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giovedì 23 maggio 2013

Recensione WILL'O'WISP

WILL'O'WISP - KOSMO
(2012, NADIR MUSIC)
PROG DEATH

I will o wisp tra vicissitudini e varie calcano la scena da oltre 20 anni, ed ora presentano questo ambizioso Kosmo alla nostra attenzione, album dalle tinte prog technical death, tra Atheist e Cynic come influenze e sound.
Un intro accattivante ci catapulta nei vortici ritmici di Five colours e Six forms of existence, ottimi pezzi strutturati nella ricerca sadica della perfezione compositiva, sicuramente per costruzione dei pezzi e per esecuzione siamo di fronte a livelli alti.
Persecution, Choose my matrix e Going back impreziosite da una produzione ottima che sfocia in un suono pulito e preciso, trasportano in meandri musicali molto piu' cupi, i pezzi sono articolati e fusi in stili diversi con una maestria davvero invidiabile, unica pecca per ora, la chitarra che non osa e resta ferma al contrario di una sezione ritmica molto piu' poliedrica ed esaltante.
Going back e Kosmo segnano il passo di pezzi che per la loro composizione dopo un po' risultano difficile da seguire e dove la matrice death lascia il posto a ricerca forsennata di melodia ed elettronica incalzante.
La seconda parte di questo lavoro, con Om mani pad me hum, a Place of rebirth e Bardo thodo continua ad esaltare la caratura tecnica dei musicisti, perfettamente a loro agio nell'interpretare un genere ambizioso e difficile da comporre ed incastrare, ma qui le doti non mancano.
Chiudendo il lavoro con The thoroughness of thought e Sumatra-buddhi bisogna dire che se in precedenza ritmica ed assoli non sono stati all'altezza della sezione ritmica anche la prova vocale si assesta sicuramente in strati qualitativi decisamente inferiori alla prova ritmica.
Sicuramente una band rodata con capacità tecniche sopraffine, un album suonato bene che si attesta in un genere che magari di death ha poco e nulla ma col prog dice violentemente la sua.
In futuro quando tutti i componenti si esprimeranno ad alti livelli sicuramente il risultato sarà molto piu' positivo.
Per ora un ottimo cd per i fan del genere e della didattica.

Voto: 6/10

Tracklist:
1- Mrtyu (Instrumental)
2- Five Colours
3- Six Forms Of Existence
4- Persecutions
5- Choose My Matrix
6- Going Back (My Samsara)
Part 1 (Mauna)
Part 2 (Garuda)
7- Kosmo
8- Om Mani Pad Me Hum
9- A Place Of Rebirth
10- Bardo Thodol
11- The Thoroughness Of Thought
12- Sumatra-Buddhi


Furia
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giovedì 7 marzo 2013

Recensione THE ABYSS GODS

The Abyss Gods - Birth Of The Gods
(2012, Autoprodotto)
Heavy/Progressive Metal

La biografia dei The Abyss Gods è ricca di date, festival e collaborazioni di grande spessore. Mentre il loro debut album è alle porte, mi accingo a recensire il loro ep autoprodotto, dal titolo “Birth of the Gods”. La mitologia, reale o fantastica, sembra quindi essere il filo conduttore dei loro componimenti, che musicalmente risentono di diverse influenze. Di base, troviamo un heavy metal molto “americaneggiante”, con una voce aspra e ruvida e richiami anche all’hard rock di fine anni 80. In alcuni passi è però facile sentire la correlazione col metal oscuro e introspettivo dei primi Amorphis, quelli di “The Karelian Isthmus” e “Tales from The Thousand Lakes”.
“Birth of the Gods” è composto da soli tre brani di lunghezza standard; un demo dunque, più che un ep, ma le definizioni si sprecano, è la musica ciò che conta.
Sommariamente, devo ammettere che non sono rimasto particolarmente affascinato da questo disco: non è per la produzione carente (caratteristica ovvia per le band alle prime armi, e che non intacca minimamente il giudizio complessivo), ma proprio per il songwriting in generale, che in diversi punti mi è parso approssimativo e incontra il suo picco creativo solo nella strumentale “Into destiny”. Un altro elemento disturbante è rappresentato dai cori aggiunti alla voce principale, che non ottengono a mio avviso il risultato sperato, cioè quello di supportare la lead vocal. Questo problema è facilmente risolvibile a livello di produzione, e si deve tener anche conto che in sede live queste imprecisioni assolutamente non si sentono.
Cos’altro dire: i The Abyss Gods sono musicisti abili e decisi, e questo si vede. Questo breve ep di debutto è ancora un po’ acerbo, ma le potenzialità di questa band si vedono eccome: sicuramente dal vivo le impressioni sono di indubbio spessore. Resto in attesa del loro full-lenght, e sono personalmente molto fiducioso per il loro futuro.

Voto: 5

Tracklist:
01) Birth of the gods
02) Into destiny
03) Race against time


Grewon
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Recensione NEFESH

NEFESH - Shades and Light
(2012, Necroagency)
power/prog


Il nuovo lavoro dei Nefesh sembra aver finalmente raggiunto un buon livello di maturità sia compositiva che di padronanza tecnico-strumentale. Tutto ciò coadiuvato anche dal lavoro di registrazione e produzione, affidata fortunatamente alle mani di Frank Andiver prodotto nei leggendari Finnvox studio. Lo stile della band si contraddistingue da un power impreziosito da elementi sinfonici(buono il lavoro alle tastiere) infarcito da elementi prog e neoclassici, oltre che di metal estremo...Ma proprio riguardo a quest'ultimo aspetto, devo notare la poca incisività(o cattiveria diranno in tanti..) che probabilmente ha bisogno di essere approfondita ma non ingurgitata ad ogni costo; decisamente più convincenti risultano essere le parti classicheggianti e prog, segni di un'attitudine naturale della band. Degno di nota anche l'utilizzo, mai scontato, di parti cantate in italiano in diversi brani come Delirium of war, Tears e la title track...Apprezzabili, oltre ai brani sopracitati, anche tifonomachia e souther e la un pò "annacquata" Surexi(non è da tutti cimentarsi in suite prolisse e variopinte...). Interessanti e godibili anche i preludi strumentali che precedono alcuni brani.
Da ascoltare perchè nel complesso ben realizzato e godibile!

Voto: 7

Tracklist
1) Intro
2) Delirium Of War
3) Tifonomachia
4) Preludio
5) Everytime
6) Souther
7) Tears
8) Preludio
9) Hug Me
10) I Can’t Fly
11) Surexi
12) Shades And Lights
13) Outro

Diego

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domenica 29 luglio 2012

Recensione FURY N' GRACE

Fury n' Grace - Diabolism Of Conversation
(2011, Dragonheart)
Heavy Progressive Metal

Il destino dell'underground italiano è questo: avere potenzialità espressive e capacità compositive senza pari, produrre dischi di indubbio spessore, ma sottostare a ridicole leggi di marketing basato sulla pubblicità televisiva, che decide le vendite e la fama di una band in base a quanto viene sponsorizzata in tv. Questo purtroppo inflaziona i negozi di dischi scadenti, ma per fortuna non penalizza più di tanto la creatività e la voglia di suonare dei musicisti che le palle ce le hanno veramente. Anzi, talvolta è proprio l'underground l'unico modo per esprimere le proprie potenzialità al massimo, senza che una major ti imponga come e cosa suonare.
Questa lunga premessa era doverosa per introdurre il secondo album ufficiale dei Fury n' Grace, bizzarra formazione all'attivo da 18 anni, ma dal passato un po' tormentato: con alcuni sfortunati incidenti finanziari delle precendenti case discografiche, non ha potuto vedere pubblicati i due primi album, rimasti improdotti (ma spero che siano reperibili, in qualche modo, almeno in formato digitale).
"Diabolism of Conversation" è l'ultimo album dei Fury n'Grace, e vede un nome altisonante prendere in mano il ruolo di lead singer: Deathmaster dei DoomSword. Si, esatto proprio lui: l'ugola d'oro dell'epicità italica, col suo timbro profondo e spiccatamente battagliero, in questa situazione si cimenta con un genere piuttosto differente. Lo vediamo infatti destreggiarsi tra i tempi dispari e gli assoli progressivi di quest'originale proposta musicale, per poi ricaricarsi coi tempi epici e martellanti dell'heavy più puro.
Non mi soffermerò su ogni singola traccia, dico solo che l'esperienza sonora di "Diabolism of Conversation" è più che degna di essere assaporata da qualunque ascoltatore: un heavy progressivo oscuro e ipnotico, niente di easy-listening, ma nemmeno nulla di troppo complesso. Chiunque infatti potrà trovarci qualcosa di suo gradimento.
In definitiva, forse non si tratta esattamente di un capolavoro, ma resta comunque un valido e originale lavoro, splendidamente suonato.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 - Macabro
02 - Diabolism of conversation
03 - Privilege of death
04 - In midnight gardens burns the veil of evening fears
05 - The serpent
06 - The serpent: a mistery planned within me by the sea
07 - Of human details
08 - Architecture
09 - The darkening of a violet plumage
10 - Von der Vermahlung des Salamanders mit der grunen Schlange
11 - Paraphernalia of the mystic meat
12 - Gavotte for the ghosts in the oven


Grewon

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lunedì 7 maggio 2012

Recensione GENOCYA

Genocya - Again
(2012, Autoprodotto)
Progressive Heavy Metal

I Genocya sono una band attiva da oltre quindici anni, e che nel 2012 ha realizzato il suo ultimo album autoprodotto. Ebbene si, noi italiani siamo capaci di far firmare contratti astronomici agli sfigati senza talento né originalità vomitati dai talent show, e releghiamo formazioni di tutto rispetto nell’abisso dell’underground. Un vero peccato, soprattutto considerando l’enorme quantità di gruppi di tutto rispetto, che meritano soltanto un po’ di attenzione e interesse.
In questa categoria troviamo certamente i Genocya, autori di un heavy metal variopinto di progressive e spruzzato di sinfonia, a cui tutto possiamo dire fuorché che non sia originale: forse non sarò un esperto del settore, ma non sono riuscito a trovare nessuna band mainstream associabile.
“Again” è un album di tutto rispetto, decisamente esteso (oltre 60 minuti) e composto da ben 13 tracce. È ovviamente scontato che la durata non sia minimamente un fattore determinante, in quanto ciò che conta è la qualità della musica. Su quest’aspetto, direi che ci troviamo nella media: abbiamo molta roba da ascoltare, ma si alternano momenti di brillante originalità a episodi di prolissità che fa sbadigliare, anche se non in modo esagerato. L’alchimia tra i componenti della band è riscontrabile ovunque e dona decisione e carisma al lavoro finito. Il livellamento dei volumi è discreto, con tutti gli strumenti ben distinguibili ma con le chitarre ad un volume a momenti troppo basso rispetto alla voce, che sovrasta prepotentemente tutto il resto. Voce che è croce e delizia dell’album: impeccabile, intonatissimo e con una buona estensione, il cantante ha un timbro molto simile a quello di Tobias Sammet (Edguy) e di Bruce Dickinson (Iron Maiden), ma alla lunga risulta ripetitivo, affrontando ogni passaggio allo stesso modo. Questo ovviamente non penalizza molto il voto dell’album, che si difende benissimo proprio grazie, come detto sopra, all’alchimia tra tutti i componenti: nessuno di loro infatti sembra fuori posto, e anche se magari avrei preferito una vocalità più espressiva, devo ammettere che obiettivamente è stato fatto un ottimo lavoro in ogni sua parte, voce inclusa
Cos’altro dire.. "Again" è un discreto album e ai Genocya vanno i migliori auguri e le speranze che un contratto discografico possa portarli alla ribalta che meritano, e che meritano alla grande.

Voto: 7/10

Tracklist:
01) Walk with me
02) Losing my way
03) Lost eyes
04) Gods
05) First sign of rain
06) Badly off
07) Loaded your gun
08) Why
09) Now I know
10) Opera
11) Follow me
12) Tziganata
13) Crawl me

Contatti:
http://www.jamyourself.com/genocya
http://www.facebook.com/davidedolly
http://it.myspace.com/genocyaitaly
http://www.reverbnation.com/genocyaitaly

Grewon

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sabato 3 marzo 2012

Recensione DISEASE

Disease - The Stream Of Disillusion
(2011, Autoprodotto)
Extreme Progressive Metal

Sebbene il progressive metal non sia considerato un genere propriamente di nicchia, ben poche band underground decidono di abbracciare i canoni dei tecnicismi e della precisione esecutiva, perché appunto il progressive non ammette sbavature o incertezze.
I Disease propongono un progressive molto malato e sporco, grezzo e ruvido fino alle viscere, accompagnato dalla voce estrema e da un songwriting che prende un po’ dal death melodico, e molto dall’heavy metal/hard rock di chiaro sapore eighties. Già, strano accostamento, che tuttavia va premiato per la sua originalità.
Peccato soltanto che questo sia anche il difetto principale di “The Stream of Disillusion”: sebbene non ci siano evidenti pecche compositive, il miscuglio sonoro appare in molti punti approssimativo e (leggermente) confusionario, senza una chiara identità stilistica che dia un’impronta stabile ai pezzi, che faccia cioè in modo di poterceli ricordare con facilità dopo l’ascolto. Che poi in fin dei conti non è una cosa grave, essendo che parliamo pur sempre di progressive metal, ma un po’ di “carattere” in più non avrebbe di certo guastato alle canzoni che talvolta preferiscono ripercorrere lo stesso sentiero e adagiarsi sul “sommario” senza farsi “riconoscere” chiaramente. Ultima critica che mi sento di fare: le clean vocals che nell’album fungono da coro avrebbero potuto essere studiate meglio per creare un “contorno” di migliore effetto.
Detto ciò, devo però anche ammettere che “The Stream Of Disillusion” non è un disco malvagio, anzi. Aggressivo, tecnico, ruspante e graffiante, con quel retrogusto ottantiano che non guasta mai. Tecnicamente validissimo quindi, suonato da musicisti che meritano tutti un applauso per il loro talento e la loro capacità esecutiva. Infine, i miei complimentoni al cantante e al suo growling convincente e insolito per il genere suonato. Davvero un’ottima aggiunta.

Voto: 6.5/10

Tracklist:
01 – Different Suns
02 – New closer hypocrisy
03 – The stream of disillusion
04 – Release the emptiness
05 – Infinity / Enter the wave
06 – For my deliverance
07 – In this morning
08 – Empty (Anathema cover)


Grewon
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mercoledì 23 novembre 2011

Speciale Ultime Uscite - Opeth

Opeth – Heritage
(2011, Roadrunner records)
Prog

Attendevo questo disco con ansia, ma ahimè, son rimasto deluso. Per carità, non è malaccio, ma non è riuscito a trasmettermi alcuna emozione. Musicalmente (e anche come songwriting) siamo sui livelli del precedente Watershed, ma in Heritage è stato totalmente abbandonato il growling, in virtù di un cantato pulito gradevolissimo che però toglie ogni speranza di aggressività e durezza. Se Damnation (altro album degli Opeth cantato interamente in clean) sembrava fosse suonato dai moderni Katatonia (band dove peraltro ha prestato la voce lo stesso Akerfeldt), questo Heritage richiama parecchio i Porcupine Tree. Se pertanto amate questo tipo di sonorità acquistate senza riserve Heritage, ma non sperateci di trovarci del Metal all’interno. Ho molto apprezzato tuttavia l’ultima traccia del disco, senza dubbio la mia preferita perché nella sua malinconia imperante mi ha riportato alla mente il periodo d’oro degli Opeth, ormai superato da un decennio, e sul quale mettiamoci l’anima in pace: non ritornerà più.

Voto: 5,5/10
Grewon


Heritage è un album evoluto, metamorfico, creativo ed estroso, ma un side project dai lontani Opeth di “Morningrise” o “Deliverance”. Come gran parte dei gruppi Progressive lentamente il sound è stato stravolto, pur mantenendo un coerente gusto di fondo; in Europa sembra essere in atto un vero e proprio “revival” delle sonorità anni 70', nuovo trend con il fine di stemperare la stagnante scena. “The devil's orchard”, manifesto dell'album, appare il brano dalle qualità piu esplicite, seguito a ruota da “Folklore” dal gusto erudito, e ancora dall'enigmatica “Nepenthe”. Akerfeldt deve aver diviso numerosi fan con un album ben curato ( mixato da Steven Wilson dei Porcupine Tree ) ma indicato ad un mercato diverso e sottoposto ed una fanbase inadatta.

Voto: 7 / 10


Vandrer


“Etereo”. E’ questo l’aggettivo che più si addice a questo nuovo lavoro degli Opeth. Ancora una volta Akerfeldt e soci hanno tirato fuori dal cilindro un album di pregevole fattura andando a toccare le ambientazioni Prog Rock degli anni 70 con la solita classe che li contraddistingue. Il tributo da pagare si ha in termini di potenza, sono pochi infatti, i momenti in cui si fuoriesce da questi schemi, ciò se da una parte ci ruba la componente Death degli Opeth, dall’altra ne esalta la raffinatezza del sound e la delicatezza della voce clean di Akerfeldt (ottima prova la sua!) .
Estrapolare singoli brani dal loro contesto è inappropriato in quanto tutti gli episodi sembrano essere incastrati in modo armonioso tra loro a formare qualcosa di continuo, ma dovendone citare qualcuno senza dubbio la scelta cade sulla bellissima “The Devil’s Orchard”, seguito da “Haxprocess” e “Folklore”. Nota di merito anche alla produzione che contribuisce non poco a creare l’atmosfera retrò che si respira in “Heritage”.

Voto: 8/10
Torrrmentor


L' ultima fatica degli Opeth intitolata Heritage si presenta da subito come un lavoro che merita molta della nostra attenzione. I nostri come si può immediatamente notare hanno stretto l’occhio al Rock Progressivo anni settanta e il prodotto risulta molto ispirato e suonato alla perfezione,ma su questo non avevamo dubbi; di quello che erano gli Opeth in passato persistono degli elementi stilistici facilmente riconoscibili che fanno da guida attraverso l’evoluzione subita della band in quanto i brani risultano molto ricercati; basso e batteria si intersecano fra di loro tessendo ragnatele sonore che si sposano positivamente con le linee vocali di Akerfeldt. In molte tracce del disco risulta piacevole l’utilizzo dell’organo hammond e dei flauti di “Andersoniana” memoria. In conclusione “Heritage” è un lavoro che si distacca completamente dal mondo Death Metal per sconfinare in quello del Prog-Rock ed è per questo che chiederà un maggiore sforzo di comprensione ai fans, nonostante questo è un ottimo disco che in prospettiva potrebbe trasformarsi in una pietra miliare della musica.

Voto: 7,5/10
Vicustrodden


Niente growl né ritmi ossessivi di batteria in Heritage, album che si discosta completamente dai canoni del Death Metal che avevano contraddistinto i precedenti lavori della band. Che dire? Sicuramente una grande prova di coraggio perchè è molto difficile abbandonare un sentiero che sai dove ti porta per scegliere una strada buia e piena di insidie. Gli Opeth approdano ad un ProgressiveRock anni '70 che ricorda quello dei King Crimson; certo la scelta farà discutere gli amanti del “vecchio” Death Metal ma, d'altra parte, aprirà le porte ad un pubblico più diversificato e poi non bisogna dimenticare che quello degli Opeth è stato un lungo percorso di maturazione che ha raggiunto il culmine. Heritage, decimo album del gruppo, è senza dubbio il più completo sul piano prettamente musicale e tecnico, sia su quello “emozionale”: i brani sono permeati di quell'intensità che negli altri lavori non era così trasparente. Una miscela di Rock classico, Prog e Fusion che colpisce immediatamente, già al primo ascolto anche se riascoltandolo si può cogliere qualcosa di nuovo, che magari sfugge all'ascolto superficiale. La produzione è molto buona: si nota come la ricerca dei suoni è mirata ad “omaggiare” il grande Rock di quegli anni andati! In definitiva Heritage è un lavoro che stupisce assolutamente!

Voto: 8/10


Pasq


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venerdì 7 ottobre 2011

Speciale Ultime Uscite - Dream Theater

Dream Theater – A Dramatic Turn of Events
(Settembre 2011, Roadrunner Records)
Progressive

Ah però. Si è molto parlato del nuovo album dei Dream Theater, il primo dopo la dipartita dello storico e leggendario batterista Mike Portnoy. Si è parlato molto, e male. Ho ascoltato a fondo il nuovo lavoro, e devo dire che sono pregiudizi. Per carità, l’assenza di Mike si sente eccome, il nuovo drummer è troppo schematico per i dogmi del genere suonato… ma è appena arrivato, e ha sulle spalle una grossissima responsabilità da portare avanti: voglio perciò dargli la mia piena fiducia per il futuro. Complessivamente il disco è leggero, al livello di Octavarium, dal quale però se ne discosta per un songwriting molto più ispirato (soprattutto nella prima metà del disco), per i chorus forse più catchy ma mai banali. I virtuosismi non mancano ma è stato dato più spazio alla composizione melodica, che farà storcere il naso a molti ma che comunque non stanca all’ascolto. Nove piccole delizie sonore da gustare e rigustare più volte per essere apprezzate appieno. Non siamo ai fasti di Images and Words, ma a me il disco è piaciuto. “Bridges in the sky” autentico capolavoro di canzone.

Voto: 7,5/10

Grewon


Saranno felicissimi seguaci dei Dream Theater nel ricevere la notizia: NON È CAMBIATO NULLA. Ci si aspettava una rottura con il passato dopo la clamorosa uscita di scena di Mike Portnoy, batterista storico e leader carismatico della band, sostituito da Mike Mangini (più che degno successore dietro le pelli!). Invece A Dramatic Turn of Events non è altro che l'ennesimo lavoro di una formazione che ormai non ha nient'altro da dire, che ha esaurito tutte le idee. Restano inarrivabili dal punto di vista puramente tecnico (cosa che non aveva certo bisogno di ulteriore conferma dopo la loro più che ventennale carriera!): l'esecuzione è perfetta, niente sbavature, nulla è lasciato al caso e la cura dei particolari è “maniacale”. La produzione, curata dallo stesso John Petrucci, è sicuramente all'altezza, molto pulita. Non del tutto convincente la prestazione di James LaBrie; il singer appare freddo, la voce è troppo distaccata dalla pasta sonora creata dagli strumenti. Un passo indietro, dunque, questo undicesimo disco, le cui aspettative erano ben altre. La sufficienza è assicurata comunque dall' enorme bagaglio tecnico dei componenti della band al quale si aggiunge quello di Mangini che sfodera un'ottima prestazione e non fa assolutamente rimpiangere il buon vecchio Portnoy!!!

Voto: 6/10
Pasq


Nel bene e nel male “A Dramatic Turn of Events” era destinato a far parlare di sè. Era troppa infatti la curiosità di vedere all’opera i Dream Theater senza un componente fondamentale qual’era Portnoy. Il sostituto Mangini è senz’altro all’altezza anche se la pressione sarebbe schiacciante per chiunque, come anche per gli altri componenti, attesi al varco con quest’album. La prova offerta dal gruppo è a mio parere pienamente positiva, l’album viaggia che è un piacere, denotando un’ispirazione che forse ultimamente stava venendo meno. Pezzi come “Bridges in the Sky” e “Build me up, Break me down” sintetizzano al meglio questa ritrovata verve, anche se forse come consuetudine dei Dream Theater ci si lascia andare oltremodo a tecnicismi spesso evitabili che finiscono per dilungare eccessivamente il brano.
Particolarmente riuscite le parti più melodiche, nonostante un LaBrie abbastanza “ordinario”a cui fa da contraltare un Petrucci sempre più leader.
Nel complesso un album di livello medio-alto, che riesce a emozionare, non era facile viste le premesse ma i Dream Theater si sono nuovamente confermati.

Voto: 7/10

Torrrmentor

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mercoledì 3 agosto 2011

Recensione - MAGNETICHAOS

MAGNETICHAOS - Magnetichaos EP
(2011, Autoprodotto)
Progressive Modern Rock

Appena si dà l’avvio all’ascolto dell’ep del progetto Magnetichaos, si capisce subito che qui non si scherza: anche se il genere suonato non permette di dare sfoggio di grossi virtuosismi tecnici, si evince che i musicisti che compongono questa formazione salentina sono navigati nell’ambiente musicale e hanno le idee ben chiare su cosa suonare e su come suonarlo. Il genere proposto è un Rock Moderno con sommarie influenze progressive, e la registrazione è composta da sei tracce, per una durata complessiva di appena 23 minuti. Scopo principale dell’ep è pertanto quello di far conoscere questa band e la sua proposta musicale. Non mi dilungherò molto su ogni singola traccia, sia perché il genere proposto non consente molte evoluzioni demagogiche e sia perché effettivamente non c’è nulla da puntualizzare: ogni componente del gruppo svolge egregiamente il proprio lavoro, senza nessun calo di tono. Il cantante, in particolare, ha un cantato che mi ha colpito molto, essendo in tutto e per tutto simile a quello di Cristofer Johnnson dei Therion, nelle sue evoluzioni clean: sfido chiunque a non fare la stessa associazione (sia nella voce principale e sia nei controcanti), ascoltandolo. Il disco scorre liquido e senza incertezze per tutta la sua breve durata: pertanto, non sopraggiunge mai la noia; al massimo una sensazione di insoddisfazione, come quando si ha una fame da lupi e si è costretti a saziarsi di un solo pezzo di pane o una minuscola fettina di torta. Questo dovuto al ridotto minutaggio dell’ep, e soltanto a quello. Potrò quindi dare un giudizio pieno e sentito ai Magnetichaos una volta ascoltato un lorofull-lenght, che spero con tutto il cuore sopraggiunga presto. A quanto ho saputo, comunque, successivamente alla registrazione di questo ep è avvenuta la sostituzione del cantante con una vocalist femminile: mi auguro che questo cambiamento porti i Magnetichaos verso soluzioni positive, che sono ansioso di ascoltare.

Grewon

Tracklist:
01 – The thirst
02 – I believe
03 – Alone
04 – Heaven
05 – The fallen angel
06 – Stray dog

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martedì 2 agosto 2011

Recensione - THE COLLECTIVE UNCONSCIOUS


THE COLLECTIVE UNCONSCIOUS - The Collective Unconscious EP
(2010, Autoprodotto) 
Progressive Metal

La band romana, formatasi nel 2007 grazie a Giacomo e Antonio a cui si aggiungono Marco, Claudio e Guglielmo, sceglie un nome particolarmente impegnativo: l'inconscio collettivo rimanda inevitabilmente all'imponente figura di Carl Gustav Jung, successore di Freud nello “studio” della psiche umana, secondo il quale ogni uomo possiede una parte della psiche contenente idee fondamentali che è in comune con tutti gli altri uomini. Cito a tal proposito “Prendimi l'anima”, film del 2002 scritto da Roberto Faenza e tratto dalla vita e dal pensiero del filosofo svizzero. Quelle luci sempre fioche, quella sottile linea di confine tra genio e follia, quelle atmosfere cupe presenti nel film contraddistinguono anche la musica dei The Collective Unconscious che offre spesso “spazi” di meditazione, di pensiero e che astrae l'ascoltatore dal puro e semplice sentire.L'ep è vario ed ogni pezzo sembra scontrarsi con gli altri ma, allo stesso tempo, c'è un filo conduttore che, coerentemente con l'idea dell'inconscio collettivo, li unisce. L'influenza maggiore è indubbiamente quella dei Tool, dai quali la band prende molto riuscendo, però, ad aggiungere sempre qualcosa di proprio. Il brano di presentazione è “THE BOUND”, molto meditato, nel quale spicca il lavoro delle chitarre e della voce. Molto interessante lo stacco (decisamente Post Rock) in cui la linea di basso incalza e prepara all'apertura sul “ritornello”. Il secondo brano “TOWARD THE WAVES” , composto da un semplice arpeggio di chitarra e rumori di fondo, può essere visto come introduzione al successivo, “PURE CRADLE”, il cui inizio è molto pacato e riprende il tema dell'intro. Il pezzo presenta, poi, un ottimo groove di batteria su cui si innestano chitarre, da una parte quelle distorte, dall'altra quelle pulite, che si intersecano e che fanno da tappeto alla linea vocale davvero notevole. In “STUPID SPOILED WHORES” spicca, invece, la linea del basso in slap (sempre molto efficace) che insieme al riff di chitarra “spezzato” ricorda un po' i Primus, anche se i ragazzi romani sanno sicuramente essere più puliti! Chiude l'ep “WOODWORM”; il brano presenta sonorità più Soft e Ambient grazie alle chitarre pulite, lontane e lievemente ridondanti (forse unica pecca del disco; anzi, della canzone!) e grazie al ritmo lento che accompagna la canzone per tutta la sua durata. In effetti WOODWORM sembra essere la fine di un viaggio difficile, carico di tensione, un viaggio attraverso la propria psiche e su cui meditare una volta usciti. Insomma il primo lavoro dei The Collective Unconscious è a dir poco un ottimo prodotto. I ragazzi sono dotati di notevoli doti tecniche, di una buona dose di originalità e fantasia (qualità che non sono mai di troppo) e curano alla perfezione le varie dinamiche che in questo genere sono fondamentali per non risultare monotoni. Un altro punto di forza è la voce che riesce ad essere sempre pulita, anche nelle parti in cui “spinge” di più, e le cui linee vocali non risultano mai banali. Buona la produzione anche se personalmente avrei lavorato di più sull'art-working che non combacia troppo con le idee del disco. Di non facile ascolto (data soprattutto la durata dei pezzi) questo ep è consigliato agli amanti del Progressive ma può essere apprezzato anche da chi cerca qualcosa di nuovo e alternativo. C'è da aspettarsi molto in futuro da questa band!

Pasq

Contatti:
www.thecollectiveunconscious.it
www.myspace.com/thecollectiveunconscious
info@thecollectiveunconscious.it

Tracklist:
01 - The Bound
02 - Toward the waves
03 - Pure Cradle
04 - Stupid Spoiler Whores
05 - Woodworm




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lunedì 25 luglio 2011

Recensione - WINTERAGE


WINTERAGE – Promo Ep 2011
(2011, Autoprodotto)
Folk/Progressive Power Metal

Povero Power Metal sinfonico. Così disprezzato da tanti metallers old school che credono che il Metal autentico sia solo sonorità grezze e ruvide, con niente di "pacchiano" e fantasioso. Si sono forse dimenticati che agli albori dell’Heavy Metal, nato come derivazione dell’Hard Rock settantiano e ottantiano, le band che loro idolatrano erano pacchiane anch’esse (quanto Glam c’era nei primi esperimenti Metal? Vogliamo negarlo?), e forse non tengono conto che il "metallo", diversamente dalla "roccia", ha due qualità: è senza dubbio più pesante, ma colpendolo si ottiene un suono molto più melodioso rispetto a quello secco e duro che si ottiene percuotendo una pietra.
Questo breve preambolo per introdurre i Winterage, una coraggiosa band che non ha paura di inoltrarsi per quei sentieri così tanto snobbati del Power Metal melodico con influenze sinfoniche, genere portato alla ribalta (tra alti e bassi) dai Rhapsody (oggi Rhapsody Of Fire), che conta diverse validissime band (tra cui gli italianissimi Derdian e Ancient Bards) ma che molto spesso viene guardato sempre con diffidenza e pregiudizio. Codesto genere non è il mio preferito in assoluto, ma essendo io cresciuto, nella mia infanzia e pre-adolescenza, a pane e Rhapsody, posso ben scrivere una recensione abbastanza obiettiva e priva di pregiudizi sul promo CD dei Winterage. Se devo essere pignolo, non considererei la loro proposta nemmeno puramente Symphonic Power: la definirei piuttosto un "Folk Power Metal con inserti Progressive". Infatti mi hanno ricordato più gli Elvenking o i Thaurorod che non i Rhapsody o gli Ancient Bards. L’EP è composto da 6 tracce per una durata complessiva di 30 minuti. Si apre con un lungo brano (WRATH OF REVENGE) composto della classica intro eterea e recitata, per poi sfociare in una cavalcata di Power melodico in grado di far sognare i fan del genere. Subito dopo si piazza ANCIENT FORCES, e qui vediamo in prima linea lo strumento principale e caratteristico dei Winterage: il violino. Per carità, tutti i musicisti fanno un ottimo lavoro, eh, ma si evince come abbiano voluto proprio esaltare e marcare il lavoro dell’eccellente e virtuoso violinista, perfetto per lavori sinfonici da solista e anche come supporto per le accelerazioni tipicamente Power, dove è l’altrettanto talentuoso chitarrista a condurre i giochi, sia nel riffing che nell’arpeggio. Lo si vede anche a livello di produzione: il violino è infatti l’unico strumento ad esser stato curato e seguito nei minimi dettagli, mentre gli altri spesso risentono di alcune pecche: o hanno un volume troppo basso, oppure ridondano di rumori di sottofondo. Ma ciò non intacca comunque la resa finale di un EP autoprodotto: siamo su buoni livelli, c’è da dirlo. La terza traccia è BELTAIN, il brano più Progressive del disco: pieno di cambi di tempo e di sonorità più moderne, mi ha fatto ricordare (non voglio dire blasfemie, ma non ci posso fare nulla) il progetto Liquid Tension Experiment. Poi è il turno di POWER IN MY VEINS, forse il pezzo peggiore del disco, che ho trovato un po’ scontato e rifacente a vecchi esperimenti di band quand’erano ancora underground. Non totalmente malvagio, ma comunque niente di che. Arriva finalmente il turno del mio pezzo preferito, KING OF FAIRIES, epico e folkeggiante in tutta la sua durata, che introduce l’outro KINGDOM OF TWILIGHT, breve e concisa nella sua allegria. Da precisare che caratteristica e intenzione di questo disco è quella di proporre un Power/Folk Metal SENZA la voce, fatto quindi di soli brani strumentali. Infatti a parte la prima e la quarta traccia, che contengono alcuni inserti di voce maschile e femminile (purtroppo mal livellati come volumi e mal gestiti come resa audio, peccato perché il loro timbro mi piaceva), il restante disco è interamente strumentale, coi suoi pro e contro. Il pregio è che comunque si tratta di un qualcosa di nuovo e di diverso, che non guasta mai in un mercato musicale così saturo di plagi e scopiazzature. Il difetto invece, più che a livello di idea, è a livello di esecuzione: caratteristica infatti di un buon brano strumentale è quello di non far sentire il bisogno della voce, cioè di bastare a se stesso così com’è, e di disporsi in modo da non consentire l’inserimento di una linea vocale. La proposta dei Winterage, sotto quest’aspetto, è altalenante: a volte i brani sembrano come essere le "versioni karaoke" di brani contenenti la voce. Non che questo sia un grosso difetto, però mette la band davanti a un bivio: o si mantiene l’idea di preferire l’assenza di voce e si gestisce un po’ meglio il songwriting, oppure tranquillamente si può inserire la voce. Si perderebbe in originalità, è vero, ma in entrambi i casi son sicuro che i Winterage sapranno farsi valere. Globalmente, il loro promo EP mi ha davvero colpito per la bravura dei musicisti, la freschezza e la genuinità della loro proposta e per l’originalità. Auguro loro di poter in futuro pubblicare un full-lenght che faccia parlare di sé in positivo.

Grewon

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mercoledì 11 maggio 2011

Recensione - MEMBERS OF GOD


MEMBERS OF GOD - Ten Talking Words
(2011, Autoprodotto)

I salernitani Members Of God prendono vita nel 2009 da un’idea del cantante Enzo Donnarumma, e già dall’eloquente monicker scelto per la band si può intuire qualcosa del progetto a dir poco ambizioso che c’è dietro questa band: l’idea di portare al pubblico metallaro la parola di Cristo! Questo Ten Talking Words è infatti un concept nato dagli studi teologici di Donnarumma, che sul disco impersona proprio Gesù di Nazareth, e nella biografia allegata all’album che mi ritrovo a recensire è addirittura sottolineata la somiglianza fisica tra il singer dei Members Of God ed il Messia del nuovo testamento, cosa che con tutto il rispetto mi fa sorridere visto che nell’ambito del Metal la gente con barba e capelli lunghi si spreca… ma la genialata sta nel farsi fotografare con espressione vagamente sofferente e con tanto di corona di spine sulla testa!!!
Tralasciando le mie personali considerazioni sul look che ognuno ha la libertà di scegliere, e considerata la mia personale opinione sulla religione (non solo quella cristiano/cattolica) che conta meno di zero, dato il fatto che sono uno di quelli individui che nel comune discorrere quotidiano usa la bestemmia come congiunzione, trovo la scelta stilistica dei Members Of God davvero coraggiosa, e quindi in qualche modo degna di nota, soprattutto perché prende le distanze dallo stereotipo del metallaro/satanista che altro non è che una immagine distorta che la massa, priva di un minimo di cultura musicale, da ingiustamente a qualsiasi essere che dichiara pubblicamente di ascoltare Heavy Metal, e che magari ha pure i capelli lunghi e una maglietta nera! In ogni caso credo che dai tempi degli statunitensi Stryper che negli anni 80 sono riusciti anche a vendere qualche disco in Italia (pochissimi per la verità) non sentivo parlare di una christian band nel bel (?) paese, considerando anche Fratello Metallo che rappresenta una trovata commerciale di dubbio gusto…
Il sound proposto dal combo campano in questo loro primo lavoro, è un Prog Metal con forti elementi orchestrali, e il concept racchiuso in Ten Talking Words si sviluppa in ben 17 tracce, ma i brani veri e propri sono 10, per il resto si tratta di intermezzi, o di intro e outro che creano quel filo conduttore che lega tutte le composizioni tra di loro con dei richiami costantemente presenti su tutto il disco. Tutti i ragazzi della band, che impersonano rispettivamente elementi come fuoco (Alex alle chitarre), acqua (Rob alle tastiere), vento (Jahn al basso) e terra (Ruel alla batteria) sembrano dotati di una discreta tecnica, e tutti i brani, pur non brillando in originalità scorrono dritti e potenti, e ricordano qualcosa dei Dream Theater o le parti più prog degli Angra del periodo di Holy Land (titolo non casuale!!!). A livello strumentale comunque, senza nulla togliere agli altri, va sottolineato il lavoro di tastiere di Rob, sia nelle parti soliste (che nonostante la difficoltà tecnica scorrono con scioltezza) che nei tappeti ariosi, che fanno pensare a questo concept come ad una sorta di musical, e in questo contesto la voce di Enzo Donnarumma (Jesus of Nazareth) crea un connubio perfetto grazie alla sua interpretazione teatrale, e anche se vocalmente sembra annaspare un po’ quando opera su tonalità basse, migliora piacevolmente su tonalità medie ricordando a tratti James LaBrie. L’unico tocco di originalità è dato quando i nostri si lanciano in melodie folk mediorientali usando anche strumenti siropalestinesi come da nota in biografia, e la suite di oltre 10 minuti dal titolo DON’T MURDER ne è un ottimo esempio.
In definitiva il disco musicalmente pur non toccando dei picchi alti, suona in maniera compatta e professionale nonostante la produzione non eccelsa, per quanto riguarda il discorso teologico e soprattutto religioso, come ho detto prima è un progetto coraggioso, ma chissà quanto interesse riuscirà a riscuotere, ma questa è la missione che i Members of God si sono dati.

Piranha

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giovedì 3 marzo 2011

Recensione - AXIOM


AXIOM - Truth Denied
(2009, Autoprodotto)

Gli Axiom, band proveniente dalle lande partenopee, nascono nel 2004 come side project dei Power Metallers Landguard, ma ben presto e giustamente, il progetto prende una strada del tutto propria, e dopo l’EP Metamorphosis e il debutto con il full lenght A Moment Of Insanity, si arriva con una rinnovata e potente line-up al secondo lavoro dal titolo Truth Denied. La band, capitanata dal talentuoso tastierista/cantante Lello Acampa, si autodefinisce Thrash Power Metal, ma a mio modo di vedere (e/o di ascoltare) di Thrash, per come concettualmente e storicamente questo genere rappresenta se stesso, ce n’è ben poco, ma sicuramente ci troviamo di fronte ad un Prog Metal dalle sonorità decisamente toste.
Tanto per fare un nome (ma se ne potrebbero fare tanti, o meglio ancora nessuno, visto che gli Axiom dimostrano alla grande nella durata di tutto il disco una certa personalità), mi vengono in mente i Symphony X per la compattezza e l’impatto dato dai robusti riff di chitarra, e da una sezione ritmica decisamente ad elevate prestazioni. Se a tutto ciò si aggiunge la voce growl e scream del nuovo frontman Simone Gallinaro la pesante mazzata è garantita!
Truth Denied è un disco autoprodotto, ma ciò nonostante ci troviamo di fronte ad un lavoro che, detto in termini tecnici, “spacca” nella sua totalità, dalla buona produzione in cui le strutture complicate di ogni brano risultano ottimamente ascoltabili, all’artwork davvero ben curato, per finire al suggestivo concept che si cela dietro a questo disco, una fantastica e originale storia di patti infernali contornata da vorticosi intrecci di inganni, dove l’inganno più grande arriva proprio da chi meno te l’aspetti.
I sei ragazzi che compongono la band sciorinano ad ogni brano un bagaglio tecnico di indubbio spessore, ma non aspettatevi inutili virtuosismi fini a se stessi, la tecnica di ogni singolo elemento è costantemente messa lì in funzione del brano, in un songwriting davvero notevole. La sezione ritmica, sorretta da Walter Montone alla batteria e Tore Ditto al basso, è terremotante, le chitarre di Tony Acampa e Andy Scala si dimostrano rocciose nelle ritmiche e raffinate nei soli, ed il tutto è ottimamente legato dalla ragnatela tessuta dalle tastiere di Lello Acampa che tra tappeti ed assoli si rende autore di una prestazione egregia. L’alchimia degli Axiom è completata dalla commistione delle voci pulite di Lello con quelle rabbiose e taglienti di Simone, ed il ritornello melodico e devastante di RED EYES è solo un ottimo esempio di tale riuscitissimo connubio, in album in cui tutti i brani sono legati da un invisibile filo conduttore, e dove nel tellurico muro sonoro della band campana trovano spazio anche dei piacevoli break più soft. E quando in un disco simile pensi di aver sentito tutto, nella conclusiva KEEP THE RAIN arriva una dolcissima e malinconica ballad per sole tastiere, piano e voci, dove ad affiancare Lello questa volta troviamo la stupenda voce di Claudia Andretta, autrice di un ottima performance.
Forse il suono di Truth Denied sarebbe risultato ancora più cattivo mettendo leggermente più in evidenza la batteria, ma essendo un’autoproduzione il risultato finale sicuramente si presenta come un lavoro al di sopra della media, e agli Axiom non mi rimane che augurare di continuare su questa strada, al resto ci penseranno loro stessi.

Piranha

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Recensione - BIFROST


BIFROST - Fehu
(2010, Autoprodotto)

I grandissimi Opeth devono aver ispirato un’intera generazione di giovani musicisti, a giudicare dalla quantità impressionante di band su cui si riconosce ben impresso il loro “marchio” musicale: atmosfere cupe e decadenti, talvolta gotiche, attitudini progressive con lievi richiami settantiani nel riffing, brevi accelerazioni di scuola Death, alternanza di growling e clean vocals.
E’ però spesso difficile riuscire a “staccarsi” dal proprio background per riuscire a proporre qualcosa di nuovo e unico. I Bifrost ci sono riusciti? Sì e no.
Di sicuro la proposta è interessante, e se non altro curiosa, per quanto riguarda i testi: differentemente dagli Opeth, non troviamo nessuna poesia oscura, nessuna metafora gotica, nessun testo psicotico… I testi si rifanno esclusivamente alla tradizione Viking, narrando infatti le questioni inerenti Asgard, il Fimbul Winter e quant’altro. Le canzoni dell’ep, cinque più un’intro (per una durata complessiva di circa mezzora), hanno tutte il titolo formato da una sola parola, ma musicalmente non troviamo nessun’atmosfera epica e battagliera, bensì un convincente Prog/Gothic/Death di chiara e (forse anche troppo) evidente ispirazione Opethiana.
Come già anticipato, Fehu comincia con un brano strumentale di pianoforte molto gotico e malinconico, che si allaccia ad ASGARD, pezzo interessante e convincente in tutte le sue parti. Qui oltre ai riferimenti Prog/Death degli Opeth ci ho trovato anche associazioni ai primi, stupendi Tristania, e la cosa mi ha fatto molto piacere. Successivamente si colloca HRIST, incazzoso e psicotico che preannuncia il pezzo migliore dell’ep, NIDHOGGR: qui le radici Opethiane si fanno sentire in tutta la loro maestosità, soprattutto circa i primissimi seminali Opeth, quelli degli ispiratissimi Orchid e Morningrise. Tuttavia devo citare che nel “rallentamento” della parte della canzone (comincia a 1:46), ho trovato a livello strumentale una similitudine troppo evidente a In Mist She Was Standing appunto degli Opeth (per essere precisi, la parte strumentale che nel pezzo degli Opeth comincia a 5:33). Quello è stato un giro che ci ha fatti sognare tutti all’epoca, è vero, ma forse variarlo un po’ e non proporlo praticamente identico sarebbe stata una scelta più azzeccata.
Poi è il turno di FIMBULVETR, tetra e inquietante nei suoi oltre 8 minuti di durata. Infine troviamo la title track, FEHU, che come tutti i brani conclusivi dei dischi degli Opeth è epica, maestosa e conclusiva, e la assocerei maggiormente alle sonorità più dure di My Arms, Your Hearse.
Tecnicamente, i Bifrost sono impeccabili e soprattutto, c’è da riconoscerlo, sanno il fatto loro. A livello di produzione non ci attestiamo su altissimi livelli, ma questo, a mio avviso, offre interessanti spunti alla proposta, permettendoci di “respirare” nuovamente le atmosfere sognanti dei primi anni 90, quando non si avevano a disposizione tutta la tecnologia di ora e i “rumori” di sottofondo davano molto più carisma ai dischi (basti pensare a quei black-metaller che non riescono ad ascoltare nessun album super-prodotto... quelli sono proprio affezionati ai rumori di registrazione, e posso capirli!). Particolarmente sono rimasto impressionato dal cantante, in tutti e due i suoi stili: come growling è facilmente associabile a Mikael Akerfeldt, e la cosa non potrà che far piacere a tutti i fans dell’originale. Mentre come clean vocals richiama maggiormente il cantato sofferto di Aaron Stainthorpe (My Dying Bride), unite ad alcuni vocalizzi che vi farà ricordare gli Anathema più squisiti del loro periodo di transizione (dischi di riferimento: Eternity e Alternative 4).
I Bifrost sono bravi, veramente bravi. Mi auguro che il loro futuro musicale sia roseo, perché c’è sempre bisogno di musica seria in un panorama musicale stremato dalla dittatura della sotto-cultura di “Amici” e degli altri talent-show. Soltanto, mi piacerebbe col tempo assistere a un progressivo allontanamento dei Bifrost dai richiami agli Opeth, che in alcuni punti sono forse un po’ troppo evidenti. In ogni caso, questo Fehu contiene un bel po’ di roba che potrà soddisfare i timpani degli amanti del genere.

Grewon

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