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giovedì 19 settembre 2013

Recensione A2ATHOT

A2athoT - TRUST YOUR EAR
(2013, Autoprodotto)
Downtempo/Doom Metal


Copertina semplice ma suggestiva, un background di un certo spessore e un'ottima auto-presentazione: senz'ombra di dubbio questa one-man-band che risponde al nome "A2athoT" ha subito avuto un buon ascendente su di me. Il prodotto che ho fra le mani è il suo nuovo ep "Trust your ear", uscito dopo un full-lenght.
Atmosfere psichedeliche, dissonanti, disturbanti, senza però sfociare nel drone doom, ma facendo in modo di suscitare determinate sensazioni nell'ascoltatore senza imporgliele.
Le basi sono quelle del doom e le derivazioni sfociano, come anticipato, nella psichedelia, nel downtempo, nella malinconia e nella tristezza, in un lavoro che attinge da diverse formazioni conosciute ma che riesce a proporre qualcosa di nuovo e di insolito.
I pezzi di cui è composto "Trust your ear" purtroppo sono solo tre, malgrado siano relativamente lunghi e coprono 20-25 minuti di tempo totale. Ho sempre difficoltà a recensire produzioni così brevi se non altro perché non ci si può dilungare ad analizzare ogni singolo aspetto, e allo stesso modo non si può dare il massimo dei voti, lo stesso giudizio che magari si è dato ad un full-lenght particolarmente bello. Il valore del progetto A2athoT, tuttavia, è innegabile e traspare da ogni singola nota. Il growling così come le clean vocals, incastonate nel tappeto sonoro fino a darne un aspetto unico e integro. D'altronde, il fatto stesso di costituire una one-man-band significa che ogni cosa, nei suoi minimi dettagli, è già precisamente realizzata nella mente del suo creatore. Non deve confrontarsi con nessuno, può saltare totalmente il passaggio della jam session o della stesura comunitaria, ed è impossibile non notarne la profondità e la compattezza anche in questo lavoro.
Tre brani, solo tre brani che però mostrano a tutti il valore indiscusso di questo progetto,un lavoro ben fatto malgrado qualche piccola pecca perfezionabile. Rimando quindi il voto alto al momento in cui un nuovo full-lenght targato A2athoT confermi le mie speranze, accese in me da "Trust your ear".

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Delirium of the sane (part I)
02) So pure, everything leaves life
03) Andromeda's misunderstanding

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giovedì 23 maggio 2013

Recensione VIGILANCE

Vigilance - Queen Of The Midnight Fire
(2013, Metal Tank Records)
Heavy Metal

L'heavy metal non morirà mai, dobbiamo prenderne atto. Nel corso degli anni sono nate infinite derivazioni e contaminazioni più o meno degne di nota, ma il sano vecchio heavy made in England è lungi dall'essere dimenticato. E non soltanto grazie ai bimbiminkia hipster che ripetono a pappagallo i nomi dei mostri sacri del genere, ma anche grazie a coloro che l'heavy metal lo amano veramente, senza seguire mode di sorta. In questo secondo filone troviamo i Vigilance, una giovane formazione che propone un heavy secco e diretto, come un pugno in piena faccia. Di "vecchio" qui c'è ben poco, se non la radice intima del genere musicale.
Benché non si tratti di un capolavoro assoluto, "Queen of the Midnight Fire" ha il merito di siglare uno stile tutto personale e a suo modo innovativo. Abbiamo infatti lievi richiami ed accenni ai primi due dischi degli Iron Maiden, ma troviamo anche accenni power metal riscontrabili in "Walls of Jericho" degli Helloween, ma anche brevi accelerazioni speed e innumerevoli associazioni con l'hard rock settantiano.
I nove brani che compongono il disco sono incisivi, diretti e senza nessun calo di ritmo. Forse il songwriting non tocca le corde dell'anima, ma alla fine possiamo trovarci tutto quello che si cerca da un album che propone l'heavy vecchia scuola. Musicalmente e a livello di produzione abbiamo infatti sonorità molto retrò, che sono una piacevole riscoperta per le orecchie abituate a tutto il digitale moderno. La vera sorpresa si riscontra tuttavia nella voce, incerta e non entusiasmante nelle clean vocals, ma in grado di sparare acuti eccezionali, così come eccezionale lo è anche nelle piccole parti di screaming.
Concludendo, "Queen of the Midnight Fire" è un album sommariamente discreto, con diverse frecce al suo arco e in grado di regalare piacevoli momenti agli amanti del genere.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Queen of the midnight fire
02) Behind the cellar door
03) SpeedWave
04) What lies beyond...
05) Night terrors
06) Four crowns of Hell
07) Poetry and the gods (in G minor)
08) Under sulphurous skies
09) Ritual of death


Grewon
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Recensione ONIRICA / BIOS POLEMOS

Onirica / Bios Polemos - Split
(2013, Autoprodotto)
Melodic/Suicidal Black Metal

Ammetto che si tratta della prima volta che mi capita di recensire un disco split. Non so come mai, ma finora ho sempre "snobbato" questo tipo di produzioni, fedele come sono alla concezione classica di "full lenght" o al limite di ep. Devo però ricredermi totalmente, e ammettere che il mio era soltanto un cieco pregiudizio: produzioni come lo split di Onirica e Bios Polemos è servito a farmi cambiare idea. Ma procediamo con ordine.
"Split" è composto complessivamente da otto tracce, e si apre con quattro canzoni del progetto Onirica, una one-man band salentina di black metal melodico. Quattro pezzi incisivi, graffianti, dal riffing esplosivo e dalla malinconia marchiata a fuoco in ogni passaggio. Uno screaming sofferente e disperato ma con accenni ben marcati di violenza e aggressività. Una produzione fai-da-te che eccelle anche sotto l'aspetto sonoro, oltre che come songwriting.
Il disco procede e conclude con quattro brani di un'altra one-man band, denominata Bios Polemos. Qui la ferocia lascia lo spazio all'introspezione, alla calma gelida e piovosa degli ultimi giorni d'autunno: sensazione che spesso mi suscita il depressive black metal, e che funge da ottimo prosequio per questo split, che ricopre quarantacinque minuti complessivi di durata. Le poesie di Andrea Donaera, musicate nelle canzoni di Onirica, lasciano lo spazio alla poesia strumentale di Bios Polemos, a creare un ottimo tappeto sonoro per la conclusione del disco.
L'unico difetto ben visibile (o meglio, udibile) di questa singolare composizione musicale è rappresentato dalla differenza troppo marcata a livello di produzione: mentre per i brani Onirica ci troviamo su standards elevati, per i Bios Polemos abbiamo una produzione più scadente, oltre ad un volume di registrazione troppo basso. Ripeto, è la troppa differenza di produzione fra le due parti a farmi storcere leggermente il naso, null'altro: il depressive black, infatti, ben si sposa coi fruscii e i rumori, che anzi contribuiscono enormemente a creare un'atmosfera in grado di toccare le corde della nostra anima.
Che altro dire quindi: ottima prova per entrambe le band, ognuna fa la sua parte per offrire all'ascoltatore un'esperienza a suo modo unica nel genere, senza che nessuna prevarichi sull'altra. A me, personalmente, questo Split è piaciuto davvero molto, considerando anche i suoi difetti e le sue imprecisioni.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
(Onirica)
01) Furor in mortem vertit
02) Le mani
03) Il verbo
04) Nodo

(Bios Polemos)
05) Inanitas
06) Tears
07) Perpetual
08) Rassegnazione


Contatti:
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E-Mail:
oniricaband@gmail.com
hellishpoet@gmail.com

Grewon

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Recensione DERDIAN

Derdian - Limbo
(2013, Autoprodotto)
Power Metal

Attendevo con ansia il nuovo album dei lombardi Derdian, soprattutto a livello affettivo, dato che la recensione del loro capolavoro "The Apocalypse" è stata la mia prima recensione pubblicata su MetalArci. Temevo di essere deluso dal nuovo lavoro, che a loro dire si sarebbe un po' distaccato dalle tematiche fantasy e filo-rhapsodiane, ma restavo fiducioso nella bravura artistica del combo milanese e non vedevo l'ora che questo "Limbo" vedesse la luce (perdonate la pessima battuta).
Di cose, in questi tre anni che separano "Limbo" dal disco precedente, ne son cambiate parecchie. Prima fra tutti la rottura con la Magna Carta, prestigiosa casa discografica produttrice di alcune perle sonore come i While Heaven's Wept o il progetto Liquid Tension Experiment, che ultimamente si stava lasciando andare con pessime scelte gestionali. I Derdian hanno quindi optato per l'autoproduzione, e posso tranquillamente affermare che la differenza non si nota: suoni potenti, puliti, perfettamente livellati, come se dietro i mixer ci fosse non dico la Nuclear Blast, ma quasi.
Tuttavia il cambiamento più radicale è avvenuto all'interno della formazione: è stato sostituito il precedente bassista (a cui ero particolarmente affezionato, lo ammetto. Ma anche il nuovo sa farsi valere benissimo) e anche il cantante. Si, Joe Caggianelli non fa più parte dei Derdian. Il suo contributo nella band è stato fondamentale e la sua voce, non troppo alta e sempre piacevolissima da ascoltare, ha sempre rappresentato uno dei maggiori punti di forza.
D'altro canto, il suo sostituto, Ivan Giannini, è un autentico mostro. Tecnica canora impeccabile, una voce pulitissima ed eclettica, perfetta e versatile, pronta ad affrontare con maestria ogni repentino cambio di tono e di tempo. Dico davvero, è quanto di meglio si possa ascoltare nel panorama power, con la giusta dose di potenza e melodia. Una voce, però, ancora pressoché sconosciuta nel panorama metal e che meriterebbe una visibilità ben maggiore, non avendo nulla da invidiare ai nomi altisonanti.
L'ultimo cambiamento (anche se preferisco parlare di "evoluzione") riguarda infine l'intero songwriting, maturato all'ennesima potenza e capace di toccare le corde dell'anima fin dalle prime note, per non lasciarci più fino alla sua struggente conclusione. Come già anticipato, in "Limbo" siamo lontani dalle tematiche piene di mostri mitologici e divinità oscure da sconfiggere, per affrontare argomenti più attuali, filosofici, riflessivi, espressi in modo stupefacente dalla penna e dagli spartiti di coloro che ne hanno composto testi e musiche. Ci allontaniamo quindi dai Rhapsody of Fire per avvicinarci maggiormente ai Vision Divine del loro periodo migliore, quello con Michele Luppi alla voce. E' facile infatti associare "Limbo" al magnifico "Stream of Consciousness": vi assicuro che le emozioni provate sono le stesse.
Inutile dilungarmi ulteriormente su quest'ulteriore conferma alle mie convinzioni: i Derdian meritano molta più visibilità di quella che hanno e sono una band, assieme agli Ancient Bards, in grado di sostenere il "duello" con tutti i mostri sacri del genere e con qualsiasi controparte internazionale. Sono band e dischi come questi che devono portare nel mondo il nome della nazione, non le cagate uscite dai talent show. Ma l'arte, la bellezza, la cultura, sono privilegio per pochi eletti in grado di coglierne l'essenza, si sa.

Voto: 9/10

Tracklist:
01) Carpe diem
02) Dragon life
03) Forever in the dark
04) Heal my soul
05) Light of hate
06) Terror
07) Limbo
08) Kingdom of your heart
09) Strange journey
10) Hymn of liberty
11) Silent hope

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Grewon
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Recensione HYDRA

Hydra - Ghost Town
(2013, Autoprodotto)
Alternative Metal/Metalcore

Questa band mi era quasi passata davanti al naso senza che avessi l'opportunità di ascoltare quanto aveva da proporre. Grande sacrilegio, quando si parla di un'alternative metal band, che sia al tempo stesso anche validissima e non scadente nei vari cliché di sorta.
Gli Hydra sono una formazione genovese assemblata non in tempi recenti, ma che nel corso degli hanni ha avuto diversi cambi di line-up e conseguentemente anche di indirizzo musicale. Grazie all'entrata dell'ultimo cantante, ha potuto finalmente definire una direzione ben precisa, e portarla avanti fino alla realizzazione di un full-lenght di debutto, intitolato "Ghost town".
Quanto proposto, è un sound particolare e innovativo, su base alternative: sia a livello strumentale ma soprattutto a livello vocale si riconoscono chiarissimi richiami (che a volte sembrano quasi scopiazzature, senza però esserlo realmente) ai System Of A Down. Per il resto, le influenze riscontrabili spaziano dal metalcore/groove metal all'heavy metal ottantiano.
Un minestrone? Esatto. Esso è croce e delizia dell'album: sebbene aggiunga infatti novità ed eterogeneità al composto, al tempo stesso priva la band di un'identità musicale ben precisa. I brani che compongono "Ghost town" risultano spesso relativamente prolissi e ripetitivi, essendo comunque la radice da cui provengono, l'alternative metal, non comprensiva di molte variazioni sul tema.
Ciònonostante, questo debut album completamente autoprodotto (e supervisionato da un membro dei Sadist durante la registrazione e il mixaggio) riesce a convincere sotto l'aspetto del songwriting, che con delle correzioni (per limitare sbavature, lungaggini e qualche calo di tono) avrebbe potuto essere all'altezza dell'atmosfera, che è il punto di forza dell'album. Già, esattamente: ciò che colpisce di "Ghost town" è appunto la sensazione claustrofobica e sofferente che i brani, seppur generalmente tirati, sanno dare con inaspettata disinvoltura. Il cantante, che ogni tanto si concede qualche stecca, sa stupire per l'ecletticità e la destrezza con cui passa dai timbri puliti a quelli sporchi, e tutto sommato dà una prova più che dignitosa delle proprie potenzialità.
Non mi sento quindi di dare un voto molto elevato all'album, in virtù delle pecche che ha. Si tratta però di un lavoro degno di tutta stima: geniale, innovativo e particolare. Pieno sostegno pertanto ai genovesi Hydra: che possano farsi valere in sede live e proporre in futuro un album coi controcazzi, meritevole di essere annoverato come capolavoro. Le basi e le capacità ci sono tutte.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Welcome to...
02) ... Ghost town
03) Hope in my bedroom
04) Can't go
05) Dream of a life
06) Gunshot
07) Eliminate
08) She's the love
09) Oracle
10) Brand new world
11) Thank you very f***in' much


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Grewon

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giovedì 7 marzo 2013

Recensione NAHABAT

Nahabat - Essence
(2012, Autoprodotto)
Ambient/Dark Metal


La copertina di un disco è raramente garanzia della sua bellezza musicale. Serve più che altro a suscitare una particolare emozione che raggiunge il cervello e a sua volta si collega al portafogli dell'acquirente (spesso accade con quelle copertine che ritraggono donnine nude et similia). Altre volte invece fungono da biglietti da visita, a spiegare in maniera visiva il contenuto sonoro (vale ad esempio con le copertine dei Rhapsody o dei gruppi black metal). Più raramente, infine, offrono a chi le scruta simbolismi arcani o allegorie occulte, in modo da catturare l'attenzione di chi certe cose le percepisce. E' proprio questo il caso di Essence, il primo EP dei Nahabat, con una copertina che definire emblematica è poco. Multi-interpretativa anche. E la cosa bella è che le sensazioni che suscita tale raffigurazione si riscontrano perfettamente anche nelle canzoni (solo tre, purtroppo) presenti nell'EP: un dark ambient molto etereo e oscuro, che però guarda verso la luce. Onirico come non mai, Essence è una piccola e brevissima perla sonora capace di canalizzare il pensiero verso direzioni uniche. A me, ad esempio, ha suscitato l'immagine di un cielo coperto, nubi fitte, e una luce che a spiragli ci filtra attraverso. Un'atmosfera cupa, lugubre, ma con un retrogusto di speranza.. o forse di paura. Chi siamo noi, angeli in pena che bramiamo il ritorno del sole? O demoni timorosi della luce divina? Chi è la figura angelica, sofferente e al tempo stesso estasiata, raffigurata sulla copertina? Potrebbe essere ognuno di noi, esseri figuratamente alati e in grado di volare, ma ingabbiati in una società tecnocratica che non fa altro che distruggere i nostri sogni e tenta di sotterrarci, sebbene siamo fatti per toccare l'infinito.
Questa è l'interpretazione che ci ho dato io, ma ognuno di noi può scorgere qualcosa di differente, ed è proprio questa la genialata di Essence. Un tappeto di liquide e sognanti atmosfere tastierose che mi hanno ricordato le sonorità che ho tanto amato nei primi anni '90, unite ad una batteria morbida che raramente si concede dei brevi slanci di velocità. Essa però, come anche chitarra e basso, sono suonati in maniera soffusa e dolce, per suscitare appunto quella sensazione di "trasporto" che contraddistingue una produzione fuori dagli schemi, che proprio per questo motivo va incoraggiata e supportata. Il composto è arricchito da una voce femminile calda e dolcissima, con una malinconia velata che ben si sposa col sound dell'EP.
Non dò un voto più alto di 7 solo perché appunto si tratta di un EP di brevissima durata. Non si fa nemmeno in tempo a lasciarsi trasportare ed estraniarsi dal mondo che... è già finito. Che questa recensione valga pertanto come incoraggiamento per la produzione di un full-lenght che attinga a piene mani da Essence ma che allunghi l'emozione per la durata di un album vero e proprio.

Voto: 7

Tracklist:
01) Prelude
02) Essence
03) Helios anima


Grewon
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Recensione THE ABYSS GODS

The Abyss Gods - Birth Of The Gods
(2012, Autoprodotto)
Heavy/Progressive Metal

La biografia dei The Abyss Gods è ricca di date, festival e collaborazioni di grande spessore. Mentre il loro debut album è alle porte, mi accingo a recensire il loro ep autoprodotto, dal titolo “Birth of the Gods”. La mitologia, reale o fantastica, sembra quindi essere il filo conduttore dei loro componimenti, che musicalmente risentono di diverse influenze. Di base, troviamo un heavy metal molto “americaneggiante”, con una voce aspra e ruvida e richiami anche all’hard rock di fine anni 80. In alcuni passi è però facile sentire la correlazione col metal oscuro e introspettivo dei primi Amorphis, quelli di “The Karelian Isthmus” e “Tales from The Thousand Lakes”.
Birth of the Gods” è composto da soli tre brani di lunghezza standard; un demo dunque, più che un ep, ma le definizioni si sprecano, è la musica ciò che conta.
Sommariamente, devo ammettere che non sono rimasto particolarmente affascinato da questo disco: non è per la produzione carente (caratteristica ovvia per le band alle prime armi, e che non intacca minimamente il giudizio complessivo), ma proprio per il songwriting in generale, che in diversi punti mi è parso approssimativo e incontra il suo picco creativo solo nella strumentale “Into destiny”. Un altro elemento disturbante è rappresentato dai cori aggiunti alla voce principale, che non ottengono a mio avviso il risultato sperato, cioè quello di supportare la lead vocal. Questo problema è facilmente risolvibile a livello di produzione, e si deve tener anche conto che in sede live queste imprecisioni assolutamente non si sentono.
Cos’altro dire: i The Abyss Gods sono musicisti abili e decisi, e questo si vede. Questo breve ep di debutto è ancora un po’ acerbo, ma le potenzialità di questa band si vedono eccome: sicuramente dal vivo le impressioni sono di indubbio spessore. Resto in attesa del loro full-lenght, e sono personalmente molto fiducioso per il loro futuro.

Voto: 5

Tracklist:
01) Birth of the gods
02) Into destiny
03) Race against time


Grewon
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martedì 8 gennaio 2013

TOP & FLOP 2012... secondo Grewon!

TOP

Ensiferum - UNSUNG HEROES (folk extreme metal)

Dopo il tiepido "From Afar", finalmente i finnici si son ripresi e hanno sfornato un album forte, solido e compatto. Epicità ai massimi livelli.


Eluveitie - HELVETIOS (folk death metal)

Finalmente un loro disco dove death metal e inserti folk si amalgamano correttamente. Non siamo ancora ai livelli di perfezione dei Suidakra, ma finalmente c'è qualcosa di veramente cazzuto dai tempi di "Spirit".


JAM Project - THE MONSTERS (jrock)

Ennesima riconferma per una super band in grado di spaziare in ogni genere musicale, dal pop al progressive metal.


Marillion - SOUNDS THAT CAN'T BE MADE (neo progressive rock)

Ah però. Dire che è il miglior disco dei Marillion da "Marbles" ad oggi pensate sia un eufemismo? Beh, ascoltatelo e cambierete idea.


Demon Hunter - TRUE DEFIANCE (groove metal)

Una formazione americana nata come gruppo metalcore, che negli anni si è evoluta verso un sound più complesso e studiato. Ottima prova anche quest'anno, a dimostrazione che non servono necessariamente testi anticristiani per produrre del metal di qualità.




FLOP


Luca Turilli's Rhapsody - ASCENDING INTO INFINITY (Power Symphonic Metal)

I risultati della dipartita di Luca Turilli non sono stati una gran cosa. Disco monotono, ripetitivo e talvolta anche fastidioso. E' triste doverlo ascoltare e ricordare i capolavori dell'era d'oro dei Rhapsody, nostalgia canaglia!


Skunk Anansie - BLACK TRAFFIC (Post Grunge)

Dopo lo spumeggiante "Wanderlustre", sembrava che la reunion degli Skunk Anansie avrebbe portato una serie di dischi di forte spessore. Invece il nuovo "Black Traffic" è piuttosto deludente. Troppo breve e con ben poche idee interessanti.


Sonata Arctica - STONES GROW HER NAME (Progressive Power Metal)

"Unia", il disco che segnò il cambiamento radicale dei Sonata Arctica, aveva diviso la critica. "The Days of Grays" invece ottenne diversi riconoscimenti positivi, e lasciava ben sperare. Purtroppo, con "Stones Grow Her Name" si è fatto un passo indietro, verso la monotonia e la piattezza. Peccato.


Gotthard - FIREBIRTH (Melodic Hard Rock)

Tutto il mondo sta acclamando quest'album (il primo dopo la morte del grande Steve Lee) come un eccezionale capolavoro. Sarà, ma non è riuscito a prendermi più di tanto. Non quanto i precedenti dischi, perlomeno. Inizia e finisce senza lasciarmi emozioni indelebili.


Wintersun - TIME I (epic extreme metal)

Sette anni. Sette lunghi anni di attesa per quest'album, che finalmente è uscito. E' bello? Si, decisamente. Ma perché cavolo lo hanno diviso in due parti, facendo uscire solo un acerbo ep? Se li avessero uniti entrambi (sicuramente non si sarebbero superati gli 80 minuti del CD) la valutazione sarebbe stata diversa.


MIGLIOR ALBUM ITALIANO/UNDERGROUND

(EchO) - DEVOID OF ILLUSIONS (Doom Metal)
Un capolavoro assoluto, atmosfere liquide per un'esperienza sonora senza precedenti. Un prodotto eterogeneo ed eclettico, che colpisce dritto al cuore
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domenica 9 dicembre 2012

Recensione TRAILS OF SORROW

Trails Of Sorrow - Languish In Oblivion
(2012, Domestic Genocide Records)
Funeral Doom Metal


Ogni volta che mi trovo tra le mani un disco di funeral doom metal, un brivido mi percorre puntualmente la schiena. Non si tratta del mio genere preferito, ma di un qualcosa che so già a priori mi saprà donare diverse emozioni e saprà catturarmi nelle sue lugubri ambientazioni.
Non so come mai, ma finora non ho mai ascoltato un album funeral doom che non mi sia piaciuto: dev'essere perché essendo un genere ESTREMAMENTE di nicchia, si hanno sempre le idee ben chiare quando si decide di intraprendere questo pericolosissimo sentiero. "Languish in Oblivion", l'album di debutto degli italici Trails of Sorrow, non fa eccezione. Dieci tracce di oscura pesantezza musicale, intervallata qui e là da brevissime accelerazioni gotiche, che vagamente rimembrano anche il suicidal black. Non saprei scegliere una traccia in particolare, in quanto ognuna di esse è un tassello di un puzzle, perfettamente incastrato agli altri. La lievissima influenza "gothic" la si ritrova anche nella quantità delle tracce (dieci, appunto) e nella loro durata non eccessiva, in netto contrasto con gli standard del funeral doom che invece prevede pochissime tracce ma dall'immane prolissità.
Cinquantacinque minuti di tristezza razionale, cadenzata e imperante, come una marcia di battaglia ma di un esercito che va incontro ad un destino già segnato. Un plauso a tutti i musicisti, che fanno il loro dovere in maniera impeccabile; forse avrei gradito una maggiore presenza della tastiera, ma non c'è nulla di cui lamentarsi. Il growling utilizzato è di splendida fattura: cupo, ruvido e cavernoso, e mi ha riportato alla mente i magnifici Mournful Congregation; tuttavia devo fare un piccolo appunto alla pronuncia inglese, non sempre precisa.
Sostanzialmente non si può parlare di un capolavoro assoluto del funeral doom metal, tuttavia si tratta pur sempre di un buon album, e considerato che è anche quello di debutto, tutto lascia supporre per un futuro pieno di sorprese da parte dei Trails of Sorrow.

Voto: 7,5

Tracklist:
01 - Dreams are dying
02 - Lying as to live is to suffer
03 - A grave of loneliness
04 - Trees crying leaves
05 - See my blood flowing
06 - In luce
07 - Suffering comes
08 - Wonderful memories
09 - A blinking shadow
10 - Ora è la fine

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Grewon
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Recensione KALIDIA

Kalidia - Dance Of The Four Winds
(2012, Autoprodotto)
Symphonic Power Metal

L'eredita dei Rhapsody è dura a perdersi: avendo dato vita quasi un ventennio fa a un genere nuovo, l'hollywood metal (cioè un power metal sinfonico con sonorità che richiamano alla mente le epiche colonne sonore hollywoodiane), sono stati l'orgoglio nazionale per moltissime persone, me compreso. I puristi del metal estremo li hanno ovviamente odiati (ed hanno avuto i loro buoni motivi), ciò non toglie che siano riusciti a creare un autentico trend, e determinato il proliferare di numerose band di power sinfonico.
Fatte le ovvie differenze, anche i Kalidia sono gli eredi di questa tendenza, ormai in declino e riservata a pochi eroi che strenuamente la difendono (e a mio avviso fanno anche bene). Come si evince dal loro ep, questa formazione propone un power sinfonico con voce femminile come solista. La voce è molto pulita e pertanto è facile accostare i Kalidia agli ultimi Nightwish o agli italiani Ancient Bards.
Con quattro brevi tracce non è possibile dare un giudizio molto preciso sul valore di una band, mi limiterò quindi alle mie prime impressioni, positive con qualche riserva. Fresco, semplice e diretto: questo è il sound dei Kalidia, lontano dalle prolissità e dai toni austeri e troppo filo-teutonici di molte formazioni del genere. Brani decisi e concisi, che colpiscono dritto al cuore e fanno capire subito le loro intenzioni. Questo è delizia ma anche croce, in quanto toglie spazio all'innovazione e al coinvolgimento sulla distanza. La band sembra sommariamente timorosa di osare, e preferisce adagiarsi su percorsi già battuti, anche se bisogna riconoscere che lo fa con notevole bravura.
Lo scorrere delle quattro tracce avviene con leggerezza, in maniera fluida e senza cali di tono: ci sono quindi le basi per un full-lenght di tutto rispetto. Per il momento, nella mia umiltà mi permetto di dare ai Kalidia la sufficienza piena per un prodotto simpatico e gradevole, che spero serva da preludio un lavoro più completo e appagante per chi ama il symphonic power.

Voto: 6/10

Tracklist:
01) The lost mariner
02) Winged lords
03) Reign of Kalidia
04) Shadow will be gone

Grewon

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giovedì 22 novembre 2012

Recensione TEZZA F.

Tezza F. - The Message: A Story of Agony, Hope and Faith
(2012, Autoprodotto)
Power/Avantgarde Metal


Un artista sconosciuto, e una copertina tutt'altro che interessante. Anzi, oserei dire piuttosto scialba. Tutto farebbe supporre che si tratti di uno di quei dischi autoprodotti che fanno sbadigliare dall'inizio alla fine. Beh, niente di più sbagliato: non appena l'album parte nel lettore, ci si deve necessariamente ricredere. "The Message: A Story of Agony, Hope and Faith" è una vera e propria "favola" sonora, un concept album composto da dodici tracce in tutto, un autentico concentrato di interessantissime emozioni, con ben poche pecche.
Non mi dilungherò molto in questa recensione, in quanto per analizzare ogni singolo tratto di quest'eterogeneo composto sonoro si dovrebbero spendere infinite frasi e parole, e la prolissità che ne deriverebbe inquinerebbe la considerazione di questo meritevole lavoro. Mi limiterò pertanto a citare alcune associazioni che mi sono venute in mente, cosa assai difficile data l'originalità compositiva di "The Message". per prima cosa, le radici più profonde sono quelle del power metal che strizza l'occhio alla sinfonia: non so perché ma mi son venuti in mente gli Avantasia (side-project del frontman degli Edguy Tobias Sammett) ma anche gli Ayreon. Come già accennato poco fa, infatti, le canzoni sono quasi totalmente differenti l'una dall'altra, e ognuna di loro è da considerare come un tassello della storia, con uno stile ed un approccio sempre nuovi e diversi da quelli delle altre.
Lati negativi del disco? Una certa sommaria insicurezza di fondo, sicuramente dovuta forse alla poca fama di questo progetto musicale: si può dire ciò che si vuole, ma alla fine è sempre l'acclamazione popolare il motore che spinge una band a fare di meglio e ad acquisire il carisma necessario per imporsi su un mercato sempre più saturo di uscite, ma paradossalmente sempre più povero di qualità, ahimé.
"The Message: A History Of Agony, Hope and Faith" è fortunatamente un lavoro più che discreto, e si rivela essere una piacevole sorpresa per qualunque tipo di ascoltatore, dato che propone un massiccio contenuto sonoro dalle innumerevoli sfaccettature.

Voto: 7,5

Tracklist:
01) Quies aeterna (intro)
02) Wings of a tragedy
03) Fading lightless
04) Caelorum signa (interlude)
05) Whisper symphony
06) My face in the mirror
07) At the dawn of a new day
08) This shining flame
09) Outside
10) In nomine Patris (interlude)
11) The message
12) Beyond the gates of Heaven (outro)

Grewon

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Recensione CROMO

Cromo - Unchained
(2012, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy-Power Metal


Curiosa proposta quella dei Cromo, una band di cui sinceramente non avevo mai sentito parlare ma che mi ha piacevolmente colpito, sia per la complessiva originalità del proprio sound che per l'esecuzione tecnica.
Il genere musicale è quanto mai difficile da catalogare precisamente: abbiamo infatti elementi di hard-rock tardosettantiano/ottantiano con influenze glam: Kiss, Motley Crue, Poison sono due nomi altisonanti che si possono citare per fornire un metro di valutazione. Tuttavia ci sono anche alcune influenze "tastierose" con lievi accenti prog, che mi hanno fatto ripensare dapprima agli Europe, e poi ai primissimi Dream Theater, quelli di "When Dream and Day Unite".
L'EP in esame è composto da sei tracce, per la durata complessiva di circa 25 minuti. Come già detto prima, l'impressione avuta è quella di una band che sa il fatto suo e semplicemente propone diverse soluzioni musicali per il semplice gusto di farlo, per divertimento e non perché non si hanno le idee chiare su quale direzione prendere. E' altresì probabile che nell'immediato futuro, considerate le impressioni della stampa e dei fans su quest'ep, si possa preferire l'una o l'altra strada, ma ciò non toglie che questo Unchained, sebbene non sia un capolavoro, sia comunque divertente e piacevole da ascoltare: venticinque minuti di buona musica, soprattutto per gli amanti del genere. I puristi dell'heavy metal classico, o dell'hard rock, possono magari storcere il naso davanti a quest'ecumenismo musicale che evita di schierarsi apertamente dall'una o dall'altra parte. Eppure basta aprire un po' la mente per riuscire a gustarsi un EP discreto e ben ideato.
Speriamo che in futuro i Cromo possano migliorarsi e siglare un prodotto con più carattere e in grado di imporsi sulla scena musicale satura di band, ma sempre affamata di talenti meritevoli.

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Hitchhiking
02) Heavy metal lover
03) Storm warning
04) Tide of flood
05) Shine my star
06) Wasted time


Grewon
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domenica 29 luglio 2012

Recensione WORMHOLE

Wormhole - The String Theory
(2011, Autoprodotto)
Gothic Rock

Dopo due EP, i Wormhole mettono finalmente in commercio il loro full-lenght, intitolato "The String Theory", composto da nove tracce per tre quarti d'ora di durata complessiva. Autoprodotto, si, ma la cosa si sente poco e nulla: ci attestiamo infatti su livelli di produzione più che dignitosi, senza i fastidiosi sbalzi di volume, cacofonie e rumori vari tipici di molti lavori autoprodotti.
Come songwriting, tuttavia, i risultati non sono esattamente allo stesso livello, ma procediamo con ordine. Il genere musicale dei Wormhole ricalca un po' la scena gothic rock o comunque il metal molto leggero: Evanescence e Delain sono le due formazioni che mi son venute subito in mente. Esatto, le liriche sono cantate da una voce femminile molto pulita e (per fortuna!!) non troppo acuta né squillante, che sa adagiarsi sui toni alti come su quelli più bassi, risultando calda e suadente, benché il suo pieno potenziale, visibilmente riconoscibile, sembra non sia stato messo a frutto nella sua completezza. La voce è la delizia ma al tempo stesso anche la croce dell'album: le nove tracce che lo compongono, sebbene siano sommariamente valide e piacevolmente ascoltabili, sembra un po' come se musicalmente siano un "supporto" alla voce (la voce è anche registrata con un volume a mio avviso leggermente troppo alto rispetto agli strumenti), su cui viene posta tutta l'attenzione. Un mero contorno quindi, che non rende purtroppo fede allo sforzo dei musicisti.
Ripeto: le canzoni sono belle e si ascoltano con facilità: ma a causa del songwriting non particolarmente ispirato e originale, risultano difficili da ricordare e focalizzare, complice anche una voce fantastica ma forse un po' ripetitiva, perlomeno in sede studio.
Nulla da eccepire infine sui testi, profondi e significativi, facenti parte di un concept suddiviso in due sezioni distinte e complementari: ottimo lavoro ragazzi.
"The String Theory" resta quindi un buon album, che mostra le innegabili potenzialità di una band che nell'immediato futuro potrà confermare il suo valore e dimostrare che non ha nulla da invidiare ai nomi altisonanti del genere di riferimento.


Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Your mortal remains
02) Autumn leaves
03) Black crows in me
04) My darkest side
05) Storyteller
06) Poupeé de porcelaine
07) Simon
08) Time tilt
09) Burning my soul


Grewon
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Recensione THE BURNING DOGMA

The Burning Dogma - Cold Shade Burning
(2012, Autoprodotto)
Thrash/Black Metal

Ah però. Ho ascoltato l'ep dei The Burning Dogma prima di leggere la loro biografia, e mai, mai mi sarei aspettato che si trattasse della loro prima incisione inedita, per giunta autoprodotta.
Trovare una tale alchimia nel songwriting è cosa assai rara, attualmente, in molte band mainstream. Figuriamoci nella zona underground, pullulante di formazioni acerbe ma con pochi nomi degni di nota, perlomeno nel genere di riferimento, il thrash/black.
Sebbene infatti il genere venga definito "death doom metal", io ci ho trovato pochi elementi di entrambi i generi e ascoltando a fondo le cinque tracce dell'EP, mi son venuti alla mente (e con immenso piacere) gli Absu, fra i migliori nomi nel panorama thrash/black. Ci ho trovato un lieve tocco di atmospheric black, ma nulla di vincolante.
Il disco si apre con "Dark horizon approaching", un'intro onirica che trasmette già un senso di disagio e sofferenza, e apre la pista ai successivi tre brani, immensi e coinvolgenti in tutta la loro durata. "The fourth shade", in particolare, è quello che mi ha maggiormente colpito, e che davvero sembra partorito dalla mente di una band con decenni di esperienza. "Cold Shade Burning" si chiude con "The burning town", un'outro eterea e introspettiva, che chiude il sipario su questo brillante EP. La cosa curiosa è che anche a livello di produzione si sono realizzati ottimi risultati, a dimostrazione del fatto che non sono necessari i suoni ultrapomposi (Nuclear Blast?) per lasciare il segno.
Non dò un voto più alto del 7,5 proprio perché non posso equiparare un EP ad un full-lenght: ciò che è bello lascia sempre un po' di amaro in bocca quando finisce presto. Ai The Burning Dogma, però, dò i miei sinceri complimenti, con l'augurio di poter ascoltare a breve anche un full-lenght che sia un degno successore di "Cold Shade Burning".


Voto: 7,5/10

Tracklist:
01) Dark horizon approaching
02) A dogma to burn
03) Her body cold
04) The fourth shade
05) The burning town

Grewon
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Recensione FURY N' GRACE

Fury n' Grace - Diabolism Of Conversation
(2011, Dragonheart)
Heavy Progressive Metal

Il destino dell'underground italiano è questo: avere potenzialità espressive e capacità compositive senza pari, produrre dischi di indubbio spessore, ma sottostare a ridicole leggi di marketing basato sulla pubblicità televisiva, che decide le vendite e la fama di una band in base a quanto viene sponsorizzata in tv. Questo purtroppo inflaziona i negozi di dischi scadenti, ma per fortuna non penalizza più di tanto la creatività e la voglia di suonare dei musicisti che le palle ce le hanno veramente. Anzi, talvolta è proprio l'underground l'unico modo per esprimere le proprie potenzialità al massimo, senza che una major ti imponga come e cosa suonare.
Questa lunga premessa era doverosa per introdurre il secondo album ufficiale dei Fury n' Grace, bizzarra formazione all'attivo da 18 anni, ma dal passato un po' tormentato: con alcuni sfortunati incidenti finanziari delle precendenti case discografiche, non ha potuto vedere pubblicati i due primi album, rimasti improdotti (ma spero che siano reperibili, in qualche modo, almeno in formato digitale).
"Diabolism of Conversation" è l'ultimo album dei Fury n'Grace, e vede un nome altisonante prendere in mano il ruolo di lead singer: Deathmaster dei DoomSword. Si, esatto proprio lui: l'ugola d'oro dell'epicità italica, col suo timbro profondo e spiccatamente battagliero, in questa situazione si cimenta con un genere piuttosto differente. Lo vediamo infatti destreggiarsi tra i tempi dispari e gli assoli progressivi di quest'originale proposta musicale, per poi ricaricarsi coi tempi epici e martellanti dell'heavy più puro.
Non mi soffermerò su ogni singola traccia, dico solo che l'esperienza sonora di "Diabolism of Conversation" è più che degna di essere assaporata da qualunque ascoltatore: un heavy progressivo oscuro e ipnotico, niente di easy-listening, ma nemmeno nulla di troppo complesso. Chiunque infatti potrà trovarci qualcosa di suo gradimento.
In definitiva, forse non si tratta esattamente di un capolavoro, ma resta comunque un valido e originale lavoro, splendidamente suonato.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 - Macabro
02 - Diabolism of conversation
03 - Privilege of death
04 - In midnight gardens burns the veil of evening fears
05 - The serpent
06 - The serpent: a mistery planned within me by the sea
07 - Of human details
08 - Architecture
09 - The darkening of a violet plumage
10 - Von der Vermahlung des Salamanders mit der grunen Schlange
11 - Paraphernalia of the mystic meat
12 - Gavotte for the ghosts in the oven


Grewon

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lunedì 18 giugno 2012

Recensione SILENCE OATH

Silence Oath - Beneath A Bleeding Sky
(2010, Autoprodotto)
Symphonic Black Metal

Capita spesso nel black metal di trovarsi a che fare con band composte da soli due elementi, o addirittura di one-man band (come in questo caso), dove un unico componente compone e registra tutte le musiche e le parti vocali. I risultati non sono sempre eccelsi, perché a mio avviso le personalità diverse dei musicisti rappresentano un fattore fondamentale per il carattere degli album. E' altrettanto vero, tuttavia, che se il lavoro è compiuto da una sola persona risulta poi essere più compatto e definito, con un mood costante nel corso del suo svolgimento.
Fatto questo preambolo, mi accingo ad analizzare la fatica della one-man-band dal nome Silence Oath, intitolata "Beneath a Bleeding Sky" e risalente al 2010. Il genere di riferimento è il symphonic black metal, ma per quelli fra voi che subito penseranno ai Dimmu Borgir, la direzione sonora è ben diversa: niente ovazioni pompose e ricche di effetti scenici (che a mio avviso mal si accostano col black metal), niente testi dichiaratamente satanici, e in generale ben pochi riferimenti alla band norvegese. Uno di questi può essere l'utilizzo delle clean vocals, con una modalità che in diverse occasioni mi ha ricordato il leggendario Vortex.
Ad ogni modo, i brani qui sono più grezzi e veloci, con una buona attitudine melodica che si incastra in maniera pregevole ai ritmi tirati così come a quelli più andanti e riflessivi. La batteria, come per molte one-man-band, è formata da ritmi ottenuti con la drum machine: precisi e impeccabili, ma che purtroppo mancano di personalità e originalità. Ciò non penalizza tuttavia il disco, che spicca per un'ottimo utilizzo della chitarra e della tastiera. In "Beneath a Bleeding Sky" si alternano varie fasi di aggressività, a tratti più "controllata" e a tratti lasciata libera, a briglie sciolte. A mio avviso sono proprio le parti più aggressive quelle realizzate in maniera migliore. Forse proprio per il fatto che non si dispone dei mezzi "Nuclearblastiani", e pertanto si è più convincenti nelle sezioni in cui la mancanza di superproduzioni si avverte di meno.
Sommariamente, il quest'album targato Silence Oath, sebbene non aggiunga molta roba nuova sotto il sole, si difende comunque più che bene ed è decisamente in grado di regalare momenti di goduria sonora agli amanti del black metal melodico e sinfonico.

Voto: 7/10

Tracklist:
01 - The rite
02 - Uninvited presence
03 - I am the Legion
04 - Forgotten graves
05 - Queen of the dark secrets
06 - The circle
07 - A cursed omen
08 - Beneath a bleeding sky
09 - Beyond the shadows of the Winter



Grewon
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Recensione BRETUS

Bretus - In Onirica
(2012, Arx Production)
Heavy Metal/Doom/Alternative/Psychedelic


Ascoltare un album fuori dalle righe, difficile da catalogare in un genere ben definito è generalmente un piacere per chi lo ascolta: l'originalità è sempre un qualcosa di positivo in un album. Oddio, nel caso del primo full-lenght dei Bretus, intitolato "In Onirica" non si parla esattamente di originalità: la band infatti appare come un'erede dei grandi Alice In Chains, che coi loro ritmi cadenzati, i suoni distorti e le chitarre scordate hanno entusiasmato moltitudini di persone, negli Stati Uniti più che in Italia. L'originalità del lavoro dei Bretus non sta quindi nella proposta in sé quanto nelle varie contaminazioni, le quali donano al disco una freschezza non indifferente e lo rendono un prodotto unico e inconfondibile.
Le varie influenze sono accostabili al doom dei Candlemass o al progressive tetro e gotico dei penultimi Opeth (quelli di Ghost Reveries e Watershed, per intenderci), ma se ne distanziano per una forte componente psichedelica, a tratti totalmente acustica e a tratti accompagnata dalla tastiera.
Strumentalmente ci troviamo su buoni livelli e anche la produzione è più che discreta, per quanto il genere suonato non necessiti poi di suoni troppo pomposi e puliti. Il timbro vocale del cantante si sposa bene al contesto sonoro, tuttavia la sua pronuncia inglese è ben lungi dall'essere perfetta e in molti punti lascia a desiderare (d'accordo, è una pignoleria, ma è una questione di cui tener presente soprattutto se si mira al mercato estero).
Sostanzialmente si tratta di un'ottima prova per i Bretus, considerando che si tratta di un debut album. Nel complesso "In Onirica" è un prodotto sommariamente discreto, con molte frecce al suo arco ma che in alcuni punti risulta ridondante e in altri sia penalizzato dalla pronuncia inglese non sempre all'altezza, fortunatamente compensata dalla particolarità canora.
Se amate le sonorità care agli Alice In Chains, vale davvero la pena di acquistarlo. E' un bel disco e non delude di certo le aspettative.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Insomnia
02) The dawn bleeds
03) Down in the hollow
04) Leaves of grass
05) Escape
06) Forest of pain
07) The black sheep

Contatti:
http://www.myspace.com/bretus64
http://www.facebook.com/pages/Bretus-doom



Grewon
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lunedì 7 maggio 2012

Recensione SEVEN THORNS

Seven Thorns - Return To The Past
(2010, Nightmare Records)
Power Metal

Il power metal non è morto, benché attualmente siano stati percorsi praticamente tutti i sentieri e sperimentate tutte le varie influenze e contaminazioni. Una band che decide di cimentarsi in questo genere è consapevole di non essere molto innovativa, e che dovrà quindi fare il doppio della fatica per emergere nella sterminata massa.
Per chi si chiedesse se l'ultimo album dei Seven Thorns, datato 2010, abbia le credenziali per emergere, la risposta è semplice: si, anche se con riserva.
"Return to the Past" è il secondo lavoro della formazione, e come detto prima non si prefigge di offrire qualcosa di nuovo, ma perlomeno ciò che offre è ben fatto. Le influenze riscontrabili in questo lavoro sono quelle dei maggiori gruppi di riferimento del settore: strumentalmente è davvero pregevole l'accostamento della tastiera, glaciale e avvolgente in chiaro stile Sonata Arctica alla chitarra a momenti velocissima e a momenti arpeggiosa e neoclassica in stile Timo Tolkki (Stratovarius). Batteria e basso seguono incalzanti ritmi colmi d'aggressività ed epicità, che sporadicamente lasciano il passo a brevi interludi di sonorità acustiche.
Il disco è composto da nove tracce, tutte molto particolari e generalmente credibili e orecchiabili, che forse peccano leggermente di originalità ma che sono perfettamente in grado di deliziare l'orecchio di chi le ascolta, fermo restando che apprezzi il power metal di matrice scandinava. Nove pezzi massicci e trascinanti (contententi testi meravigliosi e mai banali), che per tre quarti d'ora ci fanno capire che il power metal serio e ispirato non muore mai: semplicemente bisogna scegliere le giuste band.
Come anticipato ad inizio recensione, ci sono due piccole riserve da fare: per prima cosa la voce, caratterizzata da un timbro sporco e insolito per il genere. A me personalmente è piaciuto davvero tanto, se non altro perché non è la classica voce schizzata e stridula che viene (ab)usata nel power, ma i puristi del genere possono essere in disaccordo con me. In secondo luogo mi sarebbe piaciuta una bella power ballad, che rallentasse leggermente il ritmo e caricasse l'album con una spruzzata di romanticismo cazzuto. Ma va beh, i gusti sono gusti, e in ogni caso non si tratta di un aspetto negativo in maniera assoluta, ma solo relativa.
Mi complimento quindi coi Seven Thorns per il lavoro svolto, sperando che il futuro sia per loro roseo e che possa dare loro l'opportunità per migliorarsi sempre più.

Voto: 8/10

Tracklist:
01 - Liberty
02 - End of the road
03 - Through the mirror
04 - Freedom call
05 - Countdown
06 - Forest majesty
07 - Spread your wings
08 - Fires and storms
09 - Return to the past


Contatti:
Sito Web: http://www.seventhorns.com
Myspace: http://www.myspace.com/seventhorns


Grewon
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Recensione GENOCYA

Genocya - Again
(2012, Autoprodotto)
Progressive Heavy Metal

I Genocya sono una band attiva da oltre quindici anni, e che nel 2012 ha realizzato il suo ultimo album autoprodotto. Ebbene si, noi italiani siamo capaci di far firmare contratti astronomici agli sfigati senza talento né originalità vomitati dai talent show, e releghiamo formazioni di tutto rispetto nell’abisso dell’underground. Un vero peccato, soprattutto considerando l’enorme quantità di gruppi di tutto rispetto, che meritano soltanto un po’ di attenzione e interesse.
In questa categoria troviamo certamente i Genocya, autori di un heavy metal variopinto di progressive e spruzzato di sinfonia, a cui tutto possiamo dire fuorché che non sia originale: forse non sarò un esperto del settore, ma non sono riuscito a trovare nessuna band mainstream associabile.
Again” è un album di tutto rispetto, decisamente esteso (oltre 60 minuti) e composto da ben 13 tracce. È ovviamente scontato che la durata non sia minimamente un fattore determinante, in quanto ciò che conta è la qualità della musica. Su quest’aspetto, direi che ci troviamo nella media: abbiamo molta roba da ascoltare, ma si alternano momenti di brillante originalità a episodi di prolissità che fa sbadigliare, anche se non in modo esagerato. L’alchimia tra i componenti della band è riscontrabile ovunque e dona decisione e carisma al lavoro finito. Il livellamento dei volumi è discreto, con tutti gli strumenti ben distinguibili ma con le chitarre ad un volume a momenti troppo basso rispetto alla voce, che sovrasta prepotentemente tutto il resto. Voce che è croce e delizia dell’album: impeccabile, intonatissimo e con una buona estensione, il cantante ha un timbro molto simile a quello di Tobias Sammet (Edguy) e di Bruce Dickinson (Iron Maiden), ma alla lunga risulta ripetitivo, affrontando ogni passaggio allo stesso modo. Questo ovviamente non penalizza molto il voto dell’album, che si difende benissimo proprio grazie, come detto sopra, all’alchimia tra tutti i componenti: nessuno di loro infatti sembra fuori posto, e anche se magari avrei preferito una vocalità più espressiva, devo ammettere che obiettivamente è stato fatto un ottimo lavoro in ogni sua parte, voce inclusa
Cos’altro dire.. "Again" è un discreto album e ai Genocya vanno i migliori auguri e le speranze che un contratto discografico possa portarli alla ribalta che meritano, e che meritano alla grande.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Walk with me
02) Losing my way
03) Lost eyes
04) Gods
05) First sign of rain
06) Badly off
07) Loaded your gun
08) Why
09) Now I know
10) Opera
11) Follow me
12) Tziganata
13) Crawl me

Contatti:
http://www.jamyourself.com/genocya
http://www.facebook.com/davidedolly
http://it.myspace.com/genocyaitaly
http://www.reverbnation.com/genocyaitaly

Grewon

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lunedì 23 aprile 2012

Recensione SILENT CARRION

Silent Carrion - Andras
(2012, Autoprodotto)
Drone Doom Metal/Ambient

Wow, questa davvero mi mancava.. è un'assoluta rarità il fatto di avere fra le mani un disco di drone doom metal. Per chi fosse profano al genere, il drone doom è una particolare variante del droom metal consistente in pochissimi suoni (perlopiù rumori cacofonici, anche se nel complesso creano una soluzione ascoltabile) ripetuti ad libitum, creando composizioni sonore di assoluta atmosfera. Essendo un genere estremamente di nicchia (in effetti non è adatto a chi da un disco si aspetta le "canzoni"), sono molto poche le band che lo trattano, e quelle che lo fanno sono comunque relegate all'underground. I nomi più altisonanti del genere possono essere i Sunn O))), assieme a poche altre formazioni.
Fatta questa premessa, devo dire che "Andras" mi ha piacevolmente colpito: nonostante il progetto Silent Carrion sia a tutti gli effetti una one-man-band, "Andras" non suona per nulla "acerbo" o incerto, ma anzi dimostra una notevole maturità musicale e bravura compositiva (per quanto ovviamente il genere possa concedere di capire). I brani che compongono il disco tirano su un mantello sonoro che trasmette oniricamente sensazioni di inquietudine, angoscia, confusione mentale; anche la copertina di Andras, raffigurante una città immersa nel grigiore delle sue rovine, rende perfettamente l'idea di quanto si avverte a livello sonoro.
Le liriche ci sono e sono notevole, anche se spesso ovviamente nascoste dal brusìo, tipico del drone doom.
Lo so, questa branca del doom metal non concede molta libertà compositiva, ma non nego che mi sarebbe piaciuto notare qualche particolare in più: il disco infatti scorre bene, ma non sarebbe guastata qualche ideuzza per riconoscere in maniera più palese le singole tracce. Inoltre anche il finale mi ha lasciato un po' basito: l'album si conclude improvvisamente, senza nessun "preavviso", nessuna "ending" che facesse preannunciare la fine della composizione.
Tolti questi sassolini dalla scarpa, non posso che consigliare "Andras" a tutti gli amanti (non molti, purtroppo) del drone doom metal e anche della musica ambient in generale.

Voto: 7/10

Tracklist:
01 - Mountain (an invocation)
02 - Mist
03 - Fear spreads like plague
04 - The ground seems hollow
05 - Echoes from a deep chasm
06 - Copper
07 - Suprematism (sickness)
08 - Krieg


Sito web:
www.reverbnation.com/silentcarrion

Grewon

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