sabato 3 marzo 2012

Recensione SPECTRAL

Spectral - Gateway To Death
(2012, CCP Records)
Black/Viking Metal

Ditemi quello che volete, io non riuscirò mai a stancarmi delle sonorità epiche e battagliere. Dopo migliaia di band, album e canzoni che ripetono le stesse andature sonore avrei dovuto sbuffare di noia, e invece no. Pertanto mi accingo a recensire brevemente il nuovo lavoro degli Spectral con piacere, soprattutto perché si tratta ad ogni modo di un album più che discreto, e che si difende bene.
Per cominciare sappiate che gli Spectral, sebbene non abbiano un nome altisonante qui in italia, sono una formazione con un’esperienza di tutto rispetto alle spalle: diversi album e diciassette anni di carriera, che non hanno però fatto perdere loro la voglia di essere sempre “giovani” e di rinnovarsi continuamente senza rinnegare le proprie radici.
Il metal proposto è un miscuglio di generi: le basi sono black/Viking, con parti epicamente feroci a riffing e accelerate tipiche del black melodico. A ciò si aggiungono effusioni di heavy e di thrash metal, sparse qua e là negli assoli.
La CCP records è da sempre una garanzia per quanto riguarda la produzione: riesce infatti a dare ai suoi album la pulizia di suono necessaria senza però sovraccaricare di effetti speciali super pompati come invece fa la Nuclear Blast, che spesso e volentieri rende i propri dischi commerciali e senza spina dorsale.
Con gli Spectral questo non avviene, e ciò che abbiamo tra le mani è un disco eterogeneo ma che comunque si lascia ascoltare. Non aspettatevi nulla di particolarmente innovativo: non propongono assolutamente niente che non sia già stato ascoltato e gustato in precedenza. Tuttavia, come non ci stancheremmo mai di una buona pizza (anche se le mangiamo abitualmente), così non possiamo denigrare un buon disco solo perché ne abbiamo ascoltati molti altri dello stesso genere.
Un po’ di sperimentazione in più non avrebbe certo guastato: ciononostante “Gateway to Death” resta un disco più che dignitoso e meritevole di rispetto e di acclamazione.

Voto: 7,5/10

Tracklist:
01 – Intro
02 – Lord off ire
03 – Tank attack
04 – Forces of evil
05 – Gateway to death
06 – Into oblivion
07 – Dark traveler
08 – Death of a king
09 – Curse of the black sea
10 – Mountain of madness

Sito web: www.spectral-metal.de.vu
Myspace: www.myspace.com/blackvikingpower

Grewon

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Recensione DISEASE

Disease - The Stream Of Disillusion
(2011, Autoprodotto)
Extreme Progressive Metal

Sebbene il progressive metal non sia considerato un genere propriamente di nicchia, ben poche band underground decidono di abbracciare i canoni dei tecnicismi e della precisione esecutiva, perché appunto il progressive non ammette sbavature o incertezze.
I Disease propongono un progressive molto malato e sporco, grezzo e ruvido fino alle viscere, accompagnato dalla voce estrema e da un songwriting che prende un po’ dal death melodico, e molto dall’heavy metal/hard rock di chiaro sapore eighties. Già, strano accostamento, che tuttavia va premiato per la sua originalità.
Peccato soltanto che questo sia anche il difetto principale di “The Stream of Disillusion”: sebbene non ci siano evidenti pecche compositive, il miscuglio sonoro appare in molti punti approssimativo e (leggermente) confusionario, senza una chiara identità stilistica che dia un’impronta stabile ai pezzi, che faccia cioè in modo di poterceli ricordare con facilità dopo l’ascolto. Che poi in fin dei conti non è una cosa grave, essendo che parliamo pur sempre di progressive metal, ma un po’ di “carattere” in più non avrebbe di certo guastato alle canzoni che talvolta preferiscono ripercorrere lo stesso sentiero e adagiarsi sul “sommario” senza farsi “riconoscere” chiaramente. Ultima critica che mi sento di fare: le clean vocals che nell’album fungono da coro avrebbero potuto essere studiate meglio per creare un “contorno” di migliore effetto.
Detto ciò, devo però anche ammettere che “The Stream Of Disillusion” non è un disco malvagio, anzi. Aggressivo, tecnico, ruspante e graffiante, con quel retrogusto ottantiano che non guasta mai. Tecnicamente validissimo quindi, suonato da musicisti che meritano tutti un applauso per il loro talento e la loro capacità esecutiva. Infine, i miei complimentoni al cantante e al suo growling convincente e insolito per il genere suonato. Davvero un’ottima aggiunta.

Voto: 6.5/10

Tracklist:
01 – Different Suns
02 – New closer hypocrisy
03 – The stream of disillusion
04 – Release the emptiness
05 – Infinity / Enter the wave
06 – For my deliverance
07 – In this morning
08 – Empty (Anathema cover)


Grewon
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Recensione DETESTOR

Detestor - Fulgor
(2011, Buill2kill-records)
Deathcore

Ed è con estremo piacere che mi ritrovo tra le mani il nuovo album dei genovesi Detestor ( Fulgor).... Recensire questo album,è un po difficile,o meglio dire quasi responsabile,perchè dopo un lungo ascolto non riesco a definire il genere che vogliono proporci.se undici anni fa,ci presentavano un ottimo DeathMetal,con riff terrificanti, alla pari con band di alto livello come At The Gates,In Flames,ecc..oggi ci propongono un nuovo death/trashcore,con qualche sfumatura cross-over; si capisce fin dall'inizio che abbiamo a che fare con un lavoro assai sperimentale,ma che lascia a mio avviso qualche perplessità specialmente sul cantato!! Ottimi riff in God Is Empaty,a seguire The Wrong Way,e la perfetta Free of Cry....poi,pian piano è come se si perdesse l entusiasmo,cadendo in cantati melodici,non molto riusciti,che annoiano per il resto dell'album! Per gli amanti del genere,questo tanto atteso "Fulgor" può piacere, ma per chi,come me,ha ascoltato i primi “In the Circle of Time” affezzionato alla scena Death-Swedish metal,considero quest album abbastanza ricco di idee sì,ma che non colpiscono a fondo... come un pugno nel vuoto !!!

Voto: 6/10

Tracklist:
1-God Is Empty
2-The Wrong Way
3-Boot Shaped Country
4-Free of Cry
5-I Fell Disgusted
6-The Human Race
7-Regression
8-Nobody Stops Me
9-Finished
10-Fulgor

Bad-Core
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Recensione DEADLY CARNAGE

Deadly Carnage - Sentiero II: Le Ceneri
(2011, ATMF
Avantgarde Black Metal

Non vorrei sembrare un recensore di manica larga per il fatto che in media si possono riscontrare più recensioni positive che negative ad opera del sottoscritto. Ma davanti a queste piccole perle sonore, non si può non riconoscere ed apprezzare il lavoro che c’è stato dietro, specialmente quando riguarda band emergenti o comunque appartenenti all’underground, e destinate a restarci finché la scena mainstream avrà spazio solo per gli abomini sonori prodotti dai talent show o dalle congiure commerciali delle etichette major.
Inizio col precisare una cosa: la scelta del genere musicale ad inizio recensione è sempre inserito a discrezione di chi scrive, e quindi non me ne voglia nessuno se ho usato impropriamente il termine “avantgarde”: non saprei in quale altro modo definire un black metal che ama allontanarsi dai lidi classici del genere per spaziare in contaminazioni anche molto lontane dal panorama black. Perché alla fine è questo il black metal dei Deadly Carnage: black metal nelle sue radici ma associato in contesti musicali mutevoli, che stranamente non fanno perdere credibilità al lavoro ma piuttosto significano innovazione, con un risultato più che dignitoso.
Sei tracce, sei piccoli capitoli di un complesso ed introspettivo lavoro condito da liriche intelligenti, da leggere e meditare. Ognuna delle sei tracce, pur restando black metal fino al midollo, si associa ad un diverso genere. “Guilt of discipline” la definirei avantgarde per eccellenza, è molto facile infatti notare assonanze con gli Arcturus, fra i più rinomati portabandiera del genere. Subito dopo troviamo “Parallels”, con un sapore “neo-folk” che mi hanno riportato alla mente gli Ulver, i Wyrd e anche gli Opeth (per le malinconiche parti acustiche). Si passa quindi ad una mini-suite in due parti chiamata “Epitaph”, indubbiamente la parte più feroce del disco, black metal nudo e crudo nella sua prima parte, che si calma leggermente nella seconda assumendo un tempo più “andante” e trascinante. Eccoci poi a “Growth and new gods”, la mia preferita dell’album, liquida, disperata, onirica e trascinante… associabile agli immensi Dark Fortress, nei loro capolavori “Séance” ed “Ylem”. In conclusione troviamo “Ceneri”, lungo brano semi-acustico interamente in lingua italiana e cantato dai tre “vocalist” della band: ognuno di loro ha un timbro molto particolare e diversissimo dagli altri, quindi sia per quello sia per il loro modo di approcciarsi ed “interpretare” il testo, creano un’ambientazione sonora molto convincente e di assoluto impatto.
Quarantuno minuti sono però forse troppo pochi: non si fa in tempo ad elaborare il disco in testa che è già finito. Ma si può sempre mettere il replay.

Voto: 7,5

Tracklist:
1 – Guilt of discipline
2 – Parallels
3 – Epitaph (part I)
4 – Epitaph (part II)
5 – Growth and new gods
6 – Ceneri


Video: (Growth and new gods)


Pagine:
www.myspace.com/deadlycarnage
www.facebook.com/deadlycarnage
www.reverbnation.com/deadlycarnage


Grewon
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Recensione MIDIAN

Midian - Screaming Demon
(2011, Autoprodotto)
Thrash Death

Da caserta i Midian con tutta la carica del loro potente thrash/death portano alla ribalta la loro fatica musicale Screaming demon.
L'intro fa intravedere quanto possa essere ricercato il sound di quest'album, seppur la lunghezza dopo un po' lo faccia diventare una nenia, l'attacco è davvero ottimo.
Con Living madness e Buried alive il sound comincia ad essere maggiormente delineato, la costruzione dei pezzi risulta essere subito elaborata, con incastri di basso e batteria di rara bellezza, il tutto contornato dalla voce al vetriolo della singer, che nelle parti urlate rappresenta il valore aggiunto del disco.
La parte iniziale di Dark eden molto introspettiva viene subito spazzata via dalla potenta dell'incedere che in Divine deletion diventa ancora più potente, grazie anche ad una registrazione perfetta, la sezione ritmica macina una quantità industriale di spunti di headbanging, con ripartenze e tempi cadenzati che fanno risultare ogni pezzo mai noioso e scontato.
Time to die e Midian soprattutto, rafforzano ancora il sound di composizione dei pezzi, ogni dettaglio è curato, dagli incastri all'esecuzione tecnica alla tonalità della voce, tanta cura e tanta ricercatezza da sembrare anche troppa in alcuni frangenti accademici, soprattutto in qualche assolo particolarmente lezioso e riff che purtroppo, pur essendo di gusto e ben eseguiti poco hanno di tagliente ed estremo.
Kingdome gone, Eternal Ways of sorrow e Suffer agonies alternano tutto ciò che il genere impone egregiamente, la prova alla batteria merita un plauso particolare, soprattutto nella dinamicità delle ripartenze e la versatilità delle scomposizioni, il tutto supportato da un basso sempre all'altezza, ben oltre le carattristiche generiche proprie di questo sound.
Chiude il lavoro la strumentale I heard, che francamente poteva lasciar posto ad un altro pezzo più tirato, visto il troppo ricorso a fraseggi melodici nella totalità del lavoro.
Colpisce sicuramente la cura sia della registrazione che della composizione dei pezzi, molto curata e ricercata, il tutto eseguito con un ottima tecnica ed un invidiabile groove.
Tanti buoni spunti in questo Screaming demon, che più avanti, con un sound più maturo e con questa ricercatezza compositiva, potrà sicuramente suonare in modo molto più violento di ora.
Se da un caposaldo si deve partire, la voce al vetriolo di Miriam rappresenta un valore aggiunto su cui puntare, e magari in futuro prediligere la ferocia alla melodia o almeno non far diventare parte integrante dei pezzi l'accademica esecuzione strumentale.

Voto: 6

Tracklist:
1 Intro
2 Living Madness
3 Buried Alive
4 Dark Eden
5 Divine Deletion
6 Time To Die
7 Midian
8 Kingdom Gone
9 Eternal Ways Of Sorrow
10 Suffer Agonies
11 I Heard

Furia

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Recensione GRIMNESS69

Grimness69 - The Bridge
(2010, Xtreem Musics)
Death

I Grimness di una volta, ora Grimness69, portano questo The bridge che a differenza dei tempi grind dei suoi predecessori si attesta su tempi più cadenzati e ragionati di death metal, primi Obituary, Avulsed, Bolt thrower rappresentano le influenze principali del sound di questo lavoro.
Già con White room è chiaro come abbassando la velocità d'esecuzione, una tonalità gutturale come quella di Gaetano può farla da padrone nell'intero proseguio dell'album stesso.
Le marce distorsioni ed il lento dipanarsi della batteria fanno apprezzare sia Chariot of acrimony che The shining key, pezzi frutto della più accurata scuola americana, dove l'esecuzione tecnica amalgamata ad un ottima prova del frontman rendono ogni pezzo sempre all'altezza delle aspettative da una simile line up.
Down to the bones, Illheaven hells, Feeling regalano anche qualche accelerazione, sempre con le precisazioni del caso, dove tutta la band dimostra di essere all'altezza della situazione anche quando si pigia sull'acceleratore, una batteria versatile con un ottima sezione ritmica che sfoggiano un sound maturo e roccioso in ogni mid tempo di esecuzione.
The first words of a dead ed Adore the ten fathers regalano ennesimi macigni sonori, distorsioni, suoni gutturali, registrazione tutto incastrato a dovere nella ricerca di un sound morboso che padroneggia tutto il groove di quest'album.
Dopo un intermezzo di diversi secondi di silenzio, tanti quanto indicato dal titolo, si rivede la Doomsday Carillon del primo album, che non ha affatto perso la sua spietata ferocia anzi, lenta ed implacabile, pezzo che racchiude in sè tutto il sound di questo lavoro.
Album che segna una svolta, almeno momentanea nel sound di questa band, che dalle sfuriate grind, ora dimostra il suo valore anche in un album più lento, dove la prova più difficile è non diventare monotoni, e credo che questo The bridge abbia superato in parte la prova, soprattutto grazie ale caratteristiche dei componenti della band.
Di sicuro non paragonabile ai suoi predecessori questo The bridge, ma in ambito estremo si difende bene, ben suonato, ben strutturato e ben eseguito ma sicuramente migliorabile, soprattutto visto il valore della band.

Voto: 6

Tracklist:
1 White Room
2 Down To The Bones
3 Chariot Of Acrimony
4 The Shining Key
5 Illheaven Hells
6 The First Words Of a Dead
7 Adore The Ten Fathers
8 Feeding
9 V
10 VII
11 XI
12 XIII
13 XVII
14 XIX
15 XXIII
16 XXIX
17 Doomsday Carillon

Furia

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Recensione A BURIED EXISTENCE

A Buried Existence – The Dying Breed
(2011, Autoprodotto)
Hardcore

Oggi è il primo marzo. Quale modo migliore per iniziare il mese, se non ascoltando un disco nuovo e fresco di un gruppo emergente? Ed eccomi qui a parlarvi degli A Buried Existence, gruppo Hardcore di Catanzaro, che ci presenta il Full Length intitolato “The Dying Breeed”. L’opener Family Ties è caratterizzata da una batteria molto veloce e martellante che accompagna tutto il pezzo, mettendo in mostra la velocità delle mani e dei piedi di Luca Panebianco, autore di un egregio lavoro dietro le pelli, penalizzato però dallo scarso uso di elettronica nelle registrazioni (la grancassa si sente davvero poco e ha poco attacco, nonostante il mio impianto hi-fi con subwoofer...). Il secondo pezzo, Revenge, ha un ingresso particolare che ti sorprende al primo ascolto: infatti entri subito nel cuore del brano, dove la voce di Marco Velardi e gli estenuanti riff di chitarra di Gianluca Molè la fanno da padrone. Il terzo pezzo, Perverted Church, è molto valido in tutto e per tutto: una nota di merito va allo splendido outro con cui si chiude, caratterizzato dalla presenza delle chitarre in primissimo piano. Doppio pedale a manetta e gran lavoro di Ride nella title track dell’album, che stilisticamente ricorda un pochino gli August Burns Red, con qualche richiamo ai lavori di doppia cassa di Dave Lombardo. Reborn In The Sick si apre con uno splendido intro caratterizzato da un arpeggio di chitarra e una batteria lenta e ritmata, che richiama un po’ i lavori con influenze Ambient dei grandissimi Amia Venera Landscape.Questo, forse, è il miglior pezzo del disco, in cui hanno un ruolo primario tutti e 4 i componenti del gruppo: tanti riff di chitarra che si ripetono come se fossero ritornelli, con la voce che non segue uno schema fisso e la martellante batteria che mira a mantenere vivo il pogo. Public Enemies è un brano “di rottura”, che parte sparato fin dalle prime battute, per poi lasciarti in preda all’headbanging all’ingresso della voce, con un continuo susseguirsi di parti più cadenzate ed altre velocissime: 2 minuti e 33 secondi che ti stendono! Il settimo pezzo, Unite, dura poco più di un minuto, e sinceramente mi ha deluso un po’, dato che da pezzi così brevi ci si aspetta una carica particolare o qualcosa di più sperimentale. Secondo me questo è il pezzo meno riuscito del disco: pur risultando coerente nello stile, è un po’ piatto. In New World Disaster ci sono forti richiami thrashcore, che ricordano molto lo stile compositivo dei Trivium, ma i cambi di tempo sono degni di nota: ti sorprendono, spiazzano, e obbligano a muovere la testa a tempo di musica. Bello anche l’intermezzo con l’arpeggio di chitarra elettrica distorta, che ricorda un po’ il “ritornello” (se di ritornello si può parlare, le virgolette sono d’obbligo) di Composure degli August Burns Red (come idea, non come melodia). Combat Shock è un pezzo molto cadenzato, in cui Gianluca Molè e Giuseppe Tatangelo fanno un gran lavoro per dare il giusto sostegno ritmico al pezzo. Stupendi anche gli assoletti di chitarra negli intermezzi non cantati, così come le armonie sui riff base. L’album si chiude con 28 Weeks Later, un pezzo che si apre con un giro di basso stupendo, che mantiene da solo tutto il pezzo, accompagnato da una batteria cadenzata e da un insistente serie di 4 note di chitarra che si ripete per tutto il pezzo, anche quando subentra prepotentemente la chitarra distorta. Uno stupendo outro molto riuscito, in cui è degno di nota il drumming di Luca Panebianco: molto meno virtuoso rispetto agli altri pezzi, ma decisamente massiccio e riuscito. Il continuo crescendo che caratterizza il brano lo fa assomigliare più a un intro che a un outro, ma alla chiusura capisci che hai passato una bella mezzoretta in compagnia di un grande gruppo. The Dying Breed è un lavoro riuscitissimo, a parte qualche sbavatura di produzione: non so se è stata una scelta artistica/stilistica o meno, ma la batteria è molto meno dominante di quanto dovrebbe essere in qualunque album HC, risultando spesso oscurata dagli altri strumenti. Sarebbe stato più opportuno per conferire un sound ancora più duro un maggiore utilizzo dell’elettronica nella registrazione della batteria, con un utilizzo ingente di trigger che conferiscono la giusta durezza al sound del bravissimo drummer. Un 7 e mezzo a questo bell’album, sperando di sentir parlare ancora e al più presto degli A Buried Existence!

Voto: 7,5/10

Tracklist:
1) Family Ties
2) Revenge
3) Perverted Church
4) The Dying Breed
5) Reborn In The Sick
6) Public Enemies
7) Unite (Throwdown)
8) New World Desaster
9) Combat Shock
10) 28 Weeks Later (Outro)


JoeMFZB

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