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domenica 29 luglio 2012

Recensione WORMHOLE

Wormhole - The String Theory
(2011, Autoprodotto)
Gothic Rock

Dopo due EP, i Wormhole mettono finalmente in commercio il loro full-lenght, intitolato "The String Theory", composto da nove tracce per tre quarti d'ora di durata complessiva. Autoprodotto, si, ma la cosa si sente poco e nulla: ci attestiamo infatti su livelli di produzione più che dignitosi, senza i fastidiosi sbalzi di volume, cacofonie e rumori vari tipici di molti lavori autoprodotti.
Come songwriting, tuttavia, i risultati non sono esattamente allo stesso livello, ma procediamo con ordine. Il genere musicale dei Wormhole ricalca un po' la scena gothic rock o comunque il metal molto leggero: Evanescence e Delain sono le due formazioni che mi son venute subito in mente. Esatto, le liriche sono cantate da una voce femminile molto pulita e (per fortuna!!) non troppo acuta né squillante, che sa adagiarsi sui toni alti come su quelli più bassi, risultando calda e suadente, benché il suo pieno potenziale, visibilmente riconoscibile, sembra non sia stato messo a frutto nella sua completezza. La voce è la delizia ma al tempo stesso anche la croce dell'album: le nove tracce che lo compongono, sebbene siano sommariamente valide e piacevolmente ascoltabili, sembra un po' come se musicalmente siano un "supporto" alla voce (la voce è anche registrata con un volume a mio avviso leggermente troppo alto rispetto agli strumenti), su cui viene posta tutta l'attenzione. Un mero contorno quindi, che non rende purtroppo fede allo sforzo dei musicisti.
Ripeto: le canzoni sono belle e si ascoltano con facilità: ma a causa del songwriting non particolarmente ispirato e originale, risultano difficili da ricordare e focalizzare, complice anche una voce fantastica ma forse un po' ripetitiva, perlomeno in sede studio.
Nulla da eccepire infine sui testi, profondi e significativi, facenti parte di un concept suddiviso in due sezioni distinte e complementari: ottimo lavoro ragazzi.
"The String Theory" resta quindi un buon album, che mostra le innegabili potenzialità di una band che nell'immediato futuro potrà confermare il suo valore e dimostrare che non ha nulla da invidiare ai nomi altisonanti del genere di riferimento.


Voto: 6,5/10

Tracklist:
01) Your mortal remains
02) Autumn leaves
03) Black crows in me
04) My darkest side
05) Storyteller
06) Poupeé de porcelaine
07) Simon
08) Time tilt
09) Burning my soul


Grewon
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lunedì 31 ottobre 2011

Recensione ANNO MUNDI

Anno Mundi - Cloister Graveyard in the Snow
(2011)
Heavy Rock

Molto spesso, quando una band vanta collaborazioni di alto livello nelle sue produzioni, è per fornire un "biglietto da visita" convincente, che però maschera diverse pecche nella proposta musicale vera e propria.
Non è fortunatamente il caso degli Anno Mundi, validissima band tricolore autrice di un Heavy Rock di chiara ispirazione Sabbathiana, con alcune contaminazioni anche nella scena Doom e Sleaze Metal degli anni 80.
Analizzando più approfonditamente la mia premessa, le "collaborazioni di alto livello" di cui parlavo sono quelle di componenti di band di immenso rispetto come Graal, Banco del Mutuo Soccorso, Rondò Veneziano, e tra le quali spicca la presenza di Paolo Lucini degli Ezra Winston, formazione che può vantarsi di aver portato il neo Progressive Rock nel nostro paese. Se tutti questi grandi artisti hanno onorato con la loro presenza il debut album degli Anno Mundi, un motivo ci sarà di certo.
A livello di produzione, mi ha fatto davvero piacere constatare come siano riusciti a ricreare perfettamente il sound delle vecchie registrazioni degli anni 70 e 80: quei piccoli fruscii di sottofondo e quelle sonorità granitiche, nude e crude, che tanto ci hanno deliziato nelle passate decadi, e che nell'ambiente musicale odierno vengono surclassate dalle produzioni pompose e (a volte troppo) perfette, grazie all'utilizzo dei computer.
Appena inizierete ad ascoltare il disco, vi sembrerà di essere letteralmente tornati indietro nel tempo, ma la nostalgia lascerà presto spazio alla soddisfazione nel notare che anche oggigiorno esistono band, come gli Anno Mundi, in grado di non dimenticare mai le radici, e di riproporle in maniera impeccabile.
E anche il fatto che "Cloister graveyard in the snow" sia disponibile solo in vinile non fa che rendere ancora più particolare e "retrò" questo esperimento musicale. Tra pochi mesi verrà commercializzata la consueta versione CD, ma per il momento sono solo i collezionisti di dischi in vinile a poter gustare il debut album degli Anno Mundi. La confezione contiene anche alcuni simpatici gadgets. Insomma: hanno pensato veramente a tutto.
Come già citato nella premessa, il sound non è "Sabbathiano" al 100%: ci sono anche diverse contaminazioni, tra cui lo Sleaze Metal dei Guns n'Roses (distintamente riconoscibili nell'opening "Scarlet queen") e il Doom/Heavy Metal dei Candlemass con Messiah Marcolin. Come al solito nelle mie recensioni mi soffermo prevalentemente sull'aspetto vocale: la voce di Federico si adatta bene alla mistura di generi suonata: riesce a modulare bene le differenze vocali rendendosi a tratti simile a Ozzy Osbourne e a tratti ad Axl Rose.
Detto questo, posso quindi accingermi a descrivere forse l'unica pecca di questa proposta musicale: l'originalità. Avendo preso pari pari il sound delle suddette band, manca ancora l'identità personale che possa fungere da "sigillo di qualità" per gli Anno Mundi, che per ora si adagiano su terreni già battuti. Ciò non toglie che le sei canzoni dell'album siano molto piacevoli e ben strutturate, con un ottimo songwriting e un'esecuzione di pari livello.
Per concludere, "Cloister graveyard in the snow" è un eccellente debut album che fa subito capire l'elevato livello tecnico e compositivo di questa band, che sa il fatto suo e che con un pizzico di innovazione e personalità in più può tranquillamente aspirare ad un posto nell'olimpo dei "mostri sacri" del Rock.


Grewon

Tracklist:

side one

1 - Scarlet queen
2 - The shining darkness
3 - Dwarf planet

side two

4 - Gallifreyan's suite:
a) Access to the 4th dimension
b) Tardis
c) Timelord
5 - Cloister graveyard in the snow
6 - God of Sun



Contatti:
e-mail: annomundigroup@gmail.com
MySpace: http://it.myspace.com/annomundigroup
ReverbNation: http://www.reverbnation.com/annomundi
FaceBook: http://www.facebook.com/annomunditheband

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mercoledì 3 agosto 2011

Recensione - MAGNETICHAOS

MAGNETICHAOS - Magnetichaos EP
(2011, Autoprodotto)
Progressive Modern Rock

Appena si dà l’avvio all’ascolto dell’ep del progetto Magnetichaos, si capisce subito che qui non si scherza: anche se il genere suonato non permette di dare sfoggio di grossi virtuosismi tecnici, si evince che i musicisti che compongono questa formazione salentina sono navigati nell’ambiente musicale e hanno le idee ben chiare su cosa suonare e su come suonarlo. Il genere proposto è un Rock Moderno con sommarie influenze progressive, e la registrazione è composta da sei tracce, per una durata complessiva di appena 23 minuti. Scopo principale dell’ep è pertanto quello di far conoscere questa band e la sua proposta musicale. Non mi dilungherò molto su ogni singola traccia, sia perché il genere proposto non consente molte evoluzioni demagogiche e sia perché effettivamente non c’è nulla da puntualizzare: ogni componente del gruppo svolge egregiamente il proprio lavoro, senza nessun calo di tono. Il cantante, in particolare, ha un cantato che mi ha colpito molto, essendo in tutto e per tutto simile a quello di Cristofer Johnnson dei Therion, nelle sue evoluzioni clean: sfido chiunque a non fare la stessa associazione (sia nella voce principale e sia nei controcanti), ascoltandolo. Il disco scorre liquido e senza incertezze per tutta la sua breve durata: pertanto, non sopraggiunge mai la noia; al massimo una sensazione di insoddisfazione, come quando si ha una fame da lupi e si è costretti a saziarsi di un solo pezzo di pane o una minuscola fettina di torta. Questo dovuto al ridotto minutaggio dell’ep, e soltanto a quello. Potrò quindi dare un giudizio pieno e sentito ai Magnetichaos una volta ascoltato un lorofull-lenght, che spero con tutto il cuore sopraggiunga presto. A quanto ho saputo, comunque, successivamente alla registrazione di questo ep è avvenuta la sostituzione del cantante con una vocalist femminile: mi auguro che questo cambiamento porti i Magnetichaos verso soluzioni positive, che sono ansioso di ascoltare.

Grewon

Tracklist:
01 – The thirst
02 – I believe
03 – Alone
04 – Heaven
05 – The fallen angel
06 – Stray dog

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lunedì 25 luglio 2011

Recensione - MORGANA


MORGANA – Rose Of Jericho
(2011, Nadir Music)
Alternative Post Rock

Benché possa sembrare una passeggiata agli occhi dei "profani" scrivere una recensione per una rivista, che sia cartacea oppure online, non è mai una cosa così facile come sembra. Non basta infatti soltanto la capacità di scrivere in un italiano grammaticalmente corretto, ma il problema è anche a livello di responsabilità, in quanto le parole che si usano possono avere un effetto in qualche modo "catartico" in chi legge, condizionando le sue scelte e i suoi acquisti. E' estremamente importante, quindi, l’onestà e l’obiettività di chi scrive, per non avere scrupoli di coscienza verso le band che meritano davvero e verso la musica stessa a cui siamo devoti.
Quest’introduzione è volta a giustificare le mie seguenti parole su Rose Of Jericho, l’album dei Morgana, che soggettivamente non mi ha colpito molto, non essendo il mio genere, ma che comunque resta un buon lavoro al di là dei gusti personali e quindi ho il dovere morale di esaminarlo obiettivamente e senza "sentimentalismi". I Morgana propongono un Rock abbastanza ruvido e moderno, con richiami alla scena Post Rock/Post Grunge/Alternative Rock del decennio appena trascorso. Ben pochi virtuosismi quindi: Rose Of Jericho è composto da circa 37 minuti di graffi sonori in cui emerge, come una rosa nel deserto, la voce della cantante, su cui spenderò qualche riga in più. Avendo capito che scopiazzare Tarja Turunen o Amy Lee non rende, molte band attuali cercano di proporre timbri vocali all’insegna dell’innovazione e della particolarità; in questo i Morgana ci sono riusciti alla grande: la loro vocalist ha un vocione che per molti versi (soprattutto nel controcanto) mi ha ricordato i gorgheggi dell’indimenticabile Sandra Nasic (Guano Apes) o le sonorità vocali dei 4 Non Blondes. Essa è pulita e ben impostata (malgrado alcuni difetti), e con una pronuncia inglese più che discreta: davvero notevole. Sulla linea vocale della voce principale, poi, ci sono aggiunti diversi cori e controcanti sempre ad opera della stessa cantante, che forniscono un piacevole effetto "riempitivo" alle canzoni ma che forse in alcuni punti del disco avrebbero potuto essere messi un po’ da parte per focalizzarsi meglio sulla voce principale, talvolta (appunto) un po’ indecisa. Il talento della cantante si vede eccome, ma nella mia (lo ammetto) insopportabile pignoleria avrei preferito che avesse osato di più, che avesse mostrato a tutti il suo pieno potenziale, mentre mi ha dato sommariamente l’impressione di volerlo trattenere. Non che sia un problema questo, eh, assolutamente: anzi è una di quelle voci che poi in sede live spaccano di brutto, sia tecnicamente parlando che come emozioni che trasmettono, quindi il mio giudizio complessivo resta positivo. Anche strumentalmente parlando il livello compositivo è notevole, sebbene magari non faccia gridare al miracolo per gli ovvi limiti imposti dal genere musicale. Tuttavia non ci sono grosse pecche, e anche il songwriting è discreto: le 10 tracce che compongono Rose Of Jericho sono abbastanza eterogenee tra di loro senza però "sputarsi" l’un l’altra, ma creando un miscuglio in cui ogni brano è una storia a sé, legata alle altre ma comunque diversa e riconoscibile. In definitiva, Rose Of Jericho dei Morgana non sarà un capolavoro epocale, ma ha comunque diverse frecce al suo arco e sarà amato senz’ombra di dubbio dagli amanti del genere. Per tutti gli altri, come me, rappresenta comunque un buon disco, e va apprezzato per quanto vale perlomeno in maniera obiettiva.

Grewon

Contatti:
www.morganadelaude.com

Tracklist:

01 – Alive
02 – Love Me The Way I Am
03 – Golden Hours
04 – Lady Winter
05 – Gio
06 – Bang Bang
07 – I Will Not Turn Back
08 – How Do You Feel
09 - … And Kickin’
10 – Lady Winter (acoustic version)


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sabato 2 luglio 2011

Recensione - SIDESLIP TO HELL


SIDESLIP TO HELL – Gash The T(h)rash
(2011, Autoprodotto)
Hard Rock/Heavy Metal

Quando sento persone che si lamentano perché il Rock è morto, che non ha più nulla da dire, che non offre nulla di innovativo ma reinterpreta sempre sé stesso, mi sale una profonda e distruttiva rabbia… perché quelle stesse persone in realtà non fanno nulla per valorizzare una scena musicale che ha bisogno di supporto, più che di facili critiche!
Il Rock muore di continuo, eppure è ancora qua, simile a sé stesso eppure diverso, ma sempre fottutamente cazzuto: il Rock è morto, lunga vita al Rock!
Perché questa premessa? Perché di buon Rock ce n’è ancora in giro, e la band di cui vi parlerò appartiene a questa schiera.
I quattro fancazzisti e beoni che formano i Sideslip To Hell hanno grinta da vendere, unita a una tecnica degna di nota, oltre a una buona verve compositiva. Menzione speciale per il cantante Davide “Dave” Garro, che ha dalla sua un timbro graffiante perfetto per il genere.
E le chitarre? Il basso? La batteria?
Ottimo lavoro da parte di tutti, a partire dallo stesso Dave e di Stefano “Ramon” Ramondetti alle chitarre, così come per la sezione ritmica di Gianmaria “Paro” Parodi al basso e Andrei “Slobovich” Silvestru alla batteria. Si sente una certa influenza da parte dei Black Label Society… Il combo è compatto e sicuro dei propri mezzi e non perde un colpo per tutta la durata del demo.
Il demo, appunto…
Solo tre pezzi (di cui uno, MASS ADDICTION GUN, con un breve intro), che dicono tanto ma non si ha la misura della “lunga distanza”… come si comportano i 4 nel momento in cui devono misurarsi con 10/12 pezzi? Non dubito del fatto che siano in grado di sfornare un full lenght degno di questo nome: questo Gash The T(h)rash non fa altro che stuzzicare la curiosità… ma ovviamente ora sono attesi al varco!
Va bene, ragazzi… finora abbiamo scherzato… ora aspetto la prova di maturità! E fatevi valere in giro…
For those about to rock, we salute you! \m/

The Rock Child

Contatti:



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giovedì 23 giugno 2011

Recensione - ONELEGMAN


ONELEGMAN - The Crack
(2011, Buil2Kill Records)
Hard Rock/Metal

Lo ammetto: quando Torrrmentor mi passò il disco della Rock band Onelegman per recensirlo, ho avuto per qualche istante il pregiudizio che si trattasse della solita band alle prime armi che in mancanza di una propria identità musicale ripropone pari pari le proposte musicali delle gloriose band dell’Hard Rock ottantiano, scopiazzando il songwriting ma (ovviamente) non il loro carisma e la loro, ai tempi, originalità.
Mi son dovuto tuttavia ricredere non appena ho iniziato ad ascoltare The Crack, il loro album in questione. Descriverei gli Onelegman come una band di Hard Rock moderno, che prende spunto anche da generi un po’ più particolari come il Nu Metal, il Crossover e il Post Grunge e che risulta, paradossalmente, originale e convincente. Comincio l’analisi del disco dicendo che alla Dysfunction Productions hanno fatto un lavoro più che discreto, e davvero non si rimpiangono le grandi produzioni della Geffen Records: livellamento dei volumi, cura delle linee vocali e delle coperture coi chorus… ogni cosa è al suo posto.
Come già anticipato, l’Hard Rock trattato dagli Onelegman è quello che contraddistingue gli ultimi due decenni (anni 90 soprattutto), quindi non aspettatevi dei mega assoloni o delle esplosioni di tecnica o di follia e allegria compositiva: il mood generale è pertanto più oscuro, decadente, sincopato e relativamente cattivo. Il disco è composto da nove brevi tracce, e ognuna sembra legata al sound di una particolare band. Troviamo infatti assonanze coi Velvet Revolver (SEE THAT TRUTH), Creed (THE CRACK), Placebo (NAKED HEART), Korn (ENN), gli ultimi e meno scontati Bullet For My Valentine (BLACK LAMB), Deftones (DREAM ON), Marilyn Manson (PRISONS), System Of A Down (VORTEX) e infine i Nickelback (TOMORROW MORNING IMPRESSION). Sembra un aspetto bizzarro, ma provate a sostituire, con l’immaginazione, la voce del cantante degli Onelegman con quelle delle band sopracitate nelle rispettive canzoni e mi crederete. Ogni canzone, pertanto, è come se fosse un tassello di un puzzle, ed è diversissima da tutte le altre senza però rinnegarle o facendo sembrare l’album un miscuglio disomogeneo. The Crack è compatto, diretto, graffiante e originale, a suo modo: sebbene infatti si riprendano in qualche modo i canoni di band già esistenti e famosissime, lo si è fatto in un modo molto particolare, che si limita a “strizzare l’occhio” ma non copia assolutamente nulla.
Personalmente mi ha colpito molto la voce del cantante, e ho iniziato ad odiarlo (scherzosamente parlando) in quanto se avessi avuto anche io una voce così avrei senza dubbio seguito quella vocina interiore che anni fa mi consigliava di seguire attivamente e a tempo pieno la scena musicale, e che decisi di mettere a tacere per mancanza di talento. Che invidia! Non saprei descriverla a parole, potrei magari in alcuni punti rassomigliarla a quella di Jonathan Davis (Korn), ma farei un errore in quanto è molto più eclettica e versatile, riuscendo ad entrare anche nei regimi delle voci estreme e facendo un’ottima figura anche lì.
Davvero una grande prova per gli Onelegman, a cui faccio soltanto due appunti: per prima cosa, il minutaggio: 31 minuti finiscono troppo in fretta! Non si fa nemmeno in tempo a prendere confidenza con l’ambientazione sonora, che l’album è già finito. Infine, avrei (personalmente) gradito la presenza di una ballad propriamente detta (oltre alla splendida Power ballad TOMORROW MORNING IMPRESSION), che confermi la validità degli Onelegman anche a bassi regimi di potenza.
In ogni caso, faccio i miei complimenti a questa band che sebbene non suoni i generi che ascolto abitualmente, ha saputo colpirmi e sorprendermi.

Grewon

Contatti:

Tracklist:

01 – See That Truth
02 – The Crack
03 – Naked Heart
04 – Enn
05 – Black Lamb
06 – Dream On
07 – Prisons
08 – Vortex
09 – Tomorrow Morning Impression

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mercoledì 11 maggio 2011

Recensione - BLACK ROSE


BLACK ROSE - Not Safe For Work
(2008, Autoprodotto)

I Black Rose sono una band salentina attiva dal 2003, dedita ad un sano e robusto Hard Rock di matrice ottantiana, che trae la propria ispirazione soprattutto dalla scena statunitense con gruppi come Aerosmith e Guns N’ Roses, ma ascoltando questo album datato 2008, si nota che il combo pugliese strizza l’occhio anche all’Hard Rock inglese. Not Safe For Work si apre con l’inquietante suono di una sirena da sbirri che ci introduce nel roccioso mid tempo di ONE STEP TO FALL, brano che riporta al sound dei primi anni ottanta dei Whitsnake, dove la voce del cantante/chitarrista Eric, pur non toccando tonalità particolarmente alte, ricorda in qualche modo il calore dell’ugola di David Coverdale.
Notevole anche il brano successivo GONE AWAY, dove si alza il tiro e si mette in evidenza l’ottimo lavoro della sezione ritmica con una particolare nota di merito al batterista Alen, e si arriva quindi alla Power ballad OCEAN OF FEELINGS, dove Eric offre una grande prova, oltre alla voce, anche negli assoli di chitarra davvero di gran gusto. LIFE, AN AMAZING GAME è uno dei pezzi più aggressivi e tirati del lotto, un grande esempio di Hard Rock con un 4/4 travolgente che ricorda qualcosa dei primi Guns, e con l’apporto in questo brano dello special guest Giovanni Rizzo alla chitarra solista si notano delle reminescenze che riportano ai Van Halen.
Il disco continua su questi connotati stilistici per tutta la sua durata, Hard Rock senza fronzoli e senza compromessi, non si cerca l’originalità in un genere musicale così definito, ma chi se ne frega!!! E’ Rock allo stato brado, e risulta difficile ascoltare un disco come Not Safe For Work senza stare lì a battere il piede a tempo, quindi il risultato non può che ritenersi positivo. Il Rock c’è e trascina alla grande, forse la pecca del disco è che a mio modo di vedere si poteva “accelerare” di più: brani come LADY VIOLET o la già citata OCEAN OF FEELINGS, e la conclusiva e struggente CLOUD, WORLD, ME sono sicuramente delle ballads ben riuscite che toccano dentro, ma dispiace non dare ulteriore spazio a pezzi come HONEYLIE GIRL, un vero omaggio ai Guns N’ Roses di Appetite For Destruction. In ogni caso l’album in questione si lascia ascoltare molto piacevolmente nonostante la produzione in alcuni punti sembra risultare un tantino piatta, e sicuramente i Black Rose si presentano come una solida realtà del panorama underground italiano… ROCK ON!!!

Piranha

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