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giovedì 19 settembre 2013

Recensione A2ATHOT

A2athoT - TRUST YOUR EAR
(2013, Autoprodotto)
Downtempo/Doom Metal


Copertina semplice ma suggestiva, un background di un certo spessore e un'ottima auto-presentazione: senz'ombra di dubbio questa one-man-band che risponde al nome "A2athoT" ha subito avuto un buon ascendente su di me. Il prodotto che ho fra le mani è il suo nuovo ep "Trust your ear", uscito dopo un full-lenght.
Atmosfere psichedeliche, dissonanti, disturbanti, senza però sfociare nel drone doom, ma facendo in modo di suscitare determinate sensazioni nell'ascoltatore senza imporgliele.
Le basi sono quelle del doom e le derivazioni sfociano, come anticipato, nella psichedelia, nel downtempo, nella malinconia e nella tristezza, in un lavoro che attinge da diverse formazioni conosciute ma che riesce a proporre qualcosa di nuovo e di insolito.
I pezzi di cui è composto "Trust your ear" purtroppo sono solo tre, malgrado siano relativamente lunghi e coprono 20-25 minuti di tempo totale. Ho sempre difficoltà a recensire produzioni così brevi se non altro perché non ci si può dilungare ad analizzare ogni singolo aspetto, e allo stesso modo non si può dare il massimo dei voti, lo stesso giudizio che magari si è dato ad un full-lenght particolarmente bello. Il valore del progetto A2athoT, tuttavia, è innegabile e traspare da ogni singola nota. Il growling così come le clean vocals, incastonate nel tappeto sonoro fino a darne un aspetto unico e integro. D'altronde, il fatto stesso di costituire una one-man-band significa che ogni cosa, nei suoi minimi dettagli, è già precisamente realizzata nella mente del suo creatore. Non deve confrontarsi con nessuno, può saltare totalmente il passaggio della jam session o della stesura comunitaria, ed è impossibile non notarne la profondità e la compattezza anche in questo lavoro.
Tre brani, solo tre brani che però mostrano a tutti il valore indiscusso di questo progetto,un lavoro ben fatto malgrado qualche piccola pecca perfezionabile. Rimando quindi il voto alto al momento in cui un nuovo full-lenght targato A2athoT confermi le mie speranze, accese in me da "Trust your ear".

Voto: 6,5

Tracklist:
01) Delirium of the sane (part I)
02) So pure, everything leaves life
03) Andromeda's misunderstanding

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domenica 9 dicembre 2012

Recensione TRAILS OF SORROW

Trails Of Sorrow - Languish In Oblivion
(2012, Domestic Genocide Records)
Funeral Doom Metal


Ogni volta che mi trovo tra le mani un disco di funeral doom metal, un brivido mi percorre puntualmente la schiena. Non si tratta del mio genere preferito, ma di un qualcosa che so già a priori mi saprà donare diverse emozioni e saprà catturarmi nelle sue lugubri ambientazioni.
Non so come mai, ma finora non ho mai ascoltato un album funeral doom che non mi sia piaciuto: dev'essere perché essendo un genere ESTREMAMENTE di nicchia, si hanno sempre le idee ben chiare quando si decide di intraprendere questo pericolosissimo sentiero. "Languish in Oblivion", l'album di debutto degli italici Trails of Sorrow, non fa eccezione. Dieci tracce di oscura pesantezza musicale, intervallata qui e là da brevissime accelerazioni gotiche, che vagamente rimembrano anche il suicidal black. Non saprei scegliere una traccia in particolare, in quanto ognuna di esse è un tassello di un puzzle, perfettamente incastrato agli altri. La lievissima influenza "gothic" la si ritrova anche nella quantità delle tracce (dieci, appunto) e nella loro durata non eccessiva, in netto contrasto con gli standard del funeral doom che invece prevede pochissime tracce ma dall'immane prolissità.
Cinquantacinque minuti di tristezza razionale, cadenzata e imperante, come una marcia di battaglia ma di un esercito che va incontro ad un destino già segnato. Un plauso a tutti i musicisti, che fanno il loro dovere in maniera impeccabile; forse avrei gradito una maggiore presenza della tastiera, ma non c'è nulla di cui lamentarsi. Il growling utilizzato è di splendida fattura: cupo, ruvido e cavernoso, e mi ha riportato alla mente i magnifici Mournful Congregation; tuttavia devo fare un piccolo appunto alla pronuncia inglese, non sempre precisa.
Sostanzialmente non si può parlare di un capolavoro assoluto del funeral doom metal, tuttavia si tratta pur sempre di un buon album, e considerato che è anche quello di debutto, tutto lascia supporre per un futuro pieno di sorprese da parte dei Trails of Sorrow.

Voto: 7,5

Tracklist:
01 - Dreams are dying
02 - Lying as to live is to suffer
03 - A grave of loneliness
04 - Trees crying leaves
05 - See my blood flowing
06 - In luce
07 - Suffering comes
08 - Wonderful memories
09 - A blinking shadow
10 - Ora è la fine

Contatti:
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Grewon
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lunedì 18 giugno 2012

Recensione BRETUS

Bretus - In Onirica
(2012, Arx Production)
Heavy Metal/Doom/Alternative/Psychedelic


Ascoltare un album fuori dalle righe, difficile da catalogare in un genere ben definito è generalmente un piacere per chi lo ascolta: l'originalità è sempre un qualcosa di positivo in un album. Oddio, nel caso del primo full-lenght dei Bretus, intitolato "In Onirica" non si parla esattamente di originalità: la band infatti appare come un'erede dei grandi Alice In Chains, che coi loro ritmi cadenzati, i suoni distorti e le chitarre scordate hanno entusiasmato moltitudini di persone, negli Stati Uniti più che in Italia. L'originalità del lavoro dei Bretus non sta quindi nella proposta in sé quanto nelle varie contaminazioni, le quali donano al disco una freschezza non indifferente e lo rendono un prodotto unico e inconfondibile.
Le varie influenze sono accostabili al doom dei Candlemass o al progressive tetro e gotico dei penultimi Opeth (quelli di Ghost Reveries e Watershed, per intenderci), ma se ne distanziano per una forte componente psichedelica, a tratti totalmente acustica e a tratti accompagnata dalla tastiera.
Strumentalmente ci troviamo su buoni livelli e anche la produzione è più che discreta, per quanto il genere suonato non necessiti poi di suoni troppo pomposi e puliti. Il timbro vocale del cantante si sposa bene al contesto sonoro, tuttavia la sua pronuncia inglese è ben lungi dall'essere perfetta e in molti punti lascia a desiderare (d'accordo, è una pignoleria, ma è una questione di cui tener presente soprattutto se si mira al mercato estero).
Sostanzialmente si tratta di un'ottima prova per i Bretus, considerando che si tratta di un debut album. Nel complesso "In Onirica" è un prodotto sommariamente discreto, con molte frecce al suo arco ma che in alcuni punti risulta ridondante e in altri sia penalizzato dalla pronuncia inglese non sempre all'altezza, fortunatamente compensata dalla particolarità canora.
Se amate le sonorità care agli Alice In Chains, vale davvero la pena di acquistarlo. E' un bel disco e non delude di certo le aspettative.

Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Insomnia
02) The dawn bleeds
03) Down in the hollow
04) Leaves of grass
05) Escape
06) Forest of pain
07) The black sheep

Contatti:
http://www.myspace.com/bretus64
http://www.facebook.com/pages/Bretus-doom



Grewon
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lunedì 23 aprile 2012

Recensione SILENT CARRION

Silent Carrion - Andras
(2012, Autoprodotto)
Drone Doom Metal/Ambient

Wow, questa davvero mi mancava.. è un'assoluta rarità il fatto di avere fra le mani un disco di drone doom metal. Per chi fosse profano al genere, il drone doom è una particolare variante del droom metal consistente in pochissimi suoni (perlopiù rumori cacofonici, anche se nel complesso creano una soluzione ascoltabile) ripetuti ad libitum, creando composizioni sonore di assoluta atmosfera. Essendo un genere estremamente di nicchia (in effetti non è adatto a chi da un disco si aspetta le "canzoni"), sono molto poche le band che lo trattano, e quelle che lo fanno sono comunque relegate all'underground. I nomi più altisonanti del genere possono essere i Sunn O))), assieme a poche altre formazioni.
Fatta questa premessa, devo dire che "Andras" mi ha piacevolmente colpito: nonostante il progetto Silent Carrion sia a tutti gli effetti una one-man-band, "Andras" non suona per nulla "acerbo" o incerto, ma anzi dimostra una notevole maturità musicale e bravura compositiva (per quanto ovviamente il genere possa concedere di capire). I brani che compongono il disco tirano su un mantello sonoro che trasmette oniricamente sensazioni di inquietudine, angoscia, confusione mentale; anche la copertina di Andras, raffigurante una città immersa nel grigiore delle sue rovine, rende perfettamente l'idea di quanto si avverte a livello sonoro.
Le liriche ci sono e sono notevole, anche se spesso ovviamente nascoste dal brusìo, tipico del drone doom.
Lo so, questa branca del doom metal non concede molta libertà compositiva, ma non nego che mi sarebbe piaciuto notare qualche particolare in più: il disco infatti scorre bene, ma non sarebbe guastata qualche ideuzza per riconoscere in maniera più palese le singole tracce. Inoltre anche il finale mi ha lasciato un po' basito: l'album si conclude improvvisamente, senza nessun "preavviso", nessuna "ending" che facesse preannunciare la fine della composizione.
Tolti questi sassolini dalla scarpa, non posso che consigliare "Andras" a tutti gli amanti (non molti, purtroppo) del drone doom metal e anche della musica ambient in generale.

Voto: 7/10

Tracklist:
01 - Mountain (an invocation)
02 - Mist
03 - Fear spreads like plague
04 - The ground seems hollow
05 - Echoes from a deep chasm
06 - Copper
07 - Suprematism (sickness)
08 - Krieg


Sito web:
www.reverbnation.com/silentcarrion

Grewon

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mercoledì 28 dicembre 2011

Recensione THE ERGOT

The Ergot - Disagio Suite
(2011)
Dark/Gothic/Doom Metal


In totale controtendenza con la prassi attuale che vede una riscoperta delle sonorità “old school”, sia nel metal che nel rock, i The Ergot sperimentano varie sfumature del metal oscuro e andante. Nonostante il loro genere venga identificato solitamente come “doom metal”, in realtà se ne discosta in molte sue parti. Io definirei il loro sound molto più vicino al panorama “dark/gothic”, sia per la caratteristica del loro songwriting che per la durata generale delle tracce, che raramente superano i 5 minuti, diversamente dai canoni del doom moderno che invece si “diluisce” in tempistiche ben maggiori. Come gruppi di riferimento possiamo citare i Dark The Suns, dai quali sembra abbiano "assorbito" la maggior parte delle loro caratteristiche: pezzi malinconici ma che non disdegnano accelerate ed esplosioni (controllate) di disperata rabbia. Musicalmente, potremmo accostare alcune parti perfino al gothic rock degli HIM. Poi citerei anche i primi Tristania e Sirenia, specialmente per il riffing e per alcune “fughe” musicali; “Dormiveglia” è il brano più azzeccato per rendere palesi queste “assonanze” anche alle orecchie meno esperte. Si, ci troviamo anche del doom metal, ma non quello saldato all’heavy di scuola Candlemass, bensì il doom più moderno che spesso e volentieri si fonde col gothic e col depressive rock. Infine, alcune parti più progressive mi hanno fatto ricordare i Novembre di “Novembrine Waltz”, ma sono solo dei piccoli accenni, forse rimarcati dalla voce, ma ne parlerò fra pochissimo.
Tecnicamente ci si trova su un livello più che discreto: certo, il genere suonato non lascia spazio a tecnicismi esagerati, ma ciò non toglie che il disco scorre rapido e fluido senza sbavature. La voce è molto innovativa: a parte alcuni rarissimi inserti growling, viene usato uno screaming molto lacerante, sulla falsariga di quello del sommo Carmelo Orlando (Novembre), e a parte qualche lieve pecca a livello di pronuncia inglese svolge egregiamente il suo dovere e rende i The Ergot facilmente riconoscibili nel panorama dark/gothic.
Anche come produzione siamo su livelli più che dignitosi, sebbene qualche piccolo difettuccio di mixaggio rende l’unione tra musica e voce non perfettamente ottimale. Ma ammetto di essere molto pignolo in questo.
Disagio Suite” è un disco piacevole all’ascolto, che unisce al suo interno la ferocia di un cantato tipicamente black a sonorità più andanti e rilassanti. Non ci troviamo forse di fronte al disco del secolo, ma a noi importa che un album sia valido e convincente, che mantenga le promesse e che le emozioni che suscita siano longeve. Se vi piace il genere di riferimento, i The Ergot fanno sicuramente al caso vostro.

Grewon


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martedì 22 novembre 2011

Recensione EchO

EchO - Devoid Of Illusions
(2011, Autoprodotto)
Doom Metal/Depressive Rock

No, mi dispiace, io non ci credo. Non è possibile, ci deve essere qualcosa che mi sfugge. I dischi di debutto di qualsiasi band si caratterizzano quasi sempre per una produzione non impeccabile, per un songwriting diretto e viscerale ma poco studiato, e per un mood generale acerbo e insicuro. È normale, perché solo dopo aver prodotto qualcosa ci si può rendere conto di ciò che si cerca veramente dalla musica, e lo si persegue alla luce dei risultati ottenuti. Per gli EchO invece non è così: nonostante sia il loro debut album, “Devoid of illusions” si candida a diventare una pietra miliare del genere di riferimento, grazie alla compattezza, alla limpidezza del suono, alla genialità delle idee proposte e all’innovazione che in questo modo hanno portato in un genere musicale, il Doom Metal, purtroppo pieno di band che si scopiazzano a vicenda fossilizzandosi un po’ troppo sui canoni definiti dello stile senza aver voglia o coraggio di sperimentare cose nuove.
Nello specifico gli EchO propongono un Doom Metal farcito di varie mescolanze e contaminazioni, perfettamente riscontrabili nelle varie parti del disco. In quasi tutte le tracce che compongono l’album è facile trovare sezioni e inserti associabili al Depressive/Psychedelic Rock degli Anathema, in perfetta simbiosi con l’anima di Doom seminale che funge da “spina dorsale” per il tutto, sfociando spesso e volentieri in accelerazioni Death o rallentamenti tipicamente Funeral Doom. Remembrance, Mournful Congregation, Katatonia e Draconian fra i riferimenti più azzeccati per le varie influenze.
Devoid of illusions” è stato registrato in Inghilterra, e a livello di produzione non si può davvero trovare un singolo difetto: perfino il mixaggio (che molto spesso è una carenza nei debut album) è impeccabile.
Il punto forte del lavoro, tuttavia, è il songwriting: i lunghi pezzi che lo compongono sono tutti chiari e concisi nel loro incedere sincopato. Nessuna traccia filler, nessun calo di tono. E stranamente, si fanno notare per la loro varietà: l’alternanza di growling e clean, e musicalmente parlando di parti tirate, rilassate e acustiche, forniscono all’ascoltatore quella voglia di riascolto che difficilmente lo abbandonerà: l’esperienza sonora di “Devoid of Illusions” è in grado di regalarci sempre qualcosa di nuovo. La tastiera, fra suono di pianoforte e accompagnamento d’ambiente; le chitarre, pesantemente incessanti ma anche oniricamente melodiche; il basso e la batteria, cadenzati e sciolti nel composto sonoro, a strutturare ritmicamente il liquido e sognante lavoro degli altri componenti. Come non parlare infine della voce, calda e soffusa nelle parti clean, feroce e cavernosa quando l’anima più dura viene allo scoperto, e con un’ottima pronuncia inglese che è una dote da considerare se si ha intenzione di varcare i confini italici.
Devoid of illusions” è un disco intenso ed emozionante, che sembra partorito da una band con già diversi album alle spalle. L’acquisto è caldamente consigliato veramente a tutti, tranne a coloro che per propria natura disprezzano i tempi andanti o troppo rilassati. Alla luce del loro eccellente lavoro ma anche delle loro “condivisioni di palco” con grandi formazioni tra cui gli Agalloch, i Forgotten Tomb e gli Opera IX, auguro agli EchO di ottenere il successo planetario, perché se lo meritano: “Devoid of Illusions” è senza dubbio il miglior disco underground che io abbia ascoltato nel 2011, e noi italiani dovremmo esserne orgogliosi.

Grewon

Tracklist:

01 – Intro
02 – Summoning the crimson soul
03 – Unforgiven march
04 – The coldest land
05 – Internal morphosis
06 – Omnivoid
07 – Disclaiming my faults
08 – Once was a man
09 – Sounds from out of space



Video
http://www.youtube.com/watch?v=i-JLsvymEwE&fb_source=message


Pagina facebook della band
http://www.facebook.com/pages/EchO/141116903052


Link diretto al webstore di Solitude Prod per l'acquisto di "Devoid of Illusion"
http://www.solitudestore.com/en/product/echo-2011-devoid-of-illusions/

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venerdì 14 gennaio 2011

Recensione - VITALES EXSEQUIAE


VITALES EXSEQUIAE - A Short Lived Hope
(2009, Casket)

Posso ben dire di aver seguito la nascita e l’affermazione di questa band sin da quando era soltanto un’idea nella mente del suo fondatore. Circa cinque anni fa conobbi sul forum della Negative un certo Marco Squillino, un ragazzotto tarantino che condivideva con me l’amore per il Doom e il Gothic Metal, generi troppo spesso stereotipati e disprezzati dal metallaro comune. Anathema, My Dying Bride, Katatonia, Opeth sono solo alcune fra le band che venivano menzionate nelle nostre discussioni. Mi disse che aveva l’intenzione di fondare una nuova band, e per un po’ non ci sentimmo più. Dopo pochissimo tempo, i Vitales Exsequiae erano nati ed erano già sicuri di sé e del genere che intendevano proporre: un Doom Metal con elementi Death, Gothic e Progressive, e Marco ne era il cantante e chitarrista.
Dopo un anno e mezzo dalla sua uscita, finalmente mi ritrovo tra le mani il loro ep, A Short Lived Hope, e resto davvero sorpreso dalla cura con cui sono state realizzate la confezione e la veste grafica del prodotto: copertina lucida, booklet di 8 pagine con testi e foto, custodia spessa da 10mm e disco serigrafato. L’etichetta britannica che li ha prodotti ha davvero realizzato un ottimo lavoro sotto quest’aspetto. Ma passiamo ad analizzare l’aspetto musicale, che poi è quello che conta di più. Il genere proposto è un Doom Metal molto contaminato dal Death e dal Progressive oscuro degli Opeth, band che più di ogni altra sembra aver ispirato i Vitales Exsequiae. L’ep è composto da quattro tracce di cui due piuttosto lunghe (prerogativa essenziale nel Doom Metal, fatto appunto da atmosfere rilassate e prolungate per un minutaggio maggiore), e complessivamente ricopre una mezzora. Il disco comincia con THE ANATOMY OF INEPTITUDE, anticipata da una brevissima e romantica intro di tastiera che si connette a un inizio brano che mi ricorda molto MASTER’S APPRENTICES degli Opeth. Fortunatamente le “scopiazzature” si fermano lì, e la canzone prende una direzione molto disomogenea, senza chorus facilmente ricordabili e seguendo uno sviluppo originale e non ripetitivo, quasi come se fosse una piccola suite di 8 minuti e mezzo. Subito dopo troviamo REQUIEM FOR A DREAM, una ballata liquida e malinconica che ogni tanto concede piccole accelerazioni di tempo. Stando alle mie conoscenze, e per farvi un’idea più precisa, direi che segue in qualche modo il mood e le atmosfere di BRAVE MURDER DAY dei Katatonia, l’album che, guarda caso, aveva l’opethiano Mikael Akerfeldt alla voce. Nell’inizio del terzo brano, ahimé, ho trovato un’altra somiglianza un po’ troppo palese: l’intro è infatti molto simile alla parte finale di HARLEQUIN FOREST degli Opeth. Ma tutto ciò, di nuovo, dura nemmeno dieci secondi, e il pezzo complessivamente risulta originale e piacevolmente ascoltabile. Ispirato a mio avviso al sound di GHOST REVERIES degli Opeth, per via del senso di inquietudine e di angoscia dovuto agli incroci delle chitarre e del suono usato dalla tastiera, è il brano più massiccio dell’ep, con diverse accelerate e accostamenti al Thrash/Death Metal. Durano poco, ma ci sono e convincono l’ascoltatore. Sempre in questa traccia troviamo la presenza di diverse parti acustiche dove il cantante, finora autore di un growling molto oscuro e vicino alla tradizione Gothic/Doom dei primi anni ’90 (Paradise Lost e My Dying Bride sono solo due fra i nomi accostabili), da sfoggio di soffusi intermezzi in clean. Come ultima traccia troviamo SHALLOW FLOWER, il brano più lungo (10 minuti buoni) e “doomish” del disco, o meglio, quello che possiede meno contaminazioni da altri generi. Anche qui troviamo sia le accelerate che le parti in clean vocals, ma nel complesso un amante del Doom può decisamente saziare i suoi timpani. Il disco infine, si conclude nello stesso modo con cui è iniziato, e con le stesse sonorità: un dettaglio irrilevante, ma che comunque c’è e fa piacere, in quanto dona compattezza e credibilità all’ep e non lo rende semplicemente “un insieme di qualche canzone per farsi conoscere”. Quindi a parte qualche imprecisione e indecisione in alcuni punti dell’ep, si tratta di un lavoro solido e ben prodotto, e bisogna inoltre apprezzare anche il coraggio dei Vitales Exsequiae per aver deciso di proporre un genere musicale, il Doom Metal, di difficile assimilazione e che quindi raramente viene capito e apprezzato appieno dal metallaro medio.

Grewon

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