martedì 19 aprile 2011

Intervista - MACHETAZO


In esclusiva su Metal Arci Webzine l'intervista ai Machetazo!

1) Siete attivi da oltre 10 anni pieni di Death Grind sempre più estremo: quali gruppi e artisti hanno maggiormente influenzato il vostro sound?
17 Anni lunghi e miserabile per essere esatti. Le nostre influenze sono, ovviamente, i Bee Gees, e anche Boney M: dobbiamo farci un'acconciatura afro, prima o poi.

2) I temi horror sono predominanti nei vostri testi, quali sono i vostri film e artisti preferiti?
"Yo Hice A Roque III", con Andrés Pajares e Fernando Esteso. "Los Bingueros" è fottutamente divertente.

3) Siete molto attivi sulla scena, quali paesi hanno maggiormente gradito la vostra presenza? E come si spiega che i generi sono molto più estremi in America Latina e Asia che in Europa?
Nessuno ci accoglie, tutti ci odiano, ovunque! Ma noi amiamo suonare nella periferia della nostra città, non c'è nulla di più estremo di uno show circondati da drogati, zingari ritardati e vecchie prostitute.

4) La scena Metal estrema spagnolo è piena di nomi di qualità: Avulsed, Haemorrhage, Cerebral Effusion, Human Mincer, Gathering Darkness... Come avete visto il cambiare la scena nel corso degli anni?
Cosa? (Ah! Ah! Ah!) Tutti quei nomi non sono di qualità per noi, mi dispiace, fanno tutti completamente schifo. La scena qui è passata da merda a merda pura.

5) Che dire della scena underground italiana e delle bande che caratterizzano il Metal estremo?
Haemophagus e Morbo sono i migliori! Ma la roba italiana che preferiamo sono i film di Mario Salieri, naturalmente! Adoriamo Erika e Angelica Bella !!!!!!

6) Che progetti hanno i Machetazo per il futuro? E quando avremo il piacere di vedervi live in Italia?
Ci sono alcuni dischi di prossima uscita, e anche alcuni spettacoli in giro. Tra l'altro non abbiamo pianificato nulla in Italia, ma spero di andarci presto perché adoro la pizza e le donne sono così calde!

Furia
 
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Recensione - JARMAN


JARMAN – The Saint EP
(2010, Autoprodotto)

I Jarman sono una combriccola di Roma al loro primo ep autoprodotto. Non propongono il solito Indie o la solita musica strumentale, difatti in quattro pezzi la band riesce a costruire trame che riescono a entrare nel cervello, e a farteli amare. La loro musica è senza fronzoli o compromessi e senza mode, cosa che li avvicina alla mentalità e all'etica del DIY. Venti minuti in cui i pezzi si alternano con rabbia e malinconia. Il disco si apre con KUBRICK IN SEPTEMBER, che fa volare alta la fantasia, e la cura sonora con cui vengono suonati i pezzi colpisce in maniera particolare. In THE SAINT WHO TAUGHT MUSSELS BEING WISER si possono captare cambi di tempo, pause e distensioni che si alternano per tutto il brano. BIOLUMINESCENCE OF THE DEEP SEA CREATURES è una cavalcata piena di atmosfera che ricorda la musica Wave. L'ep si chiude con THE SCENE OF INCLUSION & THE OBSCENE OF EXCLUSION, brano psichedelico, con le chitarre che “giocano” tra di loro, e creano un’armonia per nulla indifferente.

IlTeoPostHc

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giovedì 14 aprile 2011

Recensione - W ZAPPATORE


W Zappatore
(2010, ApneaFilm)

Stavolta non parliamo di un album, né di una band, ma di un film musicale presentato in anteprima ieri sera durante il 12° Festival del Cinema Europeo a Lecce: W Zappatore.
Si tratta di un progetto coraggioso (o incosciente…) del regista emergente Massimiliano “Maci” Verdesca, che ha per protagonista il grande Marcello Zappatore, nelle vesti di un chitarrista metallaro (ma va?) che suona in una band che più metallara non si può… a cui vengono le stimmate! Sacrilegio!!!
Il nostro eroe, talmente metallaro da indossare perennemente una t-shirt nera con la croce rovesciata bianca e alla ricerca perenne dell’ombra per sfuggire alla luce del sole, si ritrova a dover fare i conti con le prove evidenti della scelta divina nei suoi confronti, ed è costretto a un percorso personale per capire “da che parte stare”. La sua band lo ripudia perché è intollerabile che lui stia con Dio, e tra salite e ricadute, tra una madre (Guia Jelo) fervente religiosa e una nonna (Sandra Milo) naif e rockettara, si arriverà al confronto finale… con sorpresa!
Il film è girato con ritmi teatrali, e i dialoghi sono ridotti al minimo, a sottolineare lo stato d’animo del protagonista. Gli esterni fotografano un Salento brullo e desolato, persino quando vengono inquadrati palazzi della città di Lecce essi sembrano vuoti e abbandonati: anche questo per evidenziare il forte disagio interiore di Zappatore, ma anche a voler fare da contrasto all’immagine (falsa e stereotipata) del Salento sinonimo di Pizzica… come se non si suonasse altro dalla mattina alla sera!
Altri (falsi) stereotipi vengono allegramente presi in giro quando si parla di musica Metal: la band in cui milita Zappatore, con Ilario Suppressa alla voce (!) è semplicemente esilarante, tra cocomeri spaccati con la testa e l’offesa per essere stati benedetti!
Da sottolineare che Ilario parla in dialetto stretto e viene sottotitolato quello che dice… fantastico!!!
Anche questa immagine viene volutamente estremizzata per far capire che in realtà, sotto la coltre di fumo negli occhi di chi guarda con diffidenza alla musica Rock e Metal, di arrosto ce n’è tanto, evidenziato dalle musiche curate dallo stesso Marcello Zappatore (e chi se no?), e proprio le scene musicali rappresentano i picchi di questo film.
Ci si rispecchia in questo film: quante volte dopo un live o una prova ci si è ritrovati tutti insieme con la mia band al camioncino dei panini… per non parlare di live in posti improbabili, o quantomeno non adatti alla musica Rock (anche senza arrivare all’estremizzazione di esibire testate Marshall a un matrimonio!). Anche se i toni rimangono di commedia, per un musicista Salentino è impossibile non cogliere le sfumature (direi drammatiche) della situazione musicale: suonare per “20 Euro e due panini” non è poi così lontano dalla realtà, e le prospettive all’orizzonte non sono allegre…
Ma noi rockettari e metallari abbiamo la pelle dura, e anche con le stimmate non ci tireremmo indietro!
Forse è questo il messaggio dietro questo film, e allora diamoci dentro! Rock N’ Roll!!!
Ah… e non dimenticatevi di andare al cinema a vedere W Zappatore: ne vale la pena! \m/

The Rock Child

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Recensione - HELLSTORM


HELLSTORM - Corpsehunters
(2010, Autoprodotto)

La storica band Thrash milanese Hellstorm, dopo il maestoso The Legion Of The Storm, ci offre questo ep, come assaggio del nuovo lavoro, e tra il loro Thrash marcio e violento, ed un ottima interpretazione di  LIVE LIKE AN ANGEL (DIE LIKE A DEVIL) dei Venom, credo che ci siano i presupposti per aspettarsi un ottimo disco.
Dalla title track, alle versioni live di UNDER A STORMY SKY, passando per THE CURSED CIRCLE e THE LEGION OF THE STORM, il sound di una simile band, che non ha assolutamente bisogno di presentazioni, viene sputato in faccia in tutta la sua terribile ferocia. Thrash europeo, senza fronzoli e sconti, alla Kreator e Destruction su tutti, a martellare il malcapitato ascoltatore, con un’interpretazione propria davvero invidiabile sia nella tonalità dello screaming che nella spaventosa precisione in fase ritmica.
Se questo è solo l’assaggio, questo lavoro sarà davvero un gran bella mazzata made in Italy.

Furia

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martedì 5 aprile 2011

Recensione - WHITE PALE SILENCE


WHITE PALE SILENCE - Demerger
(2008, Autoprodotto)

Quando il chitarrista dei White Pale Silence mi presentò la sua band, mi disse che si ispiravano al Gothic Rock dei finlandesi Charon. Ma quando ho ascoltato le canzoni, sono rimasto a bocca aperta per quanto invece siano SIMILI ai Charon! Non intendo dire che abbiano scopiazzato le loro canzoni, eh, tutt'altro... Da fanatico dei plagi quale sono, non sono riuscito a trovare nessun passaggio che mi facesse ricordare altre canzoni già ascoltate. La somiglianza è nello stile, nel riffing, nel songwriting e soprattutto nel cantato... La voce è ciò che più mi ha colpito in tutto l'album. Ma andiamo con ordine.
L'album, Demerger, è un breve disco (circa 30' di durata) autoprodotto, e si adagia sui canoni del Gothic Rock senza "osare" troppo. Le 7 canzoni che lo compongono sono solide e convincenti, seppur non troppo innovative (d'altra parte, è proprio il genere musicale trattato che non concede troppe "stranezze", non è colpa della band). I White Pale Silence (i miei complimenti per la scelta del nome! ;)) sfornano un Gothic Rock scuro, introspettivo, liquido e malinconico, con brevi accelerate e intro dal sapore Prog. I richiami sono evidenti: Charon in primis, ma anche Him e So Cold. Il cantante ha una voce che definire perfetta per il genere è poco: calda, profonda, da brividi sia quando canta da solista e sia in coro. Anche la pronuncia, sebbene qualche lieve imperfezione qua e là, è abbastanza valida.
Le tracce di Demerger scorrono via rapide (forse anche un po' troppo) e non si ha nemmeno il tempo di metabolizzarle. Qualche canzone in più avrebbe dato a quest'album uno spessore più importante e lo avrebbe reso degno del confronto anche coi mostri sacri del genere. A livello di produzione siamo su buoni livelli, sebbene il lavoro non sia esente da qualche rumore di sottofondo e qualche imprecisione nel livellamento dei volumi degli strumenti (la voce sovrasta di molto tutti gli strumenti, fortuna che il cantante è bravissimo e quindi la cosa non disturba molto... anche se un bell'assolone rumoroso non avrebbe certo guastato.
Penso di aver detto tutto ciò che c'era da dire: band interessante, validissima sia a livello strumentale che a livello vocale. Album senza troppe pretese ma al tempo stesso senza grandi pecche, che fa bene il suo dovere. Ora si attende una riconferma dei White Pale Silence in sede live, e magari, più in là, anche un album un po' più lungo in grado di lasciare il segno. Le potenzialità ci sono, eccome.

Grewon

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Recensione - HOS


HOS – The Beginning
(2011, Punishment 18)

Dal Veneto all’improvviso, con addosso gilet di jeans, toppe e borchie giungono alla ribalta i giovani HOS, interessante promessa del Thrash italiano, che già al debutto riescono a strappare un contratto con la Punishment 18, particolarmente attenta alla scena Thrash/Death nostrana.
La ricetta con cui è stato composto questo The Beginning non sarà certo un trionfo di originalità, ma sufficiente per poter affermare di aver fatto un album di più che buona fattura , come quelli di una volta, senza modernismi né tentativi di rivoluzionare, ma solo tanto Thrash incazzato e votato all’headbanging.
Tra i principali riferimenti del quartetto possiamo senza dubbio citare i Kreator degli esordi, ma anche gente del calibro dei Morbid Saint o Demolition Hammer, influenze sicuramente pesanti, che se fossero anche solo un tantino più marcate farebbero gridare al plagio, ma hanno il merito di fermarsi un passo prima, ma passiamo ad analizzare più nel dettaglio l’album.
FALLOUT apre il tutto, introdotta da un intro, e sembra una bomba pronta ad esplodere, e ciò avviene nel distruttivo finale da scapocciamento selvaggio, che prosegue anche con la successiva ANNHILATION OF SOCIETY, che però cala di tono nella parte centrale, riprendendo vigore nel finale.
La voce del singer è cattiva come il Petrozza di Endless Pain, peccato che ogni tanto cada nella monotematicità. La batteria viaggia sicura. Basso e chitarra hanno il loro bel da fare, anche se in particolare quest’ultima potrebbe essere migliorabile, soprattutto nella parte solista. Altri brani da segnalare sono anche NO MORE TRAITORS in cui i cori danno maggiore compattezza,  ma anche EARTHQUAKE, che come da titolo è un vero e proprio terremoto, pezzo da sicuro pogo incessante in sede live, e l’orecchiabile WE ARE H.O.S. con cui si chiude The Beginning.
In conclusione si può dire con certezza che i ragazzi ci sanno fare! Questo debut album, anche se con qualche difetto, è un ottimo biglietto da visita, e con una maggiore maturazione potremmo sicuramente ritrovarci a parlare, magari per il secondo album, di una band che può definirsi come una band interessante del Thrash italiano. Per ora si parla di promessa, una maggiore maturazione del sound e un songwriting più personale sono d’obbligo per potersi migliorare, il rischio è quello di cadere nell’eccessiva derivazione, e sarebbe un peccato. Staremo a vedere se gli H.O.S. sono o no una band su cui puntare: l’età gioca dalla loro parte e l’entusiasmo c’è… chissà… Se tutto va bene i 4 ragazzi veneti potranno togliersi un bel po’ di soddisfazioni. In bocca al lupo!

Torrrmentor

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Recensione - MOONSORROW


MOONSORROW - Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa
(2011, Spinefarm)

Nonostante Metal Arci sia una webzine specializzata nella promozione del Metal italico e locale, non potevo esimermi dal recensire il nuovo lavoro della mia band Metal preferita in assoluto: i Moonsorrow. Il disco, dal titolo impronunciabile Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa è uscito da appena un mese e conferma gli altissimi risultati già raggiunti dai suoi predecessori. Voglio però introdurre un po’ i Moonsorrow a chi non li conosce, o li conosce poco. Nati in Finlandia come una band sostanzialmente di Black melodico, hanno successivamente modificato il loro genere in vista della pubblicazione del primo album, nel 2001: Suden Uni era un interessante connubio tra Viking e Black melodico, epico e trascinante, unito alla “humppa”, la tradizionale polka finnica. Anche i successivi dischi, di uno spessore progressivamente maggiore, percorsero i sentieri già battuti dall’album di debutto.
Poi il vento cambiò: il 2005 vide l’uscita di Verisakeet, pietra miliare del Viking Metal (e del Metal in generale). Qui la humppa non trova più ragione di esistere, così come l’allegria “tastierosa” che si era respirata fino ad allora. Le composizioni si fanno più lunghe (l’album era composto da 5 tracce di 10-15 minuti ciascuna) e complesse. Parlo infatti di “composizioni”, e non più di “canzoni”, in quanto soprattutto col successivo Viides Luku: Havitetty, composto da sole 2 tracce di mezz’ora ciascuna, risuona chiaro quanto la musica dei Moonsorrow non sia più catalogabile in nessuna categoria conosciuta fino a quel momento, e quanto le tracce che le compongono non vadano più ascoltate in macchina o mentre si gioca a qualche videogame ma necessitino di essere ascoltati con concentrazione e dedizione. Abbandonata l’epicità “tastierosa” delle band finlandesi di Metal estremo, si è passati ad un sound oscuro, di difficilissima assimilazione, rozzo, ruspante, viscerale e tragicamente malinconico. Doom? Sì, c’è qualcosa. Ma anche di Prog, di Black, e di Viking, il più squisito che si possa desiderare. Dopo il seguente Tulimyrsky, un ep di 70 minuti formato da un inedito (di 30 minuti, nda) e 4 vecchie tracce rivisitate, anche l’ultimissimo album prosegue il percorso iniziato con Verisakeet.
Quest’album è formato complessivamente da sette tracce, ma le “composizioni” vere e proprie sono solo quattro, intervallate da brevi intermezzi di fruscii di vento, zoccoli di cavalli, marce di eserciti, respiri affannosi, falò accesi nelle foreste (come era avvenuto anche in Verisakeet e Viides Luku: Havitetty, dove però suddetti intermezzi facevano parte integrante dei brani). Quattro brani, di una solennità e un’epicità crescente (MUINAISET è la mia preferita!). Chi conosce già la band non potrà non riconoscere il loro “marchio di fabbrica”, quell’epicità cadenzata, malinconica, che fa pensare ad un esercito stremato in cui la morte, più che una tragedia, rappresenta l’unica ancora di salvezza, di liberazione dalle sofferenze terrene. Difatti, anche i testi dei Moonsorrow si discostano non poco dalla tradizione Viking: non inneggiano alla guerra come fanno gli Amon Amarth, o i Thyrfing, bensì parlano della distruzione del mondo, della sofferenza umana, delle calamità naturali e della devastazione dell’ecosistema naturale, causati dalla guerra. La guerra vista, pertanto, non più come portatrice di gloria (Thyrfing) o come soluzione inevitabile per ottenere la libertà (Amon Amarth), bensì come un’inutile (e dannosissimo) sacrificio di risorse e di bellezze naturali, oltre che di vite umane. C’è da restare impressionati, veramente. C’è da specificare, tuttavia, che i testi sono cantati interamente in lingua madre, ma per fortuna (per chi compra l’originale) nei libretti non è mai mancata la traduzione in inglese di tutti i testi delle canzoni.
Tecnicamente, come già accennato prima, il disco riconferma quanto marcato dai due predecessori. Forse rispetto a loro risulta leggermente meno oscuro, meno riflessivo, ma in compenso è più epico e trascinante. Alla voce c’è sempre lui, il grande Ville Sorvali, autore di uno screaming sgraziato e lacerante, che fa storcere il naso di molti ma che a mio avviso rappresenta proprio la particolarità della band, che appunto celebra la distruzione dell’uomo causata dalla sua superbia e dal suo essere guerrafondaio, per via della sua ingordigia. La tastiera è onnipresente, forse anche più delle chitarre, ma anziché attenersi al “trallallero trallallà” dell’humppa Metal, qui ricopre un ruolo molto “ambient”, molto “atmospheric”, che dona vigore, spessore ed epicità ai brani. Rafforza in un modo del tutto unico la ruvidezza delle chitarre, ma lo fa molto spesso seguendo la linea e le note del basso. Sono un profano dei tecnicismi, lo ammetto, ma a mio avviso è un sistema del tutto unico e il risultato è sorprendente.
Coinvolgente, mai scontato, in grado di catturare fin dal primo ascolto ma nonostante ciò anche di offrire sempre qualcosa di nuovo ogni volta che lo si riascolta. L’epocale Verisakeet è e resterà sempre imbattibile, lo ammetto. Ma anche quest’ultima fatica targata Moonsorrow si difende benissimo e secondo me (basandomi sui miei gusti) sarà il disco più bello del 2011. Ecco, l’ho detta.

Grewon

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