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giovedì 23 maggio 2013

Recensione HYDRA

Hydra - Ghost Town
(2013, Autoprodotto)
Alternative Metal/Metalcore

Questa band mi era quasi passata davanti al naso senza che avessi l'opportunità di ascoltare quanto aveva da proporre. Grande sacrilegio, quando si parla di un'alternative metal band, che sia al tempo stesso anche validissima e non scadente nei vari cliché di sorta.
Gli Hydra sono una formazione genovese assemblata non in tempi recenti, ma che nel corso degli hanni ha avuto diversi cambi di line-up e conseguentemente anche di indirizzo musicale. Grazie all'entrata dell'ultimo cantante, ha potuto finalmente definire una direzione ben precisa, e portarla avanti fino alla realizzazione di un full-lenght di debutto, intitolato "Ghost town".
Quanto proposto, è un sound particolare e innovativo, su base alternative: sia a livello strumentale ma soprattutto a livello vocale si riconoscono chiarissimi richiami (che a volte sembrano quasi scopiazzature, senza però esserlo realmente) ai System Of A Down. Per il resto, le influenze riscontrabili spaziano dal metalcore/groove metal all'heavy metal ottantiano.
Un minestrone? Esatto. Esso è croce e delizia dell'album: sebbene aggiunga infatti novità ed eterogeneità al composto, al tempo stesso priva la band di un'identità musicale ben precisa. I brani che compongono "Ghost town" risultano spesso relativamente prolissi e ripetitivi, essendo comunque la radice da cui provengono, l'alternative metal, non comprensiva di molte variazioni sul tema.
Ciònonostante, questo debut album completamente autoprodotto (e supervisionato da un membro dei Sadist durante la registrazione e il mixaggio) riesce a convincere sotto l'aspetto del songwriting, che con delle correzioni (per limitare sbavature, lungaggini e qualche calo di tono) avrebbe potuto essere all'altezza dell'atmosfera, che è il punto di forza dell'album. Già, esattamente: ciò che colpisce di "Ghost town" è appunto la sensazione claustrofobica e sofferente che i brani, seppur generalmente tirati, sanno dare con inaspettata disinvoltura. Il cantante, che ogni tanto si concede qualche stecca, sa stupire per l'ecletticità e la destrezza con cui passa dai timbri puliti a quelli sporchi, e tutto sommato dà una prova più che dignitosa delle proprie potenzialità.
Non mi sento quindi di dare un voto molto elevato all'album, in virtù delle pecche che ha. Si tratta però di un lavoro degno di tutta stima: geniale, innovativo e particolare. Pieno sostegno pertanto ai genovesi Hydra: che possano farsi valere in sede live e proporre in futuro un album coi controcazzi, meritevole di essere annoverato come capolavoro. Le basi e le capacità ci sono tutte.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Welcome to...
02) ... Ghost town
03) Hope in my bedroom
04) Can't go
05) Dream of a life
06) Gunshot
07) Eliminate
08) She's the love
09) Oracle
10) Brand new world
11) Thank you very f***in' much


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Grewon

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mercoledì 28 dicembre 2011

Intervista - THE RITUAL

1) Innanzitutto grazie per aver accettato di essere intervistati per Metalarci. La nostra è una webzine che si occupa di sponsorizzare il metal e il rock italico per cercare di farli emergere dall’oblio provocato dall’ignoranza generale, drogata di house, talent show e altre schifezze simili che distruggono la musica stessa. Presentateci dunque la vostra band, i The Ritual.

- Ciao a tutti! The Ritual è una band nata ormai quasi 10 anni fa da Marco Obice e Luca Devito, rispettivamente voce-chitarra e batteria. Dopo alcuni anni trascorsi a suonare cover di Pantera, Metallica, Judas Priest, iniziano a comporre pezzi propri verso lidi thrash metal. Nel 2008 subentro alla chitarra, e nel 2009 arriva anche Liuk Abbott al basso , per rendere la band , quello che è oggi; una famiglia, 4 grandi amici che scrivono pezzi metal con mille influenze .



2) So che tu Marco (il chitarrista) sei impegnato anche in altri progetti, fra cui gli illustri Secret Sphere, avanguardisti del progressive power metal. Riuscite a conciliare i vostri progetti alternativi con l’impegno preso coi The Ritual?

- Sicuramente a volte non è facile riuscire a combinare gli impegni di tutti; oltre ai Secret, suono nei Bejelit, power band italiana e Liuk suona in una talentuosissima band metalcore, i Suddenly Collapse. L’impegno però è sempre il massimo in ogni situazione. D’altronde penso che se credi davvero in una cosa, fai di tutto per portarla al più alto livello possibile. Gli sbattimenti non sono un peso. La musica è quello che amiamo di più.



3) Qual è stata la prima risposta dei fans a questa proposta musicale, che ha il chiaro scopo di rivalutare la scena metalcore, offrendogli spiragli di tecnica e originalità compositiva? Avete in progetto di fare un tour?

- Grazie davvero per le bellissime parole! Io penso che la forza di questo disco, stia nel fatto che ognuno riesci a vederci tantissime sfumature diverse; nelle recensioni uscite ci hanno paragonati a Avenged Sevenfold, Heathen, Killswitch Engage, Iced Earth, ecc. . La risposta di addetti ai lavori e ascoltatori, è stata davvero buona al momento. Il primo video ufficiale , ha riscosso buonissimi riscontri , trascinando il disco. Noi ne siamo orgogliosi, per ogni piccolo dettaglio, e siamo molto felici di tutto quello che sta venendo fuori. Promuoveremo al meglio l’album dal vivo, ma prima di partire in un tour, penso che dovremmo cercare di farci conoscere ancor di più, ma chissà col prossimo lavoro sicuramente potrebbe venire fuori qualcosa di buono per l’Europa.



4) Tornando per un attimo all’argomento Secret Sphere (mi rivolgo quindi a Marco), ricordo che tempo fa Marco Garau dei Derdian mi raccontò di aver suonato con la sua band, i Derdian appunto, assieme ai Secret Sphere e che fu un concerto memorabile. Ma che purtroppo era un evento più unico che raro in quanto la risposta generale del pubblico italiano non è sempre positiva o costante nel tempo. La mia domanda quindi è questa: quali speranze ha una nuova band quando cerca un posto nelle scene, quali problemi avvertite e quali soluzioni proporreste per risolvere la situazione?

- Per una band nuova , oggi è davvero difficile riuscire a trovare date; vuoi per l’inflazione musicale che , a mio parere, ormai ha pervaso il mondo intero, vuoi per semi-affollamento di eventi di vario tipo. L’Italia è un paese che ancora deve sviluppare l’autosupporto alle proprie band , come nel resto d’Europa viene fatto. E’ davvero bruttissimo vedere come band “ clamorose” che in altri stati vengono incensate in ogni maniera – Rhapsody e Lacuna Coil per fare due piccoli esempi – vengano trattate coi piedi e senza i giusti meriti. Tutto il sistema sta cambiando, il livello tecnico si è alzato a dismisura e la prova di questo fatto è che oggi ci sono tantissime band made in Italy, che firmano per label straniere tra le più forti , come i grandi Fleshgod Apocalypse, i Tasters, ecc.



5) Quali sono i vostri gusti musicali, e che background avete?

- Ognuno di noi viene dal metal, ma ci distinguiamo moltissimo tra tutti i sottogeneri; Liuk ama il jazz, il rock anni 70 e il progcore di band come Animal As Leaders, Luca è un fan dei Pantera, Lamb Of God e delle follie sonore dei nostri cari amici Empyrios, Marco, il nostro singer, va matto per i Trivium, Avenged Sevenfold ma divora letteralmente Giovanni Allevi, Kenny G, Stone Sour e Alter Bridge. Personalmente passo attraverso quasi ogni genere, vicino al rock in ogni caso, dai Weather Report, fino ad arrivare agli All Shall Perish, per passare ai Fairyland o gli Hardcore Superstar.




6) Ci parlate brevemente dei vostri altri progetti musicali?

- Oltre a Ritual, sono il chitarrista dei Secret Sphere, power metal , con cui stiamo lavorando al nuovo album che uscirà prima dell’estate, e anche nei Bejelit con stiamo proprio finendo in questi giorni il mixaggio dell’album nuovo “Emerge” in uscita a fine marzo su BakerTeam Records. Liuk Abbott invece suona anche nei Suddenly Collpase, band deathcore, con la quale verrà sicuramente fuori nel 2012 con un po’ di materiale :)



7) Spero tanto di potervi vedere al più presto dalle nostre parti, nel Salento. Grazie di cuore per l’intervista! Fate un saluto ai lettori di Metalarci.

- Grazie a voi per il supporto e per la disponibilità. Speriamo di vederci presto on stage. Un saluto a tutti e supportate il metal italiano; ha bisogno di ogni minima voce del pubblico di casa nostra, ha bisogno di essere considerato nello stesso modo in cui viene considerata la scena tedesca o scandinava che sia, abbiamo band letteralmente incredibili, non dimenticatelo.

Grewon


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mercoledì 14 dicembre 2011

Recensione THE RITUAL

The Ritual - Beyond The Fragile Horizon
(2011, Bakerteam Records)
Speed/Metalcore


Qualche giorno fa ho ricevuto un’email da Marco Pastorino, chitarrista dei Secret Sphere, una Progressive/Power band italica che io ho praticamente quasi idolatrato da sempre: sebbene siano rimasti relativamente nell’underground (colpa di un mercato musicale malato che premia solo le schifezze e nasconde i talenti autentici), hanno dimostrato con i fatti e in più riprese di essere una band validissima sotto ogni aspetto. Ricevere una mail da Marco scatenò un brivido di emozione lungo la mia spina dorsale, anche se la richiesta non era di recensire un nuovo lavoro dei Secret Sphere, ma il debut album del suo side-project, i “The Ritual”, che a parte pochissime influenze, si discostano diametralmente dal Power Prog tipicamente italiano con cui nel quindicennio appena trascorso ci hanno deliziato le orecchie band del calibro di Vision Divine, Labyrinth, Secret Sphere, Athena.
Qui la musica è letteralmente cambiata: la musica dei The Ritual si associa invece alla scena tipicamente Hardcore, che attualmente vede come maggiori esponenti i Bullet For My Valentine, band purtroppo bistrattata dai metallari “true” e amanti dell’old school, e che d'altronde disprezzano tutta la scena Metalcore in genere.
Ma non è tutto: nel disco sono chiaramente visibili alcune leggere metafore sonore che ci ricordano l’AOR dei Vision Divine col sommo Michele Luppi alla voce (in “Jason on the river”), assoli di Progressive oscuro sulla falsariga dei Dream Theater di “Train Of Thought” (in “Hysterya & madness”), avanzamenti Catchy e un po’ Hardcore (in Shoot me), ballate elettroniche dal sapore “Hoobastankiano” (in “Without”). “Beyond The Fragile Horizon” tuttavia è nel complesso coerentemente Metalcore, ma si discosta dalla massa di questo saturato genere grazie a un elevatissimo livello tecnico (e che i Bullet For My Valentine possono soltanto sognare), ma anche stranamente di un buon songwriting e particolarità delle tracce. Particolare abbastanza bizzarro, in quanto la caratteristica peculiare del Metalcore è proprio quella di essere generalmente monotono e di presentare i soliti ritmi e melodie, perché il suo scopo è quello di far pogare (o, usando un termine dei bimbiminkia poser, “moshare”) ai concerti, puntando su un feeling energetico piuttosto che sull’originalità compositiva, qualità quest’ultima che invece sembra non mancare affatto nell’album dei The Ritual, anche se tuttavia risulta incatenata nei dettami del genere principale che in un certo senso limita l’impareggiabile talento dei musicisti di questa band. Il cantato, sebbene non sia tecnicamente una cima e si faccia prevalentemente “appoggiare” da cori ed effetti (ma è il Metalcore che lo chiede!) si fa comunque notare per la pronuncia inglese più che discreta.
Difetti evidenti? Si, uno: mentre la prima metà del disco è di una notevole bellezza e originalità compositiva, nella seconda metà il ritmo cala e si fa meno incalzante, e anche l’attenzione cala con lui.
In sostanza: ai fanatici del Thrash/Death tradizionale o comunque del metal estremo non posso garantire che il disco piacerà, di probabilità credo ne abbia poche. Ma generalmente ne consiglio l’acquisto e l’ascolto, perché di frecce al proprio arco ne ha diverse: se la scena Metalcore avesse più dischi come “Beyond the fragile horizon”, sicuramente godrebbe di molta più considerazione e popolarità.

Grewon

Tracklist:
01 – Beyond the fragile horizon
02 – Show me what you can do
03 – Jason on the river
04 – Hysteria & madness
05 – Shoot me
06 – Without
07 – Together
08 – The slave
09 – The liar
10 – Nothing is the same (sacrifice)

Contatti:
http://www.myspace.com/theritualthrash

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sabato 23 luglio 2011

Recensione - BLOODY REVENGE


BLOODY REVENGE - Tempo
(2010, Autoprodotto)
Metalcore/Post-hardcore

Ecco a voi, direttamente da Lecce, i Bloody Revenge con il loro EP di debutto intitolato Tempo pubblicato nel gennaio 2010. Il quartetto composto da Matteo Mastrorillo (chitarra), Giovanni Mele (batteria), Lorenzo Belmonte (basso) e Alessandro Rocca (chitarra e voce) ci propone nelle 3 tracce che compongono l’EP un mix di Metalcore e Post-Hardcore d’impatto che, nonostante la qualità di registrazione mediocre, si lascia apprezzare. I nostri mettono subito le cose in chiaro sulla proposta musicale che vogliono offrirci con il primo brano intitolato  ITALIAN REICH.
L’inizio è di quelli veloci, alla As I Lay Dying per capirci. Le strofe sono caratterizzate da una linea vocale ben calibrata che cambia volto nei ritornelli melodici senza mai far perdere d’intensità il pezzo, nel quale trova spazio anche un classico breakdown. THE FEAR OF DEATH è uno di quei brani che ti rimangono in testa: con il suo ritornello secco ed evocativo e con quel riff iniziale che richiama tanto gli Iron Maiden, non ti lascia fermo sulla sedia, anzi ti spinge nella calda ed accogliente atmosfera del pogo. Chiude l’EP la title-track TEMPO, cantanta in italiano, che grazie alla sua combinazione di riff e testo risulta granitica e strizza l’occhio a gruppi della scena Hardcore italiana come Plakkaggio HC e Grand Theft Age. In conclusione come si dice nel gergo popolare "pochi ma buoni", ed è proprio questo il caso dell’EP dei Bloody Revenge: tre pezzi tiratissimi, che si lasciano ascoltare e gradire. L’unico neo è rappresentato dalla mancanza di una produzione sonora adeguata che penalizza il quartetto facendolo sembrare un po’ confusionario nell’approccio allo strumento.

Vicustrodden

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martedì 21 giugno 2011

Recensione - RAGESTORM


RAGESTORM – The Meatgrinder Manifesto
(2010, Autoprodotto)
Metalcore

Quarto EP per i Valdostani Ragestorm. The Meatgrinder Manifesto segue nell’ordine il debutto Storm Inside e i successivi Someone Hears? e The Passion. Questo quarto episodio si propone di essere il più ambizioso, nonché il più estremo della band, attiva sin dal 2004, e questa ambizione si palesa già dalla dimensione di concept che inevitabilmente catalizza una maggiore considerazione. L’idea alla base del disco è una rivisitazione in chiave moderna del Mito della Caverna di Platone tramite un’immagine metaforica che vede come protagonisti miliardi di persone (l’umanità) incastrate a loro insaputa dentro enormi ingranaggi (la società) che nell’impeto di dimenarsi per raggiungere la figura dello schermo visivo (che rappresenterebbe la propaganda, ciò che ci viene propinato per tenerci a bada) finiscono per accelerare la loro morte per stritolamento ad opera degli ingranaggi.
Affascinante quanto ben curato nei dettagli quest’interessante prospettiva che il gruppo ci pone davanti con questo nuovo EP, una riflessione davvero intrigante che merita un plauso, ma una volta accantonato il concetto logico è la musica che conta, altrimenti ci troviamo qui a discutere del nulla. Il Manifesto del Tritacarne musicalmente è valido, seppur con notevoli limiti, riguardanti più che altro la differenza tra ciò che potrebbero fare e ciò che invece concretamente hanno proposto nell’EP.  Mi spiego: una band che dà una simile parvenza di professionalità nella cura del sound, della produzione, nei testi, nella stesura di un concept, non può poi limitarsi a svolgere un compitino “ordinario”, ma al contrario dovrebbe osare maggiormente, aumentando anche magari la propria componente di sperimentazione e ricercando l’innovatività, che per un gruppo come i Ragestorm (che non sono definibili facilmente con una semplice etichetta) dovrebbe essere la molla in più che permette di emergere, in uno scenario abbastanza ridondante qual è quello del Metal moderno.
5 tracce più un intro quindi per questo EP, per poter elaborare un giudizio completo, 5 tracce di cui la prima vera è THE MEATGRINDER THEORY che si attesta su coordinate vagamente Thrash-Core, miste al Metalcore. La potenza non manca e il sound è ottimamente definito, si denota già una batteria portante e una voce duttile e istrionica nel passare dal growl più gutturale quasi tendente al Grind a uno scream più graffiante.  Segue CALL OF DUTY, titolo evidentemente ispirato al videogioco, visto che di guerra tratta, ma in una maniera meno banale di quella a cui siamo abituati, in quanto invita ad informarsi contro la disinformazione che si cela dietro al concetto di guerra e patria, che indirettamente alimentano il “tritacarne”. Qui c’è un leggero rallentamento dei ritmi rispetto al precedente, con qualche fugace apertura melodica, ed è ciò che troviamo anche in WHERE HEALTH MEANS DEATH forse leggermente corretto e migliorato. Anche qui da apprezzare l’ottimo lavoro di testo, la cui tematica va a toccare la mercificazione della sanità; si subentra sempre più nel Metalcore, accentuato uso di break down con la voce libera di spadroneggiare, ma comincia a delinearsi a questo punto anche il problema che accennavo in precedenza cioè la mancanza di novità che rischia di comprometterne il valore. Fortunatamente arriva NEW WORLD DISORDER e il livello si alza, le chitarre prendono convinzione e il riffing ne beneficia, ma in generale tutto il pezzo acquista valore, la solita ottima prova del singer pensa al resto, e qui si ha la prova che il gruppo se volesse potrebbe fare di più. IDIOCRACY conclude ripercorrendo quanto fatto dai pezzi precedenti.
The Meatgrinder Manifesto rimane quindi un buon ep, col rammarico che però sarebbe potuto essere ben superiore. La band ha il necessario per poter fare di meglio, con un po’ più di coraggio saremmo stati qui a parlare di un top disco. Sono certo che la consacrazione potrà arrivare al prossimo tentativo.

Torrrmentor

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Tracklist:

01 Introduction to Indoctrination
02 The Meatgrinder Theory
03 Call of Duty
04 Where Health means Death
05 New World Disorder
06 Idiocracy




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giovedì 5 maggio 2011

Recensione - CARTON


CARTON - Alter Ego
(2011, Autoprodotto)

Band molto particolare questi Carton, e lo si evince già dalla bizzarra confezione del loro cd, Alter Ego, molto curata ma appunto particolare. Cosa che subito balza all’occhio e in qualche modo “rompe il ghiaccio” incuriosendo l’ascolto. Una volta inserito il cd nel lettore, dopo una brevissima intro strumentale fatta di suoni campionati (l’effetto sonoro sembra quello di un didjeridoo, come quello usato e abusato da Jamiroquai, unito alle campanelle natalizie… bizzarro accostamento, ma tanto la seconda traccia entra subito), ci si rende subito conto del genere trattato dai Carton: un incrocio ben definito tra Metalcore, Industrial Metal e se vogliamo anche Alternative Metal. Nulla di particolarmente tecnico e virtuoso quindi: suoni pesanti, decisi, martellanti, uniti ad una voce graffiante e urlata, sulla falsariga degli industrial-metallers Static X.
Tuttavia nonostante anche i Carton definiscono il proprio genere come Industrial Metal, mi sono sentito di citare le varie contaminazioni perché per poter essere industrial “puro” avrebbe dovuto contenere molta elettronica e parti campionate (qui è praticamente assente), e poi perché ho trovato diverse assonanze (attenzione: assonanze, non plagi) con le band dell’attuale scena Metalcore (A Day To Remember e gli ultimi, meno commerciali, Bullet For My Valentine) e con l’Alternative Metal dei Guano Apes.
Ma, sostanzialmente, il disco è bello e piacevole all’ascolto oppure no? Sì e no. Chiarisco innanzitutto che non sono un amante del genere, tuttavia questo Alter Ego ha diverse frecce al suo arco: più di ogni altra cosa la serietà, nel senso che traspare proprio la convinzione con cui i componenti dei Carton compongono ed eseguono le tracce. Si nota ben poco l’acerbità tipica delle band underground senza una lunga carriera alle spalle: qui i ragazzi sanno benissimo ciò che vogliono e avanzano spediti nella direzione che hanno scelto.
Tuttavia il disco ha anche alcuni lati negativi, oltre alla produzione non eccelsa: io non giudico mai un album underground in base al livello di produzione, è ovvio che per realizzare un prodotto agli standard della Nuclear Blast bisogna avere un budget stratosferico. Le 11 tracce che compongono l’album (9 canzoni e 2 brevissimi intermezzi) sono veramente troppo corte! In media sono tutte di due minuti e mezzo, tre minuti al massimo. Alter Ego, quindi, finisce prima della mezzora, lasciando un po’ l’amaro in bocca proprio per questo motivo. Non pretendevo un disco di 80 minuti pieni alla Dream Theater, chiariamoci! Dopotutto anche il genere musicale dei Carton comporta una scelta di brani sostanzialmente corti, veloci e diretti, però mi sarebbe piaciuto ascoltare qualche “sperimentazione” in più, qualche “particolarità” che contraddistinguesse il disco nel panorama Metalcore/Industrial. Ma non voglio “bastonare” questa band: tutto ciò è anche conseguenza del genere musicale scelto. Infatti come il Doom Metal o l’Experimental Progressive siano grandiosi da ascoltare nello stereo di casa ma poi dal vivo spesso e volentieri annoiano, per il Metalcore succede esattamente il contrario. La sicurezza di fondo c’è, e sono certo che in sede live i Carton sapranno dare ai pezzi di Alter Ego una luce diversa.

Grewon

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sabato 12 marzo 2011

Recensione - NASHWUAH

NASHWUAH - Kali Yuga’s Tales
(2010, Nashwuah + Gianluca Amendolara)

I Nashwuah sono una band del circuito milanese, si sono formati già dal lontano 1996 e sono un gruppo di chiaro stampo Metalcore.
Kali Yuga’s Tales è un cd che si lascia interpretare bene già dai primi ascolti, una produzione molto pulita che rientra molto bene con quello che la band va a proporre. Si parte con un intro e subito il secondo pezzo
PRIMORDIAL: da subito si capiscono le influenze tipo Machine Head, Madball, Crowbar, e gli immancabili Pantera.
Come vuole questo genere si alternano parti veloci con parti cariche di groove, buona sicuramente la prestazione degli strumentisti e del vocalist, i pezzi scorrono bene da CROWNS OF ILLUSIONS a SPIRAL a KALI YUGA (THE DARK AGE).
Durante l’ascolto di questo cd si denota che la produzione (come ho detto sopra) è sì buona, ma a mio avviso sin troppo pulita,  pecca a tratti di potenza e il tutto può rendere i pezzi troppo piatti che vanno ad alleggerire l’attitudine della band.
Si termina con SUFFER IN SILENCE, ottimo l’ottavo pezzo TERMINAL HATING HAMMER  e MIRROR OF THE EMPTINESS: lento, cadenzato, ma carico di atmosfere che chiudo dignitosamente questo full.
Ascoltando questo lavoro si percepisce subito la capacità tecnica degli strumentisti, a mio parere un lavoro buono ma ancora non del tutto maturo, frutto sicuramente del genere già troppo riproposto in questi ultimi venti anni, i Nashwuah peccano un pò di originalità a scapito anche di una produzione, anche se molto pulita, che  non fa rendere i pezzi come dovrebbero. Ottimo l'aspetto grafico del cd, si presenta in maniera molto professionale.
Nel complesso un lavoro ben fatto per questo combo milanese, consigliato agli amanti del Metalcore di nuova generazione.

SCUM

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mercoledì 12 gennaio 2011

Recensione - INGRAVED


INGRAVED – Onryou
(2010, Power Pain Records)

Tornano sulla scena I brindisini Ingraved con questo Onryou, terza fatica del gruppo, che fa seguito a Hatred From Outside e Moe Agare, supportati stavolta dalla label tedesca Power Pain Records e forti di una fama sempre crescente in Italia come anche in Europa (a giudicare dalle date del loro tour, che toccherà anche Russia e Lettonia).
Il sound del gruppo è andato modificandosi  nel corso degli anni, ammorbidendosi maggiormente rispetto al Death iniziale, giungendo quindi all’attuale consolidamento su basi vicine al Metalcore, di cui gli Ingraved sono ormai dei fieri portabandiera. In questo contesto si inquadrano quindi i punti di forza della band, che fa del groove e dell’energia in sede live il proprio credo, aiutati anche da un’ottima preparazione individuale di ognuno di loro.
Nel dettaglio Onryou vuole essere l’album della rivalsa, come esplicitato anche dal concetto stesso alla base del titolo, ovvero uno spirito della tradizione popolare giapponese che torna nel modo fisico per avere vendetta… Vendetta che per gli Ingraved è contro i problemi personali e contro gli anni di faticosa lotta nell’underground, e per ottenerla si basano su un prodotto già collaudato, arricchito da una dose di sperimentazione per lo più volta ad ottenere un approccio più fortemente melodico, 10 tracce (di cui l’iniziale BAD KARMA e SHOWTIME FOR MY APOCALYPSE già presenti sul precedente Moe Agare) che seguono gli stilemi del Metalcore, senza osare né rischiare stravolgimenti, ma infilandoci dentro anche un po’ di mestiere.
Ciò che fa un po’ storcere il naso è l’uso forse eccessivo (e a volte superfluo) di clean vocals poco incisive (meglio dare più risalto all’ottimo scream del singer) e una certa ripetitività di fondo che fa un po’ calare la media del prodotto, che comunque rimane valido, nonostante sia meno d’impatto dei precedenti. E’ un caso che gli episodi più convincenti siano proprio i 2 pezzi estratti da Moe Agare? Si potrebbe dire che a questo Onryou manca ancora qualcosa per poter essere il vero album dell’auspicata “vendetta” ma è facile immaginare che i fans degli Ingraved rimarranno comunque contenti ascoltando le note di questo Onryou.
Un ultimo appunto finale va all’artwork fumettoso ed originale (lo stile è vagamente simile all’ultimo degli Infernal Poetry) che rappresenta il concept alla base dell’album,  e che quindi strizza l’occhio al Sol Levante anche nella veste grafica.

Torrrmentor

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