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giovedì 22 marzo 2012

Recensione STRYDEGOR

Strydegor - In The Shadow Of Remembrance
(2012, CCP Records)
Viking Metal


Interessante formazione quella degli Strydegor, combo germanico autore di un Viking Metal molto particolare e contaminato da vari generi e influenze. I ragazzi sono alla loro seconda fatica (il primo album, “Back on Ancient Traces”, risale al 2009), e i passi in avanti sono notevoli. Per carità, non sto dicendo che il loro primo album fosse brutto, anzi aveva molti spunti positivi, ma risultava sommariamente acerbo e aveva un certo retrogusto di “monotonia del già sentito”. “In the shadow of remembrance” invece, dimostra quanto gli Strydegor siano stati capaci di capire le direzioni del loro percorso musicale e di imboccare quelle più degne di considerazione. Nel nuovo disco infatti il sound si è fatto più maturo, corposo, introspettivo, e le melodie più studiate e originali. Le contaminazioni, ad ogni modo, sono diverse: quella più frequente è il black metal melodico, col suo riffing e i suoi tempi tiratissimi. Ma possiamo anche trovarci qualcosa di death melodico di “Amon Amarthiana” memoria (The Memorial Fire e Berserk sono gli esempi più lampanti), così come anche lievissimi accenni di Thrash Metal, spruzzati qua e là (in misura più consistente in “Fight For Decay”) per decorare il tutto. C’è da dire, tuttavia, che il sound non è epico in ogni parte del disco: alcune tracce come ad esempio “Everlasting allegiance” sono un chiaro ossequio al “Gotheborg death metal” portato avanti da mostri sacri come i Dark Tranquillity, giusto un nome fra i tanti.
La seconda parte del disco, introdotta da un breve intermezzo strumentale, risulta invece avere un ritmo generalmente più andante e un mood più introspettivo: anche i brani si fanno più lunghi, e descrivono oniricamente scene più complesse, da gustarsi con calma e da riascoltare più volte per essere digerite al meglio. A chiudere il disco, la splendida ed epica strumentale “Meadguard”.
Bella prova ragazzi, che questo nuovo album possa portarvi i risultati che meritate.


Voto: 7,5

Tracklist:


01 – Intro
02 – The memorial fire
03 – Fight for decay
04 – Everlasting allegiance
05 – Berserk
06 – In the shadow of remembrance
07 – Vafthrudnismal
08 – Independent realm
09 – Ride into the night
10 – Waves of sorrow
11 – Meadguard

Contatti:
Sito web: www.strydegor.com
MySpace: www.myspace.com/strydegor


Grewon

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sabato 3 marzo 2012

Recensione SPECTRAL

Spectral - Gateway To Death
(2012, CCP Records)
Black/Viking Metal

Ditemi quello che volete, io non riuscirò mai a stancarmi delle sonorità epiche e battagliere. Dopo migliaia di band, album e canzoni che ripetono le stesse andature sonore avrei dovuto sbuffare di noia, e invece no. Pertanto mi accingo a recensire brevemente il nuovo lavoro degli Spectral con piacere, soprattutto perché si tratta ad ogni modo di un album più che discreto, e che si difende bene.
Per cominciare sappiate che gli Spectral, sebbene non abbiano un nome altisonante qui in italia, sono una formazione con un’esperienza di tutto rispetto alle spalle: diversi album e diciassette anni di carriera, che non hanno però fatto perdere loro la voglia di essere sempre “giovani” e di rinnovarsi continuamente senza rinnegare le proprie radici.
Il metal proposto è un miscuglio di generi: le basi sono black/Viking, con parti epicamente feroci a riffing e accelerate tipiche del black melodico. A ciò si aggiungono effusioni di heavy e di thrash metal, sparse qua e là negli assoli.
La CCP records è da sempre una garanzia per quanto riguarda la produzione: riesce infatti a dare ai suoi album la pulizia di suono necessaria senza però sovraccaricare di effetti speciali super pompati come invece fa la Nuclear Blast, che spesso e volentieri rende i propri dischi commerciali e senza spina dorsale.
Con gli Spectral questo non avviene, e ciò che abbiamo tra le mani è un disco eterogeneo ma che comunque si lascia ascoltare. Non aspettatevi nulla di particolarmente innovativo: non propongono assolutamente niente che non sia già stato ascoltato e gustato in precedenza. Tuttavia, come non ci stancheremmo mai di una buona pizza (anche se le mangiamo abitualmente), così non possiamo denigrare un buon disco solo perché ne abbiamo ascoltati molti altri dello stesso genere.
Un po’ di sperimentazione in più non avrebbe certo guastato: ciononostante “Gateway to Death” resta un disco più che dignitoso e meritevole di rispetto e di acclamazione.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 – Intro
02 – Lord off ire
03 – Tank attack
04 – Forces of evil
05 – Gateway to death
06 – Into oblivion
07 – Dark traveler
08 – Death of a king
09 – Curse of the black sea
10 – Mountain of madness

Sito web: www.spectral-metal.de.vu
Myspace: www.myspace.com/blackvikingpower

Grewon

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mercoledì 14 dicembre 2011

Recensione FOLKENTROLL

Folkentroll - Jester Of Chaos
(2011, Autoprodotto)
Folk/Viking Metal

Recensire ep e album prodotti dagli amici non è mai cosa facile: si deve ovviamente cercare di essere il più obiettivi e sinceri possibile, ma al tempo stesso magari evitando di essere troppo “ruvidi” e diretti quando si evidenziano i tratti negativi. Fortunatamente non è un compito molto difficile per l’ep d’esordio dei Folkentroll, intitolato “Jester of Chaos”, che malgrado alcune evidenti pecche risulta essere un lavoro complessivamente degno di nota.
Ma procediamo con ordine, soprattutto per introdurre la band autrice di questo ep. I Folkentroll sono un progetto Folk/Viking Metal salentino, nato per la comune passione dei suoi componenti per l’epicità finnica, che vede come maggiori esponenti Ensiferum, Finntroll, Korpiklaani. L’influenza delle suddette band traspare in ogni singola traccia del breve ep, anche se bisogna ammettere che il genere di riferimento è stato “assorbito” bene dai Folkentroll, che lo ripropongono con melodie e riffing relativamente originali e di facile impatto, oltre che facilmente ricordabili. Se dagli Ensiferum hanno assimilato la componente epica e allegramente battagliera, dai Finntroll una brutalità più cruda, dai Trollfest hanno “rubato” la faccia festaiola e votata al pogo di gruppo ai concerti. Questa caratteristica è la croce e delizia della proposta musicale di questa band: se da un lato li rende estremamente coinvolgenti in sede live, rende il songwriting palesemente meno ispirato nella registrazione da studio. Con questo ovviamente non sto dicendo che le cinque canzoni dell’ep non sono belle, tutt’altro: particolari e caratterizzate tutte da un ritmo incalzante, lasciano il segno e riescono tutto sommato a colpire al cuore, di chi ovviamente ama il genere. In futuro son sicuro che sapranno aggiungere complessità alla loro proposta musicale, in modo da perfezionare ciò che già si attesta comunque su buoni livelli.
A livello di produzione si poteva fare di meglio: evidenti problemi di mixaggio danno troppa luce alla voce, alla tastiera e alle grancasse, mentre sembra quasi come se mettessero il “silenziatore” alle chitarre (soprattutto quella solista) e al basso. Per carità, ogni strumento è riconoscibile, ma l’effetto sarebbe stato senz’altro più convincente con un miglior lavoro a livello di mixaggio. Si sa però che i mezzi a disposizione delle band emergenti sono spesso esigui, essendo il mercato musicale votato alle schifezze neo-melodiche o ai vomitevoli prodotti dei talent show, che uccidono la vera musica suonata col cuore e con l’impegno; pertanto i difetti di produzione vanno tollerati e non criminalizzati.
Tra i sei musicisti, spicca la prova di Federico alle tastiere, che dimostra di essere anche un epico compositore. Senza nulla togliere agli altri: Luca alle batterie che è sempre preciso quasi fosse una drum machine, Marco e Davide alle chitarre che spesso e volentieri si allontanano dai canoni del genere per sfociare perfino nel riffing squisitamente black, Luca che supporta degnamente i suoi compagni col suo basso, e infine Lorenzo e il suo growling molto pastoso e oscuro, in totale controtendenza con lo screaming gutturale tipico del Folk Metal e per questo senza dubbio originale e meritevole di apprezzamenti, così come meritano lode i cori, che sembrano presi pari pari da un disco degli Ensiferum o dei Moonsorrow.
In sostanza, “Jester of Chaos” è un ep sincero e diretto, che non si dilunga troppo nella stesura delle tracce e propone una breve parentesi musicale fatta di epica e sommariamente allegrotta belligeranza musicale. Complessivamente nulla che faccia gridare al miracolo, ma ad ogni modo resta un discreto lavoro che merita più che un ascolto, e che ha delle particolari frecce al suo arco che potrebbero sorprendervi.


Grewon

Tracklist:
01 – Eternal black smoke
02 – Empire of empires
03 – Decadence
04 – God of pints
05 – Amber tears

Contatti:
Sito Ufficiale
https://www.facebook.com/folkentroll
godofpints@gmail.com

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lunedì 25 luglio 2011

Recensione - VALTYR


VALTYR – Verineen Sagaat
(2011, Autoprodotto)
Viking Metal

Un lento, impetuoso, feroce, nobile poema. Dopo numerosi progetti one-man-band, nasce dall'ingegno del poliedrico artista barese Nartum il solo project Valtyr, contrassegnato da molteplici stimoli per gli amanti del Pagan, Viking e Black Metal. A due decadi di distanza dai capolavori di Quorthon, nonché dalle pietre miliari della prima ondata Black, sono tuttora reperibili microcosmi artistici, nei quali musicisti armati di corde, pelli e voce sanno trasportare. Ne è la prova Verineen Sagaat, full lenght autoprodotto, 38 minuti di interessante nonché affascinante Viking, ricco di dettagli Ambient e atmosfere naturali.
La proposta compositiva si presenta minimale, priva di virtuosismi, talvolta down-tempo, tuttavia pregna di epos e assolutamente di ampio respiro. Tra le principali influenze è possibile notare "citazioni" di Moonsorrow, Falkenbach, Nokturnal Mortum, Pagan Reign e Summoning, rielaborati in chiave del tutto personale, con uno stile tipico e ridondante anche nel precedente progetto di Nartum, Ymir. Attraversando le 7 tracce, il primo pensiero che viene in mente è come certe sensazioni evocabili con la musica siano universali, indipendentemente dalla propria posizione geografica, che per luogo comune negli ultimi anni ha etichettato come nordico gran parte delle note suggestive del tipico sound Black Metal. Più vicino alle tradizioni finniche che norrene, la sanguinosa saga descritta in questo album affronta i temi chiaramente riconducibili al credo etenista nordico, con riferimenti al rito runico e al culto odinista. Dopo un breve Intro, apre l'album RUNESANG, traccia pressoché strumentale dopo i primi due minuti, ricca di sonorità e melodie in continua evoluzione, dal puro stile Falkenbach. I riferimenti ad esso sono svariati, dalla strofa giocata su piccoli cambi di tempo dietro le pelli, alla titanica voce sintetizzata nel narrato, ad ogni modo appare originale la rielaborazione da colonna sonora war-movie storico. Fortemente gradito il pezzo più violento dei sette, FALLEN IN BLOOD, stornello violento quanto ridondante, intervallato da ottimi interludi acustici e bridge. La title-track VERINEEN SAGAAT appare la sintesi delle capacità melodiche e ritmiche dell'intera fatica, dalla notevole durata di ben 8 minuti, la quale si rinnova continuamente dando spazio ad armonizzazioni e arrangiamenti dal gusto forbito, unito all'utilizzo di numerosi strumenti e sonorità: dai flauti al marranzano, da timpani rituali a glaciali synth. Il dualismo condotto dal canto straziato e dai melodici cori è una caratteristica preponderante, che prende il sopravvento toccando ogni parte di sé, dalla più rude alla sensibilità artistica più raffinata. Nel più tipico stile T.N. Black Metal si chiude la traccia più curata dell'opera, consumandosi in un lento fade out, per dare spazio a WODENCULT, un'ode eroica, nostalgica, introdotta da un climax di tastiere, per culminare chiudendosi in un intenso e soffuso coro narrato. Appare evocativo l'artwork, anch'esso di "virtuosa" semplicità, tratto da un'opera di un artista norvegese del XIX secolo, non lontano dai masterpiece artistici delle cover Falkenbach. Supportare l'underground è sempre utile, un piacere, specialmente quando un album parla da sé nelle sue melodie e l'autore stesso rende pubblico il download dei propri lavori. Non resta che attendere un nuovo capitolo di una saga Nartum, attendendo nuove sorprese.

Vandrer

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lunedì 16 maggio 2011

Recensione - THORONDIR

THORONDIR - Aus Jenen Tagen
(2011, CCP-Records)

Che il panorama Viking/Folk/Extreme Epic/Humppa Metal sia ormai saturo di band che si scopiazzano l'una con l'altra, è ormai un dato di fatto. Ensiferum, Equilibrium, Moonsorrow, Finntroll, hanno dettato legge e definito un genere che o si ama o si odia, senza mezze misure. I tedeschi Thorondir hanno voluto ripercorrere le orme delle band sopracitate, senza osare di distinguersi da esse, in nulla e per nulla. Rimasti sicuramente affascinati dal sound e dal successo ottenuto dai compaesani Equilibrium, hanno voluto usare il loro stesso "linguaggio musicale": riff granitici, cavalcate epiche, combinazioni tra growling e screaming, inserti folkeggianti, e feroci situazioni sonore in cui il pogo è d'obbligo.
Tutto ciò rappresenta un pregio e un difetto allo stesso tempo: innanzitutto devo dire che io sono un amante del genere, quindi la ripetitività, quando epica, non mi stanca neanche un po'. Tuttavia mi duole ammettere che i richiami al sound degli Equilibrium siano troppo palesi e frequenti: nonostante siano al loro secondo album, i Thorondir mancano di una loro identità precisa, e un orecchio inesperto difficilmente noterebbe la differenza tra le due band. Detto questo, c'è però da dire che il nuovo lavoro dei Thorondir è davvero ben fatto e curato in tutti i suoi aspetti: come produzione e livellamento dei volumi ci troviamo veramente ad altissimi livelli, e anche il songwriting, malgrado alcuni (rari) punti in cui si sarebbe potuto osare di più, regge bene e convince.
Il disco comincia con un'intro strumentale, molto particolare, per poi entrare ferocemente nel vivo dell'azione con la seconda traccia, e proseguire su questo territorio pressoché per tutta la durata dell'album. Voglio però dividerlo in tre parti: la prima è quella più scontata, che sa di "già sentito". Nella parte centrale invece assistiamo al songwriting più ispirato, che è difficile non rapisca l'ascoltatore. L'ultima parte invece contiene pezzi con lunghe parti strumentali, quasi d'atmosfera (che ho apprezzato molto).
Nel complesso il nuovo lavoro dei Thorondir non può di certo essere annoverato tra le pietre miliari del genere, a causa soprattutto delle troppe assonanze con quanto già proposto dagli Equilibrium in precedenza, ma si tratta pur sempre di un buon disco che potrà suscitare diverse emozioni agli amanti del Folk/Viking Metal.

Grewon

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martedì 5 aprile 2011

Recensione - MOONSORROW


MOONSORROW - Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa
(2011, Spinefarm)

Nonostante Metal Arci sia una webzine specializzata nella promozione del Metal italico e locale, non potevo esimermi dal recensire il nuovo lavoro della mia band Metal preferita in assoluto: i Moonsorrow. Il disco, dal titolo impronunciabile Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa è uscito da appena un mese e conferma gli altissimi risultati già raggiunti dai suoi predecessori. Voglio però introdurre un po’ i Moonsorrow a chi non li conosce, o li conosce poco. Nati in Finlandia come una band sostanzialmente di Black melodico, hanno successivamente modificato il loro genere in vista della pubblicazione del primo album, nel 2001: Suden Uni era un interessante connubio tra Viking e Black melodico, epico e trascinante, unito alla “humppa”, la tradizionale polka finnica. Anche i successivi dischi, di uno spessore progressivamente maggiore, percorsero i sentieri già battuti dall’album di debutto.
Poi il vento cambiò: il 2005 vide l’uscita di Verisakeet, pietra miliare del Viking Metal (e del Metal in generale). Qui la humppa non trova più ragione di esistere, così come l’allegria “tastierosa” che si era respirata fino ad allora. Le composizioni si fanno più lunghe (l’album era composto da 5 tracce di 10-15 minuti ciascuna) e complesse. Parlo infatti di “composizioni”, e non più di “canzoni”, in quanto soprattutto col successivo Viides Luku: Havitetty, composto da sole 2 tracce di mezz’ora ciascuna, risuona chiaro quanto la musica dei Moonsorrow non sia più catalogabile in nessuna categoria conosciuta fino a quel momento, e quanto le tracce che le compongono non vadano più ascoltate in macchina o mentre si gioca a qualche videogame ma necessitino di essere ascoltati con concentrazione e dedizione. Abbandonata l’epicità “tastierosa” delle band finlandesi di Metal estremo, si è passati ad un sound oscuro, di difficilissima assimilazione, rozzo, ruspante, viscerale e tragicamente malinconico. Doom? Sì, c’è qualcosa. Ma anche di Prog, di Black, e di Viking, il più squisito che si possa desiderare. Dopo il seguente Tulimyrsky, un ep di 70 minuti formato da un inedito (di 30 minuti, nda) e 4 vecchie tracce rivisitate, anche l’ultimissimo album prosegue il percorso iniziato con Verisakeet.
Quest’album è formato complessivamente da sette tracce, ma le “composizioni” vere e proprie sono solo quattro, intervallate da brevi intermezzi di fruscii di vento, zoccoli di cavalli, marce di eserciti, respiri affannosi, falò accesi nelle foreste (come era avvenuto anche in Verisakeet e Viides Luku: Havitetty, dove però suddetti intermezzi facevano parte integrante dei brani). Quattro brani, di una solennità e un’epicità crescente (MUINAISET è la mia preferita!). Chi conosce già la band non potrà non riconoscere il loro “marchio di fabbrica”, quell’epicità cadenzata, malinconica, che fa pensare ad un esercito stremato in cui la morte, più che una tragedia, rappresenta l’unica ancora di salvezza, di liberazione dalle sofferenze terrene. Difatti, anche i testi dei Moonsorrow si discostano non poco dalla tradizione Viking: non inneggiano alla guerra come fanno gli Amon Amarth, o i Thyrfing, bensì parlano della distruzione del mondo, della sofferenza umana, delle calamità naturali e della devastazione dell’ecosistema naturale, causati dalla guerra. La guerra vista, pertanto, non più come portatrice di gloria (Thyrfing) o come soluzione inevitabile per ottenere la libertà (Amon Amarth), bensì come un’inutile (e dannosissimo) sacrificio di risorse e di bellezze naturali, oltre che di vite umane. C’è da restare impressionati, veramente. C’è da specificare, tuttavia, che i testi sono cantati interamente in lingua madre, ma per fortuna (per chi compra l’originale) nei libretti non è mai mancata la traduzione in inglese di tutti i testi delle canzoni.
Tecnicamente, come già accennato prima, il disco riconferma quanto marcato dai due predecessori. Forse rispetto a loro risulta leggermente meno oscuro, meno riflessivo, ma in compenso è più epico e trascinante. Alla voce c’è sempre lui, il grande Ville Sorvali, autore di uno screaming sgraziato e lacerante, che fa storcere il naso di molti ma che a mio avviso rappresenta proprio la particolarità della band, che appunto celebra la distruzione dell’uomo causata dalla sua superbia e dal suo essere guerrafondaio, per via della sua ingordigia. La tastiera è onnipresente, forse anche più delle chitarre, ma anziché attenersi al “trallallero trallallà” dell’humppa Metal, qui ricopre un ruolo molto “ambient”, molto “atmospheric”, che dona vigore, spessore ed epicità ai brani. Rafforza in un modo del tutto unico la ruvidezza delle chitarre, ma lo fa molto spesso seguendo la linea e le note del basso. Sono un profano dei tecnicismi, lo ammetto, ma a mio avviso è un sistema del tutto unico e il risultato è sorprendente.
Coinvolgente, mai scontato, in grado di catturare fin dal primo ascolto ma nonostante ciò anche di offrire sempre qualcosa di nuovo ogni volta che lo si riascolta. L’epocale Verisakeet è e resterà sempre imbattibile, lo ammetto. Ma anche quest’ultima fatica targata Moonsorrow si difende benissimo e secondo me (basandomi sui miei gusti) sarà il disco più bello del 2011. Ecco, l’ho detta.

Grewon

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giovedì 3 marzo 2011

Recensione - BIFROST


BIFROST - Fehu
(2010, Autoprodotto)

I grandissimi Opeth devono aver ispirato un’intera generazione di giovani musicisti, a giudicare dalla quantità impressionante di band su cui si riconosce ben impresso il loro “marchio” musicale: atmosfere cupe e decadenti, talvolta gotiche, attitudini progressive con lievi richiami settantiani nel riffing, brevi accelerazioni di scuola Death, alternanza di growling e clean vocals.
E’ però spesso difficile riuscire a “staccarsi” dal proprio background per riuscire a proporre qualcosa di nuovo e unico. I Bifrost ci sono riusciti? Sì e no.
Di sicuro la proposta è interessante, e se non altro curiosa, per quanto riguarda i testi: differentemente dagli Opeth, non troviamo nessuna poesia oscura, nessuna metafora gotica, nessun testo psicotico… I testi si rifanno esclusivamente alla tradizione Viking, narrando infatti le questioni inerenti Asgard, il Fimbul Winter e quant’altro. Le canzoni dell’ep, cinque più un’intro (per una durata complessiva di circa mezzora), hanno tutte il titolo formato da una sola parola, ma musicalmente non troviamo nessun’atmosfera epica e battagliera, bensì un convincente Prog/Gothic/Death di chiara e (forse anche troppo) evidente ispirazione Opethiana.
Come già anticipato, Fehu comincia con un brano strumentale di pianoforte molto gotico e malinconico, che si allaccia ad ASGARD, pezzo interessante e convincente in tutte le sue parti. Qui oltre ai riferimenti Prog/Death degli Opeth ci ho trovato anche associazioni ai primi, stupendi Tristania, e la cosa mi ha fatto molto piacere. Successivamente si colloca HRIST, incazzoso e psicotico che preannuncia il pezzo migliore dell’ep, NIDHOGGR: qui le radici Opethiane si fanno sentire in tutta la loro maestosità, soprattutto circa i primissimi seminali Opeth, quelli degli ispiratissimi Orchid e Morningrise. Tuttavia devo citare che nel “rallentamento” della parte della canzone (comincia a 1:46), ho trovato a livello strumentale una similitudine troppo evidente a In Mist She Was Standing appunto degli Opeth (per essere precisi, la parte strumentale che nel pezzo degli Opeth comincia a 5:33). Quello è stato un giro che ci ha fatti sognare tutti all’epoca, è vero, ma forse variarlo un po’ e non proporlo praticamente identico sarebbe stata una scelta più azzeccata.
Poi è il turno di FIMBULVETR, tetra e inquietante nei suoi oltre 8 minuti di durata. Infine troviamo la title track, FEHU, che come tutti i brani conclusivi dei dischi degli Opeth è epica, maestosa e conclusiva, e la assocerei maggiormente alle sonorità più dure di My Arms, Your Hearse.
Tecnicamente, i Bifrost sono impeccabili e soprattutto, c’è da riconoscerlo, sanno il fatto loro. A livello di produzione non ci attestiamo su altissimi livelli, ma questo, a mio avviso, offre interessanti spunti alla proposta, permettendoci di “respirare” nuovamente le atmosfere sognanti dei primi anni 90, quando non si avevano a disposizione tutta la tecnologia di ora e i “rumori” di sottofondo davano molto più carisma ai dischi (basti pensare a quei black-metaller che non riescono ad ascoltare nessun album super-prodotto... quelli sono proprio affezionati ai rumori di registrazione, e posso capirli!). Particolarmente sono rimasto impressionato dal cantante, in tutti e due i suoi stili: come growling è facilmente associabile a Mikael Akerfeldt, e la cosa non potrà che far piacere a tutti i fans dell’originale. Mentre come clean vocals richiama maggiormente il cantato sofferto di Aaron Stainthorpe (My Dying Bride), unite ad alcuni vocalizzi che vi farà ricordare gli Anathema più squisiti del loro periodo di transizione (dischi di riferimento: Eternity e Alternative 4).
I Bifrost sono bravi, veramente bravi. Mi auguro che il loro futuro musicale sia roseo, perché c’è sempre bisogno di musica seria in un panorama musicale stremato dalla dittatura della sotto-cultura di “Amici” e degli altri talent-show. Soltanto, mi piacerebbe col tempo assistere a un progressivo allontanamento dei Bifrost dai richiami agli Opeth, che in alcuni punti sono forse un po’ troppo evidenti. In ogni caso, questo Fehu contiene un bel po’ di roba che potrà soddisfare i timpani degli amanti del genere.

Grewon

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