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giovedì 19 settembre 2013

Recensione A2ATHOT

A2athoT - TRUST YOUR EAR
(2013, Autoprodotto)
Downtempo/Doom Metal


Copertina semplice ma suggestiva, un background di un certo spessore e un'ottima auto-presentazione: senz'ombra di dubbio questa one-man-band che risponde al nome "A2athoT" ha subito avuto un buon ascendente su di me. Il prodotto che ho fra le mani è il suo nuovo ep "Trust your ear", uscito dopo un full-lenght.
Atmosfere psichedeliche, dissonanti, disturbanti, senza però sfociare nel drone doom, ma facendo in modo di suscitare determinate sensazioni nell'ascoltatore senza imporgliele.
Le basi sono quelle del doom e le derivazioni sfociano, come anticipato, nella psichedelia, nel downtempo, nella malinconia e nella tristezza, in un lavoro che attinge da diverse formazioni conosciute ma che riesce a proporre qualcosa di nuovo e di insolito.
I pezzi di cui è composto "Trust your ear" purtroppo sono solo tre, malgrado siano relativamente lunghi e coprono 20-25 minuti di tempo totale. Ho sempre difficoltà a recensire produzioni così brevi se non altro perché non ci si può dilungare ad analizzare ogni singolo aspetto, e allo stesso modo non si può dare il massimo dei voti, lo stesso giudizio che magari si è dato ad un full-lenght particolarmente bello. Il valore del progetto A2athoT, tuttavia, è innegabile e traspare da ogni singola nota. Il growling così come le clean vocals, incastonate nel tappeto sonoro fino a darne un aspetto unico e integro. D'altronde, il fatto stesso di costituire una one-man-band significa che ogni cosa, nei suoi minimi dettagli, è già precisamente realizzata nella mente del suo creatore. Non deve confrontarsi con nessuno, può saltare totalmente il passaggio della jam session o della stesura comunitaria, ed è impossibile non notarne la profondità e la compattezza anche in questo lavoro.
Tre brani, solo tre brani che però mostrano a tutti il valore indiscusso di questo progetto,un lavoro ben fatto malgrado qualche piccola pecca perfezionabile. Rimando quindi il voto alto al momento in cui un nuovo full-lenght targato A2athoT confermi le mie speranze, accese in me da "Trust your ear".

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Delirium of the sane (part I)
02) So pure, everything leaves life
03) Andromeda's misunderstanding

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Grewon

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giovedì 23 maggio 2013

Recensione ONIRICA / BIOS POLEMOS

Onirica / Bios Polemos - Split
(2013, Autoprodotto)
Melodic/Suicidal Black Metal

Ammetto che si tratta della prima volta che mi capita di recensire un disco split. Non so come mai, ma finora ho sempre "snobbato" questo tipo di produzioni, fedele come sono alla concezione classica di "full lenght" o al limite di ep. Devo però ricredermi totalmente, e ammettere che il mio era soltanto un cieco pregiudizio: produzioni come lo split di Onirica e Bios Polemos è servito a farmi cambiare idea. Ma procediamo con ordine.
"Split" è composto complessivamente da otto tracce, e si apre con quattro canzoni del progetto Onirica, una one-man band salentina di black metal melodico. Quattro pezzi incisivi, graffianti, dal riffing esplosivo e dalla malinconia marchiata a fuoco in ogni passaggio. Uno screaming sofferente e disperato ma con accenni ben marcati di violenza e aggressività. Una produzione fai-da-te che eccelle anche sotto l'aspetto sonoro, oltre che come songwriting.
Il disco procede e conclude con quattro brani di un'altra one-man band, denominata Bios Polemos. Qui la ferocia lascia lo spazio all'introspezione, alla calma gelida e piovosa degli ultimi giorni d'autunno: sensazione che spesso mi suscita il depressive black metal, e che funge da ottimo prosequio per questo split, che ricopre quarantacinque minuti complessivi di durata. Le poesie di Andrea Donaera, musicate nelle canzoni di Onirica, lasciano lo spazio alla poesia strumentale di Bios Polemos, a creare un ottimo tappeto sonoro per la conclusione del disco.
L'unico difetto ben visibile (o meglio, udibile) di questa singolare composizione musicale è rappresentato dalla differenza troppo marcata a livello di produzione: mentre per i brani Onirica ci troviamo su standards elevati, per i Bios Polemos abbiamo una produzione più scadente, oltre ad un volume di registrazione troppo basso. Ripeto, è la troppa differenza di produzione fra le due parti a farmi storcere leggermente il naso, null'altro: il depressive black, infatti, ben si sposa coi fruscii e i rumori, che anzi contribuiscono enormemente a creare un'atmosfera in grado di toccare le corde della nostra anima.
Che altro dire quindi: ottima prova per entrambe le band, ognuna fa la sua parte per offrire all'ascoltatore un'esperienza a suo modo unica nel genere, senza che nessuna prevarichi sull'altra. A me, personalmente, questo Split è piaciuto davvero molto, considerando anche i suoi difetti e le sue imprecisioni.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
(Onirica)
01) Furor in mortem vertit
02) Le mani
03) Il verbo
04) Nodo

(Bios Polemos)
05) Inanitas
06) Tears
07) Perpetual
08) Rassegnazione


Contatti:
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E-Mail:
oniricaband@gmail.com
hellishpoet@gmail.com

Grewon

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Recensione DERDIAN

Derdian - Limbo
(2013, Autoprodotto)
Power Metal

Attendevo con ansia il nuovo album dei lombardi Derdian, soprattutto a livello affettivo, dato che la recensione del loro capolavoro "The Apocalypse" è stata la mia prima recensione pubblicata su MetalArci. Temevo di essere deluso dal nuovo lavoro, che a loro dire si sarebbe un po' distaccato dalle tematiche fantasy e filo-rhapsodiane, ma restavo fiducioso nella bravura artistica del combo milanese e non vedevo l'ora che questo "Limbo" vedesse la luce (perdonate la pessima battuta).
Di cose, in questi tre anni che separano "Limbo" dal disco precedente, ne son cambiate parecchie. Prima fra tutti la rottura con la Magna Carta, prestigiosa casa discografica produttrice di alcune perle sonore come i While Heaven's Wept o il progetto Liquid Tension Experiment, che ultimamente si stava lasciando andare con pessime scelte gestionali. I Derdian hanno quindi optato per l'autoproduzione, e posso tranquillamente affermare che la differenza non si nota: suoni potenti, puliti, perfettamente livellati, come se dietro i mixer ci fosse non dico la Nuclear Blast, ma quasi.
Tuttavia il cambiamento più radicale è avvenuto all'interno della formazione: è stato sostituito il precedente bassista (a cui ero particolarmente affezionato, lo ammetto. Ma anche il nuovo sa farsi valere benissimo) e anche il cantante. Si, Joe Caggianelli non fa più parte dei Derdian. Il suo contributo nella band è stato fondamentale e la sua voce, non troppo alta e sempre piacevolissima da ascoltare, ha sempre rappresentato uno dei maggiori punti di forza.
D'altro canto, il suo sostituto, Ivan Giannini, è un autentico mostro. Tecnica canora impeccabile, una voce pulitissima ed eclettica, perfetta e versatile, pronta ad affrontare con maestria ogni repentino cambio di tono e di tempo. Dico davvero, è quanto di meglio si possa ascoltare nel panorama power, con la giusta dose di potenza e melodia. Una voce, però, ancora pressoché sconosciuta nel panorama metal e che meriterebbe una visibilità ben maggiore, non avendo nulla da invidiare ai nomi altisonanti.
L'ultimo cambiamento (anche se preferisco parlare di "evoluzione") riguarda infine l'intero songwriting, maturato all'ennesima potenza e capace di toccare le corde dell'anima fin dalle prime note, per non lasciarci più fino alla sua struggente conclusione. Come già anticipato, in "Limbo" siamo lontani dalle tematiche piene di mostri mitologici e divinità oscure da sconfiggere, per affrontare argomenti più attuali, filosofici, riflessivi, espressi in modo stupefacente dalla penna e dagli spartiti di coloro che ne hanno composto testi e musiche. Ci allontaniamo quindi dai Rhapsody of Fire per avvicinarci maggiormente ai Vision Divine del loro periodo migliore, quello con Michele Luppi alla voce. E' facile infatti associare "Limbo" al magnifico "Stream of Consciousness": vi assicuro che le emozioni provate sono le stesse.
Inutile dilungarmi ulteriormente su quest'ulteriore conferma alle mie convinzioni: i Derdian meritano molta più visibilità di quella che hanno e sono una band, assieme agli Ancient Bards, in grado di sostenere il "duello" con tutti i mostri sacri del genere e con qualsiasi controparte internazionale. Sono band e dischi come questi che devono portare nel mondo il nome della nazione, non le cagate uscite dai talent show. Ma l'arte, la bellezza, la cultura, sono privilegio per pochi eletti in grado di coglierne l'essenza, si sa.

Voto: 9/10

Tracklist:
01) Carpe diem
02) Dragon life
03) Forever in the dark
04) Heal my soul
05) Light of hate
06) Terror
07) Limbo
08) Kingdom of your heart
09) Strange journey
10) Hymn of liberty
11) Silent hope

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Grewon
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Recensione HYDRA

Hydra - Ghost Town
(2013, Autoprodotto)
Alternative Metal/Metalcore

Questa band mi era quasi passata davanti al naso senza che avessi l'opportunità di ascoltare quanto aveva da proporre. Grande sacrilegio, quando si parla di un'alternative metal band, che sia al tempo stesso anche validissima e non scadente nei vari cliché di sorta.
Gli Hydra sono una formazione genovese assemblata non in tempi recenti, ma che nel corso degli hanni ha avuto diversi cambi di line-up e conseguentemente anche di indirizzo musicale. Grazie all'entrata dell'ultimo cantante, ha potuto finalmente definire una direzione ben precisa, e portarla avanti fino alla realizzazione di un full-lenght di debutto, intitolato "Ghost town".
Quanto proposto, è un sound particolare e innovativo, su base alternative: sia a livello strumentale ma soprattutto a livello vocale si riconoscono chiarissimi richiami (che a volte sembrano quasi scopiazzature, senza però esserlo realmente) ai System Of A Down. Per il resto, le influenze riscontrabili spaziano dal metalcore/groove metal all'heavy metal ottantiano.
Un minestrone? Esatto. Esso è croce e delizia dell'album: sebbene aggiunga infatti novità ed eterogeneità al composto, al tempo stesso priva la band di un'identità musicale ben precisa. I brani che compongono "Ghost town" risultano spesso relativamente prolissi e ripetitivi, essendo comunque la radice da cui provengono, l'alternative metal, non comprensiva di molte variazioni sul tema.
Ciònonostante, questo debut album completamente autoprodotto (e supervisionato da un membro dei Sadist durante la registrazione e il mixaggio) riesce a convincere sotto l'aspetto del songwriting, che con delle correzioni (per limitare sbavature, lungaggini e qualche calo di tono) avrebbe potuto essere all'altezza dell'atmosfera, che è il punto di forza dell'album. Già, esattamente: ciò che colpisce di "Ghost town" è appunto la sensazione claustrofobica e sofferente che i brani, seppur generalmente tirati, sanno dare con inaspettata disinvoltura. Il cantante, che ogni tanto si concede qualche stecca, sa stupire per l'ecletticità e la destrezza con cui passa dai timbri puliti a quelli sporchi, e tutto sommato dà una prova più che dignitosa delle proprie potenzialità.
Non mi sento quindi di dare un voto molto elevato all'album, in virtù delle pecche che ha. Si tratta però di un lavoro degno di tutta stima: geniale, innovativo e particolare. Pieno sostegno pertanto ai genovesi Hydra: che possano farsi valere in sede live e proporre in futuro un album coi controcazzi, meritevole di essere annoverato come capolavoro. Le basi e le capacità ci sono tutte.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Welcome to...
02) ... Ghost town
03) Hope in my bedroom
04) Can't go
05) Dream of a life
06) Gunshot
07) Eliminate
08) She's the love
09) Oracle
10) Brand new world
11) Thank you very f***in' much


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Grewon

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Recensione MERCILESS ATTACK

Merciless Attack - Mercy for None
(2013, Autoprodotto)
Thrash metal

Dalla città "romantica" per antonomasia, Venezia, e dalle sue incantevoli stradine, arrivano i Merciless Attack, un combo composto da quattro ragazzi, pieni di energia metal distruttiva...Orgio alla voce, Fede alla chitarra, Punzo al basso e Marco alla batteria, sfornano, in questo loro demo, circa 20 minuti di puro e “old style” Thrash Metal...! Il sound è sporco al punto giusto e i riff sono veloci e taglienti come una lama di rasoio; la parte ritmica, regolare e potente, fa degnamente il suo lavoro, senza strafare ma dando sempre l'apporto giusto; la voce di Orgio, sempre in "clean", è rabbiosa e ricorda un po' l'hardcore e il crossover. I testi dei sei brani spaziano dalla religione con “Pray to your God”, a personaggi di film famosi come Texas Chainsaw Massacre con “Leatherface”, per parlare poi di nucleare in “The toxic avenger” e “Nuclear tsunami”; e, soprattutto, della passione per il metal e per i concerti, con un brano come “In the pit” e con la title track.
Ora passo a esaminare i punti deboli di questo demo: questi quattro ragazzi veneti hanno dimostrato che idee ed energie ne hanno da vendere...ovviamente, peccano ancora di poca esperienza nel writing (che ha margini di miglioramento), nella produzione e qualità del suono; e, infine, in quel “qualcosa” (il “quid” latino) di personale, pur restando in un genere ben definito, che fa fare il salto di qualità a ogni band.

Voto: 7/10

Tracklist:
01 - The Toxic Avenger
02 - In The Pit
03 - Nuclear Tsunami
04 - Leatherface
05 - Pray To Your God
06 - Merciless Attack

EvilViking

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giovedì 7 marzo 2013

Recensione NAHABAT

Nahabat - Essence
(2012, Autoprodotto)
Ambient/Dark Metal


La copertina di un disco è raramente garanzia della sua bellezza musicale. Serve più che altro a suscitare una particolare emozione che raggiunge il cervello e a sua volta si collega al portafogli dell'acquirente (spesso accade con quelle copertine che ritraggono donnine nude et similia). Altre volte invece fungono da biglietti da visita, a spiegare in maniera visiva il contenuto sonoro (vale ad esempio con le copertine dei Rhapsody o dei gruppi black metal). Più raramente, infine, offrono a chi le scruta simbolismi arcani o allegorie occulte, in modo da catturare l'attenzione di chi certe cose le percepisce. E' proprio questo il caso di Essence, il primo EP dei Nahabat, con una copertina che definire emblematica è poco. Multi-interpretativa anche. E la cosa bella è che le sensazioni che suscita tale raffigurazione si riscontrano perfettamente anche nelle canzoni (solo tre, purtroppo) presenti nell'EP: un dark ambient molto etereo e oscuro, che però guarda verso la luce. Onirico come non mai, Essence è una piccola e brevissima perla sonora capace di canalizzare il pensiero verso direzioni uniche. A me, ad esempio, ha suscitato l'immagine di un cielo coperto, nubi fitte, e una luce che a spiragli ci filtra attraverso. Un'atmosfera cupa, lugubre, ma con un retrogusto di speranza.. o forse di paura. Chi siamo noi, angeli in pena che bramiamo il ritorno del sole? O demoni timorosi della luce divina? Chi è la figura angelica, sofferente e al tempo stesso estasiata, raffigurata sulla copertina? Potrebbe essere ognuno di noi, esseri figuratamente alati e in grado di volare, ma ingabbiati in una società tecnocratica che non fa altro che distruggere i nostri sogni e tenta di sotterrarci, sebbene siamo fatti per toccare l'infinito.
Questa è l'interpretazione che ci ho dato io, ma ognuno di noi può scorgere qualcosa di differente, ed è proprio questa la genialata di Essence. Un tappeto di liquide e sognanti atmosfere tastierose che mi hanno ricordato le sonorità che ho tanto amato nei primi anni '90, unite ad una batteria morbida che raramente si concede dei brevi slanci di velocità. Essa però, come anche chitarra e basso, sono suonati in maniera soffusa e dolce, per suscitare appunto quella sensazione di "trasporto" che contraddistingue una produzione fuori dagli schemi, che proprio per questo motivo va incoraggiata e supportata. Il composto è arricchito da una voce femminile calda e dolcissima, con una malinconia velata che ben si sposa col sound dell'EP.
Non dò un voto più alto di 7 solo perché appunto si tratta di un EP di brevissima durata. Non si fa nemmeno in tempo a lasciarsi trasportare ed estraniarsi dal mondo che... è già finito. Che questa recensione valga pertanto come incoraggiamento per la produzione di un full-lenght che attinga a piene mani da Essence ma che allunghi l'emozione per la durata di un album vero e proprio.

Voto: 7

Tracklist:
01) Prelude
02) Essence
03) Helios anima


Grewon
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Recensione THE ABYSS GODS

The Abyss Gods - Birth Of The Gods
(2012, Autoprodotto)
Heavy/Progressive Metal

La biografia dei The Abyss Gods è ricca di date, festival e collaborazioni di grande spessore. Mentre il loro debut album è alle porte, mi accingo a recensire il loro ep autoprodotto, dal titolo “Birth of the Gods”. La mitologia, reale o fantastica, sembra quindi essere il filo conduttore dei loro componimenti, che musicalmente risentono di diverse influenze. Di base, troviamo un heavy metal molto “americaneggiante”, con una voce aspra e ruvida e richiami anche all’hard rock di fine anni 80. In alcuni passi è però facile sentire la correlazione col metal oscuro e introspettivo dei primi Amorphis, quelli di “The Karelian Isthmus” e “Tales from The Thousand Lakes”.
Birth of the Gods” è composto da soli tre brani di lunghezza standard; un demo dunque, più che un ep, ma le definizioni si sprecano, è la musica ciò che conta.
Sommariamente, devo ammettere che non sono rimasto particolarmente affascinato da questo disco: non è per la produzione carente (caratteristica ovvia per le band alle prime armi, e che non intacca minimamente il giudizio complessivo), ma proprio per il songwriting in generale, che in diversi punti mi è parso approssimativo e incontra il suo picco creativo solo nella strumentale “Into destiny”. Un altro elemento disturbante è rappresentato dai cori aggiunti alla voce principale, che non ottengono a mio avviso il risultato sperato, cioè quello di supportare la lead vocal. Questo problema è facilmente risolvibile a livello di produzione, e si deve tener anche conto che in sede live queste imprecisioni assolutamente non si sentono.
Cos’altro dire: i The Abyss Gods sono musicisti abili e decisi, e questo si vede. Questo breve ep di debutto è ancora un po’ acerbo, ma le potenzialità di questa band si vedono eccome: sicuramente dal vivo le impressioni sono di indubbio spessore. Resto in attesa del loro full-lenght, e sono personalmente molto fiducioso per il loro futuro.

Voto: 5

Tracklist:
01) Birth of the gods
02) Into destiny
03) Race against time


Grewon
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Recensione SECRETPATH

Secretpath - Wanderer
(2012, Autoprodotto)
Death/black


lavoro che sicuramente lascerà spiazzati i fan della prima ora, perchè i secretpath con questo nuovo lavoro, hanno deciso di mettere da parte mode e clichès vari, rendendolo piuttosto imprevedibile e variopinto nel suo insieme di sfuriate black ed elementi classicheggianti, death e prog, che nel loro insieme, hanno sicuramente costituito un lavoro fresco e godibile.
Sarebbe già sufficiente ascoltare "essence of chaos", con tutti i cambi improvvisi, ma ben amalgamati tra sfuriate black e intermezzi classici, per rendersi conto della qualità compositiva delle band. Degno di nota anche "in praecipiti Esse", coinvolgente e ben arrangiato. Da tenere sottocchio questa brava e capace band calabrese. Potrebbe in futuro offrire ulteriori sorprese e consolidarsi nel panorama del metal estremo.

Voto: 7.5

Tracklist:
1. Essence Of Chaos
2. The Dark Forest Of My Insanity
3. In Praecipti Esse
4. ... And So I Return To The River
5. I'm Your Guide


Diego
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Recensione CARTON

Carton - Perfect World
(2012, senza etichetta)
Hardcore/Alternative


I Carton nascono a Roma nel 2007 da un'idea di Cristiano Iacovazzo, già voce e basso dei Tintozenna (1996/2007); però, i primi tempi son resi difficili da continui cambi di line-up e soltanto nell'autunno 2008 la line-up si assesterà con Dan PK alle chitarre, con Ferruccio Di Marzio dietro le pelli e Maciej Mikolajczyk al basso, poi sostituito da Alessio Martucci nel settembre 2011.
La loro musica è una sapiente e originale miscela di grooves alla Pantera uniti alla potenza e schiettezza dell'Hardcore e dell'alternative metal dei primi anni '90; la voce sputa rabbia in ogni canzone e ricorda, in "salsa" romana, la graffiante cattiveria di Zach De La Rocha; i riff son potenti e sporchi al punto giusto.
Questo loro secondo lavoro in studio contiene dieci tracce: dalla title-track all'ottava (don't blame me) son brevi, con una media di tre minuti, e tiratissime...vere mazzate sui denti; la penultima, la più lunga, è un po' più melodica e articolata; mentre l'ultima traccia ripercorre il loro stile, sebbene particolare e più complessa.

Voto: 8,5/10

Tracklist:
01) Perfect World
02) Shut up
03) Jump
04) Horror kebab
05) Fuckin' hard day
06) Brave captains
07) Wrong way
08) Don't blame me
09) Young lost
10) Prophecy 2.0.12


EvilViking
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martedì 8 gennaio 2013

Recensione OTHER VIEW

Other View - Going Nowhere
(gen 2013, autoprodotto)
Heavy-Power


Qui, parlerò del primo full-lenght, autoprodotto, degli Other View, album in prossima uscita nei primi mesi del nuovo anno, e che si intitola “Going Nowhere”. Questo loro primo lavoro in studio nasce, però, da una decennale esperienza della band, e racchiude i gusti e le variegate esperienze personali del sestetto che compone gli Other View.
Il combo è formato dai due fondatori, Lon HaWk alla voce e Stefano Candi alla chitarra, dall'altra chitarra Francesco Tuscano, da Giacomo Bizzarrini dietro le pelli, da Antonio La Selva al basso e da
Matteo “Vidar” Cidda alle tastiere.
La band muove i primi passi nel 2003 e nasce come progetto di stampo heavy classico con influenze power; ma col tempo, e l'apporto significativo in fase di songwriting di tutti gli elementi dei Other View, il sound si affina e spazia in varie direzioni, pur restando potente, veloce e diretto in brani come “exile” e “in a tower of lies”; ma si possono riscontrare bene alcune sfumature prog in brani come “rebirth”, grazie al lavoro di Bizzarrini alla batteria. La voce è sempre pulita e calda (mi ricorda in certi passaggi un Bailey più tagliente), e i chorus sono immediati e di pronta assimilazione, come nei primi Maiden. Nella tracklist è presente anche una ballad, “Balder's dream”, il cui video è vedibile al canale 22otherview su youtube.
La produzione è buona e i suoni son quasi sempre, forse ad eccezione della ballad, apprezzabili; il songwriting è ricercato sia nelle musiche che nei testi; ovviamente inventare qualcosa di assolutamente nuovo in ambito heavy-power è difficile e anche qui non ci son novità stilistiche, ma lo stile della band esce comunque fuori e l'intero album si ascolta con piacere e subito prende l'orecchio dell'ascoltatore.

Voto: 8/10

Tracklist:
01- Exile
02- Doppelganger
03- Rebirth
04- Balder's Dreams
05- In A Tower Of Lies
06- Lost In Heaven And Hell
07- Every Friday
08- Reason Of Life
09- Spawn

EvilViking

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domenica 9 dicembre 2012

Recensione XFILIA

XFILIA - DEMO II
(2010, AUTOPRODOTTO)
DEATH BRUTAL


Da Belluno gli Xfilia presentano questo Demo II con una proposta death metal radicata nell'old school in pieno stile Deicide e Morbid angel dipanandosi in alcune sparate nel settore brutal con riferimenti molto più chiari a band come i Suffocation.
The herald, Mutilate ed inquisition fanno vedere bene la quadratura dei pezzi, la sessione ritmica è precisa e ben incastrata nella ritmica e le prove strumentali non hanno alcuna sbavatura.
War for dominance ed Into the depths risaltano le caratteristiche di questo Demo, da un lato una prova sia di riffing che solista da parte delle chitarre pefettamente armonizzata e che fà intravedere anche se in fase embrionale, ottimi spunti tecnico personali che in futuro potrebbero meglio delineare e contraddistinguere il sound, dall'altro una prova dietro le pelli davvero esaltante incalzata da un timbro vocale sempre presente e prezioso per tuaa la riuscita dei pezzi.
Sicuramente un demo serve più a tastare le qualità della band che ad altro,e dunque, anche se questo sound è ben suonato e ben strutturato risulta ancora acerbo sia a livello qualitativo che personale, ma le qualità intraviste fanno ben sperare per i futuri progetti sonori della band.

Voto: 5/10

Tracklist:
1 The Herald
2 Mutilate
3 Inquisition
4 War For Dominance
5 Into The Depths


Furia
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Recensione THE NOSEBLEED CONNECTION

THE NOSEBLEED CONNECTION - NOSEBLEEDERS
(2011, AUTOPRODOTTO)
THRASHCORE


Terzo album per i laziali The nosebleed connection che si apre subito con 3.32 nel nome del crust core più spietato e senza fronzoli giusto per capire cosa ci aspetta proseguendo nell'ascolto.
Your game is over e Surface/yourself continuano a martellare con un sound che molto deve a band come Sick of it all e Biohazard, senza aperture melodiche o di sorta, estremo e diretto in faccia come genere comanda.
Jonestown, Shiva lies e Superpower continuano a serrare i tempi di un sound che definisco thrashcore solo perchè la base fa risalire al trhash ma che più a a che fare con band come i raw power.
Scum of the system/ the state of piranhas, one love e trough the venom seppur con aperture di sorta, talvolta evitabili come nella scandalosa One love, continuano a tenere il sound su buoni livelli ben eseguiti, anche se il genere in linea di massima non richiede esplicitamente virtuosismi la proposta rimane sempre buona e perfettamente eseguita da una band che oserei definire ormai ben navigata.
The grip of steel chiude un disco che si lascia ben ascoltare, che senza impressionare particolarmente va dritto al punto senza fronzoli nè sbavature, sia compositive che esecutive, peccato che risulti un tantino anonimo nel complesso, una maggior dose di personalità potrebbe fare la differenza in futuro.
Tuttavia anche se l'appellativo core mi fà sempre paura per i suoi modernismi osceni, questo Nosebleeders si tiene bene in piedi, non entusiasma ma non fà nemmeno rabbrividire.

Voto: 5/10

TRACKLIST:
1 3.32
2 YOUR GAME IS OVER
3 SURFACE/YOURSELF
4 JONESTOWN
5 SHIVA LIES
6 SUPERPOWER
7 SCUM OF THE SYSTEM/THE STATE OF PIRANHAS
8 ONE LOVE
9 THROUGH THE VENOM
10 THE GRIP OF STEEL


Furia
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Recensione ROCKRAGE

ROCKRAGE - VALKIRJA
(2012, AUTOPRODOTTO)
HARD ROCK

Da teramo i Rockrage con questa loro autoproduzione riportano sonorità hard rock che ormai è quasi impossibile ascoltare, sia nell'underground che fuori.
Apre questo album, The beginning facendo subito capire le linee guida del sound, ispirato fortemente ai mostri sacri del genere, dai Led zeppelin ai Whitesnake con venature melodico molto Guns'n'roses.
Best love, I hate the world e To love and hate fanno vedere una buona quadratura sia negli arrangiamenti che nella sessione ritmica, un sound eseguito didatticamente senza esaltazioni nè sbavature.
Too bad e Hole in my soul continuano senza scalpore sulle linee tracciate dalle precedenti tracce, facendo notare una buona esecuzione tecnica che col passare dei pezzi diventa precisa rispetto adalcuni passaggi oscuri precedentemente ascoltati.
Valkirja, uprising portano direttamente a Walk on by myself che considero il pezzo più bello di quest'album sulle ali di un sound apprezzabile, che mischia riff ottantiani a momenti più melodici ben eseguiti e ben riprodotti.
Chiude questo Valkirja Wide hips 69, nel modo onesto e trascinante come aveva iniziato.
Sicuramente i Rockrage presentano un lavoro onesto, ben suonato e ben interpretato senza sbavature nè esaltazioni stilistico compositive.
Se da un lato mi verrebbe da dire che per fortuna il rock non è morto dall'altro considero questo album piatto e troppo legato alle band ispiratrici e troppo poco ad un'interpretazione più personale di questo sound.
Più in avanti nel tempo, acquisendo una propria identità nel sound, probabilmente promuoverò a pieno la band, per ora mi sento di promuovere solo l'esecuzione tecnica e le qualità della band.

Voto: 5/10

TRACKLIST:
1 The Beginning
2 Best Love
3 I Hate The World
4 To Love And Hate
5 Too Bad
6 Hole In My Soul
7 Valkirja
8 Uprising
9 Walk On By Myself
10 Wide Hips 69


Furia
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Recensione THE KING'S BAND

THE KING'S BAND - THE ANTICHRIST
(2012, Autoprodotto)
HARD'N'HEAVY


I the king's band sono il progetto di Karlage king, progetto musicalmente promosso dalla Necrotorture agency che riporta agli albori sonorità tipicamente di gruppi come Skid row, Motley crue, L.A. guns in chiave personalmente ed irriverentemente rivisitata.
Radio hell getta le basi di un sound semplice e d'impatto destinato a rimanere bene in testa, non ci sono virtuosismi particolari, sia in esecuzione strumentale che in tecnica canora, per non parlare poi del livello di pronuncia ma fatto sta' che questo pezzo nella sua semplicità è di sicuro impatto.
Gypsy night e Sex after night procedono con preoccupanti interpretazioni canore, ma musicalmente rimangono ben strutturati nella loro onestà, seppur in gioco di incastro dei riff a lungo andare diventi noioso e prevedibile a livello qualitativo totale i pezzi quadrano bene.
Trip in the after life e You are my bitch cercano di districarsi in tempi davvero lunghi per i pezzi, che contraddinstinguono un po' tutti i pezzi. Ciò penalizza il risultato finale anche alla luce di una mancanza di idee e d'innovatività, ma come detto precedentemente, queste lacune unite ad un'interpretazione vocale davvero anomala comunque non toccano l'impatto del pezzo che nel complesso rimane decente nonostante tutto
In death or glory oltre a chiudere il pezzo, la prova vocale tocca i minimi storici di questolavoo, davvero imbarazzante a tratti.
Considerando la prova vocale, la tecnica esecutiva, la composizione metrico musicale dei pezzi forse sarebbe stato meglio ordinare le idee e far uscire questo lavoro tra qualche anno, magari curando anche la produzione visto la pessima resa di questa.
Salvo la visione irriverente e simpatica sia della band che del genere proposto, ma come proposta musicale decisamente da evitare.

Voto: 4/10

Tracklist:
1 Radio Hell
2 Gypsy Night
3 Sex After Night
4 Trip In The After Life
5 You Are My Bitch
6 Death Or Glory

Furia

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Recensione KALIDIA

Kalidia - Dance Of The Four Winds
(2012, Autoprodotto)
Symphonic Power Metal

L'eredita dei Rhapsody è dura a perdersi: avendo dato vita quasi un ventennio fa a un genere nuovo, l'hollywood metal (cioè un power metal sinfonico con sonorità che richiamano alla mente le epiche colonne sonore hollywoodiane), sono stati l'orgoglio nazionale per moltissime persone, me compreso. I puristi del metal estremo li hanno ovviamente odiati (ed hanno avuto i loro buoni motivi), ciò non toglie che siano riusciti a creare un autentico trend, e determinato il proliferare di numerose band di power sinfonico.
Fatte le ovvie differenze, anche i Kalidia sono gli eredi di questa tendenza, ormai in declino e riservata a pochi eroi che strenuamente la difendono (e a mio avviso fanno anche bene). Come si evince dal loro ep, questa formazione propone un power sinfonico con voce femminile come solista. La voce è molto pulita e pertanto è facile accostare i Kalidia agli ultimi Nightwish o agli italiani Ancient Bards.
Con quattro brevi tracce non è possibile dare un giudizio molto preciso sul valore di una band, mi limiterò quindi alle mie prime impressioni, positive con qualche riserva. Fresco, semplice e diretto: questo è il sound dei Kalidia, lontano dalle prolissità e dai toni austeri e troppo filo-teutonici di molte formazioni del genere. Brani decisi e concisi, che colpiscono dritto al cuore e fanno capire subito le loro intenzioni. Questo è delizia ma anche croce, in quanto toglie spazio all'innovazione e al coinvolgimento sulla distanza. La band sembra sommariamente timorosa di osare, e preferisce adagiarsi su percorsi già battuti, anche se bisogna riconoscere che lo fa con notevole bravura.
Lo scorrere delle quattro tracce avviene con leggerezza, in maniera fluida e senza cali di tono: ci sono quindi le basi per un full-lenght di tutto rispetto. Per il momento, nella mia umiltà mi permetto di dare ai Kalidia la sufficienza piena per un prodotto simpatico e gradevole, che spero serva da preludio un lavoro più completo e appagante per chi ama il symphonic power.

Voto: 6/10

Tracklist:
01) The lost mariner
02) Winged lords
03) Reign of Kalidia
04) Shadow will be gone

Grewon

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Recensione KRIEG

KRIEG - DEAD SOUND WALKING
(2011, Autoprodotto)
Thrash


Definire i Krieg e questo Dead sound walking non è semplice, in primo luogo perchè etichettare questa come una thrash band è abbastanza riduttivo, e poi, il lavoro dei milanesi ha colpito gente come Glenn Fricker e James Murphy, questo mi fà pensare che o ci sono grandissime potenzialità oppure che sia un bluff epocale.
Sexess apre quest'album rappresentando, a mio avviso un'eccezione....uno dei pochi pezzi che punta sulla velocità in un album che punta più sulla sperimentazione e precisione, pezzo che rimane comunque bello con i riffing tendenti più ad un death che ad un sound thrash propriamente detto, sempre per ricordare che le influenze in quest'album sono molteplici.
Skin seller alterna momenti radiolina a parti melodiche oltre il limite della decenza per poi portarsi a ritmi più serrati seppur con una prova in sessione ritmica alquanto ambigua.
Unaithfull e Second line portano le liriche sui livelli più alti, cambi di tempo, blast beat, riffing perfetamente incastrati....troppo roba per un album semplicemente thrash, se dovessi definire questo sound accostandolo ad una band non potrei fare a meno di tirare in ballo i miei amati Nevermore....davvero ottimi i pezzi, senza sbavature nè virtuosismi ma perfetti nel loro dipanarsi.
After the sin e Divination rappresentano le punte compositive di questo lavoro, in questi due pezzi si può pienamente vedere sia la caratura tecnica che quella esecutiva e soprattutto i diversi stili che compongono tutto il sound di quest'album.
Ecco, la mia speranza che l'album finisse qui svanisce precipitando in un baratro che non mi sarei aspettato....vabbè che finora non si gridava al miracolo ma per lo meno si teneva in piedi come album.
Con black book che ancora si tiene questo Dead sound walking tende verso picchi verso il basso come immortality e god that could imbarazzanti nel loro anonimato e chiudere poi con la prova quasi caritatevole di dark art e cult, onestamente senza arte nè parte, confuse sia nella metrica che nella composizione musicale.
Quest'album dividerà senza dubbio le diverse anime del thrash, meglio l'old school oppure la sperimentazione feroce? Ai posteri l'ardua sentenza, per quanto riguarda l'esecuzione tecnico-compositiva di questo Dead sound walking, il valore della band (anche per il batterista talvolta perso nei meandri) è ineccepibile, l'originalità e la maturità nella struttura dei pezzi rappresenta di sicuro il valore aggiunto di un album che senza queste sarebbe stato piatto oltre ogni umana condizione.
Ora le note dolenti, tanta sperimentazione, tanta angoscia nel far coesistere velocità e violenza con atmosfere gotiche e melodie a che pro? se quest'album fosse rimasto semplicemente thrash, visto le qualità tecniche dei componenti della band sarebbe stato di certo migliore, per ora, il mio modestissimo parere lo definisce un'accozzaglia di roba messa a posta per colpire l'attenzione di un ascoltatore inesperto, ma alla fine di contenuto c'è veramente poco.
Senza ombra di dubbio i thrashers non faranno carte false per avere quest'album.

Voto 4/10

Tracklist:
1 SEXESS
2 SKIN SELLER
3 UNFAITHFULL
4 SECOND LINE
5 AFTER THE SIN
6 DIVINATION
7 BLACK BOOK
8 IMMORTALITY
9 GOD THAT COULD
10 DARK ART
11 CULT


Furia
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giovedì 22 novembre 2012

Recensione TEZZA F.

Tezza F. - The Message: A Story of Agony, Hope and Faith
(2012, Autoprodotto)
Power/Avantgarde Metal


Un artista sconosciuto, e una copertina tutt'altro che interessante. Anzi, oserei dire piuttosto scialba. Tutto farebbe supporre che si tratti di uno di quei dischi autoprodotti che fanno sbadigliare dall'inizio alla fine. Beh, niente di più sbagliato: non appena l'album parte nel lettore, ci si deve necessariamente ricredere. "The Message: A Story of Agony, Hope and Faith" è una vera e propria "favola" sonora, un concept album composto da dodici tracce in tutto, un autentico concentrato di interessantissime emozioni, con ben poche pecche.
Non mi dilungherò molto in questa recensione, in quanto per analizzare ogni singolo tratto di quest'eterogeneo composto sonoro si dovrebbero spendere infinite frasi e parole, e la prolissità che ne deriverebbe inquinerebbe la considerazione di questo meritevole lavoro. Mi limiterò pertanto a citare alcune associazioni che mi sono venute in mente, cosa assai difficile data l'originalità compositiva di "The Message". per prima cosa, le radici più profonde sono quelle del power metal che strizza l'occhio alla sinfonia: non so perché ma mi son venuti in mente gli Avantasia (side-project del frontman degli Edguy Tobias Sammett) ma anche gli Ayreon. Come già accennato poco fa, infatti, le canzoni sono quasi totalmente differenti l'una dall'altra, e ognuna di loro è da considerare come un tassello della storia, con uno stile ed un approccio sempre nuovi e diversi da quelli delle altre.
Lati negativi del disco? Una certa sommaria insicurezza di fondo, sicuramente dovuta forse alla poca fama di questo progetto musicale: si può dire ciò che si vuole, ma alla fine è sempre l'acclamazione popolare il motore che spinge una band a fare di meglio e ad acquisire il carisma necessario per imporsi su un mercato sempre più saturo di uscite, ma paradossalmente sempre più povero di qualità, ahimé.
"The Message: A History Of Agony, Hope and Faith" è fortunatamente un lavoro più che discreto, e si rivela essere una piacevole sorpresa per qualunque tipo di ascoltatore, dato che propone un massiccio contenuto sonoro dalle innumerevoli sfaccettature.

Voto: 7,5

Tracklist:
01) Quies aeterna (intro)
02) Wings of a tragedy
03) Fading lightless
04) Caelorum signa (interlude)
05) Whisper symphony
06) My face in the mirror
07) At the dawn of a new day
08) This shining flame
09) Outside
10) In nomine Patris (interlude)
11) The message
12) Beyond the gates of Heaven (outro)

Grewon

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Recensione CROMO

Cromo - Unchained
(2012, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy-Power Metal


Curiosa proposta quella dei Cromo, una band di cui sinceramente non avevo mai sentito parlare ma che mi ha piacevolmente colpito, sia per la complessiva originalità del proprio sound che per l'esecuzione tecnica.
Il genere musicale è quanto mai difficile da catalogare precisamente: abbiamo infatti elementi di hard-rock tardosettantiano/ottantiano con influenze glam: Kiss, Motley Crue, Poison sono due nomi altisonanti che si possono citare per fornire un metro di valutazione. Tuttavia ci sono anche alcune influenze "tastierose" con lievi accenti prog, che mi hanno fatto ripensare dapprima agli Europe, e poi ai primissimi Dream Theater, quelli di "When Dream and Day Unite".
L'EP in esame è composto da sei tracce, per la durata complessiva di circa 25 minuti. Come già detto prima, l'impressione avuta è quella di una band che sa il fatto suo e semplicemente propone diverse soluzioni musicali per il semplice gusto di farlo, per divertimento e non perché non si hanno le idee chiare su quale direzione prendere. E' altresì probabile che nell'immediato futuro, considerate le impressioni della stampa e dei fans su quest'ep, si possa preferire l'una o l'altra strada, ma ciò non toglie che questo Unchained, sebbene non sia un capolavoro, sia comunque divertente e piacevole da ascoltare: venticinque minuti di buona musica, soprattutto per gli amanti del genere. I puristi dell'heavy metal classico, o dell'hard rock, possono magari storcere il naso davanti a quest'ecumenismo musicale che evita di schierarsi apertamente dall'una o dall'altra parte. Eppure basta aprire un po' la mente per riuscire a gustarsi un EP discreto e ben ideato.
Speriamo che in futuro i Cromo possano migliorarsi e siglare un prodotto con più carattere e in grado di imporsi sulla scena musicale satura di band, ma sempre affamata di talenti meritevoli.

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Hitchhiking
02) Heavy metal lover
03) Storm warning
04) Tide of flood
05) Shine my star
06) Wasted time


Grewon
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Recensione Chemical Genocide

CHEMICAL GENOCIDE - IN HIPOCRISY THEY TRUST
(2012, Autoprodotto)
Thrash


Quanta fatica per questi ragazzi arrivare a questo demo, si perchè questa giovane band tarantina dopo un primo rodaggio, necessario per farsi le ossa in sede live, è stata poi decimata da quel fenomeno che tende a distruggere molte promettenti band del sud: la cosiddetta diaspora universitaria.
Dispersi così in varie zone d'Italia e lontani parecchi km tra di loro, peri componenti diventa difficile continuare il progetto e tutto sembra ormai perso, fino all'arrivo dell'Estate, in cui ritrovandosi tutti insieme si riprende con decisione, per dare alla luce almeno una piccola testimonianza dell'esistenza del gruppo, ed è così che prende forma "In Hipocrisy they trust".
Questo piccolo demo di 3 tracce (più un intro) sicuramente poco per formulare un giudizio, ma per i motivi sopra citati si capisce che non si poteva fare di più... 12 minuti soltanto che però riescono nell'intento di far capire a pieno lo stile Chemical Genocide.
Thrash senza fronzoli, nudo e crudo, di quello anni '80 (lo stesso ambito dei più noti concittadini Assaulter di cui potrebbero essere idealmente dei "figliocci")nella sua essenza più classica, riff taglienti, doppio pedale a raffica e voce sporca e cattiva. I primi nomi che mi son venuti in mente ascoltando questi 3 pezzi sono i Morbid Saint e i Demolition Hammer, peccato finisca già tutto subito, lasciando un pò di amaro in bocca.
Un piccolo assaggino insomma, che comunque ci fa intuire buone capacità, nella speranza che ci sia un seguito, sarebbe un peccato se "In Hipocrisy They Trust" diventasse il testamento di questa band, c'è sempre bisogno di thrash e i Chemical Genocide potrebbero risultare interessanti
Voto: 6,5/10

Tracklist:
1 Intro
2 Under Systematic Annihilation
3 In Hipocrisy They Trust
4 Chemical Genocide


Torrrmentor
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Recensione Grim

GRIM - MASTURBATING ZOMBIE
(2011, AUTOPRODOTTO/NECROTORTURE AGENCY)
HARD ROCK/ HEAVY METAL


Se non conoscessi i Grim per il loro precedente lavoro Noises from the graveyard, visto l'artwork avrei subito pensato ad uno di quei gruppi brutal gore da me tanto amati, ed invece gli abruzzesi sono autori di un horror rock dalle tinte heavy metal, genere caro a Alice cooper e W.a.s.p. per genere e Rob zombie per tematiche.
Partendo con l'ascolto dell'intro di Nightmare castle e My black widow non posso fare a meno di notare i progressi rispetto al precedente lavoro, finalmente il sound è armonico e ben eseguito oltre che musicalmente molto valido.
Society e Venomous tirano il sound su tempi più heavy, senza mai stupire per esecuzione tecnica ma quadrando tutta la sessione ritmica del pezzo in un incastro praticamente perfetto.
Prematurial buries e Cutting oltre a far intravedere una prova dietro le pelli leggermente oltre il canonico timbrare il cartellino ci portano a Breathless e Painful con molta allegria, alla fine l'alchimia dei pezzi fin ora ascoltati è semplice quanto letale. Metrica semplice senza fronzoli e fraseggi virtuosi, esecuzione onesta e senza sbavature con il risultato che i riffing ed i ritornelli si ficcano nel cervello senza mai andarsene incalzati da una prova vocale che valorizza tutti i brani.
Inferno, It's so better to be buried tengono le redini del genere ben rappresentato e ben eseguito portando l'album in chiusura con The dead are after me e regalandoci l'irriverente ed esilarante Beverly hills a chiudere degnamente un buon lavoro nello stesso modo in cui l'aveva cominciato.
Concludendo, sicuramente non ci saranno baroccheggiamenti e virtuosismi tecnici esaltanti in questo masturbating zombie, ma l'attitudine nell'esecuzione e la simpatia della proposta scenico musicale lo fanno rivelare un disco che si ascolta molto piacevolmente e non dispiace affatto.

Voto: 6/10

Tracklist:
1 NIGHTMARE CASTLE
2 MY BLACK WIDOW
3 SOCIETY
4 VENOMOUS
5 PREMATURIAL BURIES
6 CUTTING
7 BREATHLESS
8 PAINFUL
9 INFERNO
10 IT'S SO BETTER TO BE BURIED
11 THE DEAD ARE AFTER ME
12 BEVERLY HILLS

Furia

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