un’intro di narrazione seguita da nove tracce cantate in inglese con qualche inserto in italiano qua e là, la stessa struttura adottata dai Rhapsody nella loro Emerald Sword Saga. Anche gli Ancient Bards, volendo ispirarsi ai Rhapsody, hanno proposto una storia non troppo distante da quella scritta da Turilli: qui non c’è la spada di smeraldo ma in compenso c’è una spada di cristallo nero, attorno alla quale ruota tutta la storia e l’intreccio di guerra, amore e coraggio trattate nell’album, ovviamente ancora al primo capitolo.
Le analogie coi Rhapsody Of Fire, tuttavia, finiscono qui. Musicalmente infatti gli Ancient Bards se ne discostano in maniera sfacciata e se vogliamo anche arrogante! E questo, sappiatelo, è un pregio: sono dei ragazzi decisi, che sanno il fatto loro, e lo dimostrano in maniera sublime e senza incertezze. La principale particolarità di questa band è l’utilizzo della voce femminile, che per una volta tanto non è la solita voce lirica da mezzo soprano con cui Tarja Turunen ci deliziò alla fine del 20° secolo, ma che ormai è stata copiata da così tante band da spingerci a fermare il lettore non appena sentiamo qualcosa del genere. La singer degli Ancient Bards, invece, canta di voce piena e lo fa con una potenza esemplare, tanto da arrivare in alcuni punti dell’album a sfiorare i limiti dello screaming, senza però mai stonare e soprattutto senza annoiare. Io generalmente preferisco sempre la voce maschile nel Metal, in quanto si possono ottenere più sfumature e modi di cantato diversi, ma anche la gentil fanciulla addetta al microfono negli Ancient Bards sa difendersi benissimo e proporre un cantato a tratti dolce e suadente e a tratti aggressivo, risultando stranamente convincente. Magari i puristi del Power Metal continueranno a storcere il naso per questo motivo, ma quantomeno è stato proposto qualcosa di diverso, e comunque è stato proposto bene, quindi non c’è nulla da obiettare.
Non essendo io un musicista non mi dilungherò certo in discussioni sulla precisione tecnica dei vari musicisti, perché farei una pessima figura da incompetente patentato. Mi soffermo giusto due righe su una particolarità che mi ha lasciato a bocca aperta: gli assoli di basso! Mai in una band di Power sinfonico avevo ascoltato degli assoli realizzati interamente dal solo basso, ma d’altra parte non ci si poteva aspettare altro da un bassista che suona col John Myung 6 corde… la classe non è acqua!
Se devo necessariamente trovare un punto a sfavore dell’album, posso soltanto dire che magari alcuni (rarissimi) passaggi musicali mi sarebbero piaciuti di più se affrontati in modo diverso, perché a mio avviso son sembrati prolissi o ripetitivi, ma si tratta comunque di un qualcosa che risente esclusivamente dei gusti personali, e comunque non si può davvero chiedere di più da un disco di debutto, che di debutto non sembra nemmeno! Sembra piuttosto il disco di una band con almeno quindici anni di esperienza musicale alle spalle.
Il riscontro positivo che ha avuto questo disco è, una volta tanto, ben meritato. La scena del Power Metal in Italia si sta piano piano facendo strada grazie alle vecchie glorie sempre attive e anche grazie alle eccezionali reclute come i milanesi Derdian e anche questi Ancient Bards, che lasciano intravedere un futuro pieno di belle canzoni. Speriamo che il popolo italiano sia altrettanto all’altezza per poterli apprezzare come meritano.

Grewon

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